racconti brevi

Dove i desideri si avverano

di Serena Mazzoni

I corridoi erano freddi e come al solito Noemi camminava avvolta nel suo giubbotto per passare il più possibile inosservata. Era una ragazza diversa dalle altre sedicenni: non amava farsi notare, osservava i dettagli delle cose, capiva sempre tutto, senza però mai mettersi in mostra, parlava poco, ma esprimeva tutto attraverso i suoi disegni, che riuscivano a toccare l’anima delle persone. Ecco, era in quel momento, con la matita in mano, che non si nascondeva davanti a nessuno. Nonostante la sua grande empatia non aveva molti amici, anzi, a dirla tutta, non ne aveva nessuno: forse per invidia le altre ragazze non volevano stare con lei, si sentivano sopraffatte dalla sua semplicità e bellezza: aveva i capelli castani, leggermente ondulati e lunghi fino all’ ombelico, gli occhi azzurri e il viso ricoperto di lentiggini, che le donavano un’aria dolce e innocente. Le spalle leggermente larghe a causa dei molti anni di nuoto, la vita stretta e le dolci curve sui fianchi la rendevano affascinante. Era l’ultima ora e c’era la solita moltitudine di ragazzi e professori che, in fretta, volevano uscire da scuola per iniziare a godersi il weekend. Per evitare di incontrare i suoi compagni che tanto detestava decise di passare per un altro corridoio, che portava all’uscita sul retro e che quindi non veniva quasi mai utilizzato, se non in caso di necessità. Nonostante la polvere e la sporcizia, Noemi amava quel corridoio, perché sulle pareti erano appesi dei disegni bellissimi e lei si perdeva ad ammirarli tutti, a cercare di capirne il significato e la tecnica: era come se lei riuscisse a parlare con quei fogli di carta F4, alcuni usurati, altri del tutto rovinati; inoltre, sempre in quel corridoio, c’era una stanza in cui venivano tenuti altri disegni, di ex studenti, di concorsi e di ragazzi che semplicemente volevano lasciare qualcosa di loro a quella enorme scuola. Essendo una dei rappresentanti d’istituto e la migliore tra gli studenti, poteva accedervi tranquillamente, chiedendo la chiave ad una delle bidelle, di cui ormai era diventata amica. Come al solito però, si stava facendo tardi e così si affrettò ad uscire per tornare a casa, ma la miriade di studenti del Liceo Artistico e il traffico persistente di Roma non l’aiutarono, facendola arrivare in ritardo per l’ennesima volta. Nadia, la mamma di Noemi, una bella donna di quarant’ anni, era diventata sempre più isterica e apprensiva da quando il padre, a causa del lavoro, non era quasi mai a casa. “Noemi mi spieghi che diamine combini ogni volta? Possibile che debba stare sempre in ansia?” disse Nadia. “Non è colpa mia! C’era un traffico immenso e ho perso il primo autobus.” rispose Noemi. La conversazione andò avanti così per qualche minuto, fino a quando non intervenne Chiara, sorella minore di Noemi, che aveva solo otto anni, ma che era estremamente sveglia e perspicace; le interruppe chiedendo di mangiare. Noemi adorava la sua sorellina, solo che a causa della differenza di età ci litigava spesso e quindi finivano per non parlarsi quasi mai, inoltre nutriva una qualche gelosia verso di lei, poiché le poche volte in cui il padre tornava a casa prestava, secondo lei, molte più attenzioni alla sorella. Così, subito dopo pranzo, turbata dai soliti dilemmi adolescenziali e nervosa per la situazione a scuola e a casa, decise di buttarsi nel letto e provare ad addormentarsi. Subito le palpebre si chiusero e lei cadde in un sonno profondo, come inglobata dal materasso e un’immagine, precisamente un ricordo che non sapeva di avere, le si presentò nella mente: lei, piccola, ma con lo stesso sguardo curioso di adesso, passeggiava mano nella mano con sua nonna materna Ada, che, frettolosa e preoccupata, la portava in quello che sembrava un edificio grandissimo, forse una scuola, dai caratteri estremamente famigliari… sì, era il Liceo Artistico che adesso frequentava. Entrate, la nonna aveva chiesto subito alla bidella se poteva lasciare un suo disegno alla scuola, come era solita fare ogni anno, prima dell’inizio delle lezioni. La bidella l’aveva portata in una stanza che era sommersa di scatoloni, la stessa in cui Noemi curiosava ogni giorno prima di tornare a casa da scuola: “Prego, scegliete uno scatolone e lasciatevi il vostro disegno, quando avete finito chiudete la porta, grazie. Io vi aspetto all’uscita.” aveva detto la bidella che se ne era poi andata lasciandole sole. La nonna aveva scelto lo scatolone più usurato, impolverato e nascosto che ci fosse e aveva posato sul fondo il disegno, non prima però, di averlo mostrato a Noemi: era interamente bianco, con disegnata al centro una porta in legno, rappresentata in modo molto realistico, che subito aveva affascinato la piccola: “Vedi cara, questo disegno l’avevamo comprato io e tuo nonno durante la nostra luna di miele, da un uomo che sembrava volesse sbarazzarsene il prima possibile, come se fosse l’arma di un delitto. Noi però non ci badammo molto, alla fine era solo un disegno e così accettammo di acquistarlo; solo dopo del tempo, un po’ per caso, un po’ per il destino, capimmo il potere straordinario che possedeva: può esaudire ogni tuo desiderio, basta pensarci profondamente e toccare due volte di seguito la porta, che subito si avvera. Lì per lì lo considerammo come un dono immenso, poco dopo però orribili avvenimenti cominciarono ad accadere: pedinamenti, inseguimenti in auto, ricatti di persone che volevano averlo.  Decidemmo allora di non utilizzarlo più e di tenerlo nascosto. Quando tuo nonno è morto, però, avere quel peso sulle spalle ha cominciato a prosciugarmi, rovinandomi e stravolgendo completamente la mia persona, per questo io e tua madre parliamo poco e, se lo facciamo, è per litigare; lei mi odia e in un certo senso mi odio anche io, perché, per via di un disegno, ho rovinato la mia famiglia. Un disegno che sembra una cosa fantastica, vero? Prova a pensare se finisse nelle mani sbagliate però, che posto diventerebbe il mondo? Verrebbe usato per scopi umanitari? Io non penso proprio. Oggetti troppo preziosi portano sempre a dei problemi, ricordatelo. Quando sarà il momento, saprai cosa fare, lo sentirai, grazie al tuo istinto. Non dovrai mai farne parola con nessuno, inoltre, giunto il momento, dovrai distruggerlo. Adesso ascoltami bene: l’unica cosa che so è che la risposta è sempre nel disegno, basta saper fare la giusta domanda, ma quale sia dovrai scoprirlo tu. Ricordati però, che dovrà essere distrutto prima della mezzanotte del terzo giorno dal ritrovamento che farai, altrimenti sarà stato tutto inutile. Mi dispiace lasciarti in questa situazione, darti questo peso, ma sei l’unica che può farlo. Ti voglio un bene immenso nipotina mia.” aveva concluso la nonna con il viso rigato di lacrime calde e salate. “Non piangere nonna, anche io ti voglio bene. Ti aiuterò.” aveva risposto la voce infantile di Noemi.

Di soprassalto Noemi si svegliò, accorgendosi di aver bagnato le lenzuola di sudore e di lacrime. In preda ad uno stato d’ansia e confusione, l’unica cosa che le venne in mente di fare era la doccia. E così fece. L’acqua calda la tranquillizzò, rischiarandole le idee. Voleva chiedere informazioni alla madre riguardo alla nonna, ma sapeva che sarebbe stato completamente inutile, perché tutte le volte che ci provava sua madre sviava il discorso arrabbiata, quasi infastidita dalla domanda, così non le rimaneva altro che aspettare che finisse il weekend e alla prima occasione andare alla ricerca del disegno. Le ore passavano lente e l’attesa del lunedì si era fatta ingestibile, rendendo Noemi più nervosa del solito. Finalmente il lunedì arrivò e, quando il suono della campanella dell’ultima ora risuonò in tutto il liceo, Noemi si lanciò giù per la rampa di scale, andando dalla bidella per chiederle la chiave del ripostiglio in cui erano posti tutti i disegni, inventandosi la scusa che le serviva per un compito. Entrata nella stanza rimase immobile, pur conoscendo la posizione di quegli scatoloni a memoria non sapeva da dove cominciare e così ripensò alle parole della nonna: doveva solo lasciarsi trasportare dal suo istinto. Chiuse gli occhi e si concentrò: sentì che i suoi piedi cominciavano a muoversi autonomamente, così come le braccia e le mani, che improvvisamente si appoggiarono su uno scatolone: l’aveva trovato. Lo aprì, lo svuotò e, proprio come nel sogno, il disegno poggiava sul fondo. Lo tirò fuori e subito lo nascose fra gli altri disegni che teneva nella cartellina e con aria innocente riportò la chiave alla bidella; corse poi a casa. Era da tempo che non si sentiva così: felice, fiera di se stessa e orgogliosa. Aveva fatto la prima mossa, adesso non le restava che capire come distruggere quel disegno e avrebbe salvato il suo destino e quello di tutto il mondo.

L’acqua calda le riscaldava il corpo infreddolito e nella mente le parole della nonna si ripetevano e ripetevano a non finire, come un lunghissimo eco, ma non riusciva a trovare la soluzione e tutta la risolutezza che aveva avuto fino a un secondo prima iniziò a scivolare via, come l’acqua sulla sua pelle. Come se non bastasse la mattina seguente ci sarebbe stata la vendita dei disegni e il ricavato sarebbe andato in beneficenza, uno dei progetti più sensati che la sua scuola avesse mai attuato, pensò Noemi. La cosa peggiore però, era che adesso non sapeva se sarebbe riuscita a disegnare, a causa del compito assegnatole dalla nonna. All’improvviso un senso di rabbia verso quella situazione, la nonna e tutto ciò che li riguardava la avvolse, facendola scoppiare in un pianto isterico che, per fortuna, sua madre non sentì. Sconsolata, non fece nulla tutto il pomeriggio, crogiolandosi sul divano davanti ad un film ed una tazza di cioccolata calda, fino a quando non decise di uscire e di andare alla ricerca del soggetto del suo disegno. Camminò per un sacco di tempo, percorrendo strade che prima d’allora non aveva mai percorso, con in mano il cellulare per immortalare la prima cosa che l’avrebbe colpita, ma niente. Il mondo le sembrò talmente frivolo, una superficie immensa, ricoperta solo da cose superficiali, fino a quando non si ritrovò di fronte ad un semplice albero: era un ciliegio, il tronco, di un marrone intenso, a tratti lucido, da cui si diramavano i rami, ricoperti da centinaia di fiori, dalle sfumature bianche, rosa tenue, fino ad un rosa più acceso. Non era la prima volta che ne vedeva uno, eppure le sembrava di non averne mai visto uno tanto bello. Lo fotografò nei minimi dettagli: i petali, la corteccia, i rami, dal basso, persino dall’alto, salendo su un muretto rischiando quasi di cadere, ma non le importava, perché finalmente aveva trovato il soggetto perfetto per il suo disegno. Tornò a casa di corsa, appena in tempo per la cena, che si consumò fra una litigata e un’altra con la madre e la sorellina. Di nuovo nervosa, si chiuse in camera e cominciò a disegnare: prese i suoi acquerelli, ne aveva di mille colori, il telefono e cominciò a scorrere la galleria, analizzando tutte le foto che aveva scattato nel pomeriggio e così passò tutta la notte a disegnare, cancellare e colorare. La mattina seguente era distrutta, ma almeno il disegno era pronto e così poté portarlo a scuola e consegnarlo per la vendita. Dopo un’intera mattinata passata a tentare di tenere le palpebre sollevate, finalmente una buona notizia: il suo disegno era stato venduto al prezzo più alto e Noemi rimase estasiata da quella notizia, tanto da andare a festeggiare con i suoi compagni che, per la prima volta, non le sembrarono tanto noiosi. Stette via tutto il giorno, era da tanto che non si divertiva così, esattamente da quando la sua migliore amica Vanessa aveva dovuto cambiare città, ma adesso non ci pensava più, forse sarebbe riuscita ad avere finalmente delle nuove amiche. Tornò a casa felice e per la prima volta dopo tanto tempo raccontò a sua madre della giornata, dei suoi nuovi amici e riuscì a non litigare, né con lei, né con la sorellina, con cui si mise a guardare un cartone. Era ormai tardi quando mise a letto la piccola Chiara e si coricò anche lei nelle coperte, dove si abbandonò ad un sonno profondo e tranquillo. Il giorno dopo andò a scuola, si fermò a parlare con i ragazzi con cui aveva festeggiato il giorno prima, cominciò le lezioni, tranquilla e felice. Dopo pranzo decise di riposarsi un po’ e di nuovo, nella sua mente si proiettò il sogno della nonna. Si svegliò e si rese conto che il giorno della scadenza era proprio quel giorno, a mezzanotte, e lei non aveva ancora trovato la soluzione. Pensa, pensa, pensa, si ripeteva inutilmente. Dopo qualche minuto capì: non doveva pensare alla risposta, ma alla domanda. La nonna non aveva suggerito la cosa più ovvia: poteva chiedere aiuto al disegno stesso. Così lo prese, picchiò due volte sulla porta e a voce alta, un po’ imbarazzata, chiese: “Come faccio a distruggerti?” e subito sul disegno comparve una scritta: “Posso essere distrutto solo dove i desideri si avverano.” Qualche secondo dopo, la scritta scomparve e Noemi rimase solo più confusa. Decise di non starsene lì impalata, ma di andare a fare una passeggiata, per cercare di schiarirsi le idee e così si recò in centro. Era davanti alla fontana di Trevi, a guardare le persone che lanciavano le monetine per esprimere i loro desideri, quando, improvvisamente, tutto le sembrò chiaro. Corse fino a casa, prese il disegno e aspettò fino all’ora di cena, quando uscì, dicendo a sua madre che sarebbe stata con degli amici. Detestava mentirle, soprattutto ora che si stavano riavvicinando, ma doveva farlo, per la nonna e per tutti, così, pur essendo una cosa folle e l’unica che le fosse venuta in mente, gettò il disegno nell’acqua della fontana e pian piano i colori si dissolsero, la carta si ammorbidì, fino a diventare della semplice poltiglia. C’era riuscita, aveva superato la prova, ora poteva tornarsene a casa.

I mesi seguenti passarono velocemente, leggeri come una piuma: aveva degli amici, non litigava più tanto spesso con sua madre e sua sorella e suo padre era tornato a casa. Conobbe anche un ragazzo, Noa, con il quale legò moltissimo e con cui si fidanzò. La vita da adolescente adesso non le sembrava più tanto invivibile, ma solo un’altra sfida da superare.

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Punizione eterna

di Sara Tesconi

Il suo passo divenne sempre più veloce, il suo respiro affannato. Non riusciva a crederci, anzi, non voleva crederci. Si diresse in un piccolo angolo buio dell’enorme villa e si accasciò a terra, poggiando la schiena contro il muro e la testa sulle sue ginocchia.
Era presa dalla disperazione; glielo si poteva leggere negli occhi, quei piccoli occhi spenti e cupi che trapelavano voglia di morire.
Cosa ho fatto per meritarmi questo?
Fu il suono delle sirene a svegliarla quella mattina. Si alzò lentamente dal letto e si guardò intorno. Non era casa sua e quella in cui si trovava non era sicuramente la sua camera da letto. Decise di chiamare i suoi genitori, ma il telefono era per terra frantumato in mille pezzi. Non sapendo cosa fare, si diresse fuori dalla stanza alla ricerca di un’uscita e quando finalmente le si presentò davanti il portone in legno di quercia dell’entrata principale, il suono straziante del pianto di un bambino la bloccò, facendola voltare di scatto. Proprio in quel preciso istante il portone si richiuse alle sue spalle con un frastuono che echeggiò per tutto l’ingresso e nella testa della giovane ragazza. Riprovò ad aprire il portone, questa volta invano. Dopo averlo preso a calci svariate volte, forse per rabbia, forse per paura di non uscire più, si piegò all’idea di trovare un’altra uscita all’interno di quella maestosa e spaventosa villa. Percorse vari corridoi, le cui pareti, fredde e umide, erano ornate con dipinti raffiguranti la morte: il peccato, il male, l’eterno castigo erano raffigurati con destrezza e cura, con il blu e il rosso come colori dominanti.
La ragazza continuò il suo cammino, finché non comparve sul muro una frase scritta col sangue:
I peccati verranno puniti, prima o poi…con una freccia che indicava un… diario? Lo spolverò e lo aprì delicatamente. Lo sfogliò, facendo attenzione a non strappare le pagine, vecchie e rovinate; trovò una lettera con alcune parole sbiadite “Scusatemi…scusatemi vi prego. Mamma, papà… io non volevo… lo giuro…rabbia…siete…non sono stata io…mi prenderò cura di voi”
Rabbrividì…
(Mi chiedo chi l’abbia scritta)
La piegò e se la mise in tasca. Continuò il suo percorso fino a raggiungere il secondo piano. La luce lì era molto soffusa, il pavimento era sporco di polvere e le ragnatele pendevano dal soffitto. Cercava una via di fuga. Arrivò ad un salotto: era una stanza più calda e confortevole rispetto a tutte le altre, con due peluche (che carini!) sul divano. Sembrava quasi che stessero parlando serenamente fra loro. D’istinto si accomodò e li coccolò fra le sue minute e gracili braccia. “Ehi.” disse uno dei due pupazzi “Non vogliamo essere toccati da una peccatrice come te”. Peccatrice… quella parola sembrò fissarsi nella mente della ragazza per non uscirne più. “Quindi io… sarei…una peccatrice, eh?” Il suo sguardo d’un tratto si fece più cupo, “SONO UNA PECCATRICE?!” urlò. La sua rabbia stava aumentando, le tremavano le mani. Senza pensarci prese i due pupazzi e con violenza li lanciò nel camino, dove vennero avvolti dalle fiamme. Davanti a quella scena, la ragazza scoppiò in una risata isterica: per lei fu… probabilmente soddisfacente vederli incenerire. Poi tornò in sé e si sentì in colpa. Uscì dal salotto facendo finta di nulla, cercando di eliminare dalla sua memoria quel gesto orribile. Entrò in un’altra stanza, molto più triste e fredda: le pareti ed il pavimento sporchi di sangue e l’odore di morte non erano molto rassicuranti, ma la presenza di frecce rivolte verso il lato opposto della stanza la incuriosiva troppo. Quindi proseguì, fino a che davanti a lei non si presentò una scena ripugnante: un uomo con un pugnale conficcato nel petto e una donna senza il braccio sinistro e un occhio la stavano guardando sorridendo.
“Ciao tesoro, era da tanto che ti stavamo aspettando” le disse l’uomo. La giovane ragazza li guardava impietrita; non sapeva che cosa fare e non aveva il coraggio di muovere un solo passo. La coppia le si avvicinò e proprio mentre stavano per prenderla con le loro mani ossute riuscì a sfuggire correndo. Si diresse in un piccolo angolo buio dell’enorme villa e si accasciò a terra. Voleva gridare ma non ci riuscì. I suoi occhi si bagnarono di lacrime, la sua vista si sfocò. Aveva paura e insieme voglia di morire, per porre fine a tutto. Non capiva perché fosse finita in un posto del genere né perché quella coppia la stesse seguendo. E poi il mal di testa… più cercava di darsi spiegazioni più la testa le faceva male.
“Goldia… non avere paura, noi siamo qui per te, solo per darti quello che ti meriti.” La ragazza li guardò stranita. “Come, non ti ricordi di mamma e papà? Non ti ricordi di come ti sei divertita ad ucciderci?” Goldia, a quelle parole, sobbalzò. Mamma e papà? Uccidere? Finalmente capì… quella lettera l’aveva scritta lei dopo che aveva ucciso i suoi genitori a causa di una litigata; aveva posizionato i cadaveri nella camera da letto e aveva continuato a trattarli come persone vive, facendo finta che tutto fosse normale. Non riusciva ad accettare la realtà, aveva deciso di vivere nella menzogna.
“Mamma… papà… cosa mi aspetterà ora?”
“Una punizione eterna”.

sport

Higuain-Milan, matrimonio già finito?

di Alessio Corsini

In questi giorni il possibile addio di Gonzalo Higuain al Milan sta riempiendo le prime pagine di tutti i quotidiani sportivi: “Il Pipita” lascerà il Milan?
Prima di rispondere, facciamo un passo indietro.
È il 13 Luglio 2018, una calda giornata d’estate. Calda soprattutto in termini di calciomercato perché si perfeziona “il colpo del secolo”: Cristiano Ronaldo alla Juventus. L’ufficialità arriva alle 17.31 con un comunicato reso noto dal Real Madrid sul proprio sito. Ora però la Juve deve fare i conti con il proprio attacco, perché là davanti cominciano a essere in tanti, forse in troppi, e l’argentino diventa una presenza ingombrante.
Scontento di fare panchina, vuole cambiare aria e la Juve cerca di accontentarlo; ecco allora che si fa avanti una vecchia conoscenza del campionato italiano, Leonardo, stavolta con le vesti del dirigente, che, stregato dal Pipita, vuole a tutti i costi portarlo in quel di Milanello.
La trattativa che andrà in porto avrà del clamoroso, con Higuain al Milan e il ritorno di Bonucci alla Juventus, dopo un solo anno in rossonero.
Il popolo rossonero in delirio accoglie il neoarrivato in Piazza Duomo con un bagno di folla, tutti sono convinti di poter rivedere quel grande centravanti che ormai manca dal 2012, anno del ritiro di Pippo Inzaghi.
L’effetto Pipita è grande e fa nascere l’ambizione di tornare in Champions League, come ai vecchi tempi insomma.
Malgrado i soliti problemi fisici che lo costringono a saltare due partite, il suo rendimento è buono e tutto sommato la sua nuova avventura inizia bene, mettendo a segno sette goal tra campionato e Coppa.
Tutto cambia l’11 Novembre, quando a San Siro arriva la Juventus capolista; non è una partita come tutte le altre, figuriamoci per lui che ha finalmente l’occasione di dimostrare alla sua ex squadra di essersi sbagliata a cederlo. Il Milan parte male e all’ottavo minuto di gioco è già in svantaggio, contro questa Juve sembra non esserci alcuna speranza, ma al 41° il direttore di gara, dopo il consulto col VAR decide di assegnare calcio di rigore al Milan. Sembra quasi un dono caduto dal cielo; sul dischetto si presenta Higuain che si fa ipnotizzare da Szczęsny, si va quindi a riposo sull’uno a zero Juve.
Nella ripresa è dominio a tinte bianconere con un Milan annichilito che non dà segnali di reazione e come se non bastasse a peggiorare le cose ci pensa l’attaccante rossonero inveendo violentemente contro l’arbitro. Il raptus viene punito inevitabilmente con un cartellino rosso, con allegata una squalifica di due giornate, non ci voleva proprio un fulmine a ciel sereno come questo.
Inizia una crisi del goal di cui il Milan è la prima squadra a risentire e dicembre è un mese di buio totale, dove il Diavolo raccoglie solo sei punti in cinque partite, andamento troppo altalenante per una squadra che ambisce alla Champions League.
Il digiuno, l’astinenza dal goal s’interrompe il 29 dicembre, all’ultima giornata, contro la modesta Spal: il goal è una vera liberazione, perché sappiamo tutti come un attaccante non possa farne a meno. E la sua esultanza in lacrime la dice lunga su quello che ha passato, perché da leader indiscusso qual era a inizio stagione, la sua permanenza è cominciata a poco a poco a diventare un’incognita. Ad oggi la destinazione più accreditata sembrerebbe Londra, sponda Chelsea, dove lo aspetta un certo Maurizio Sarri. Il tecnico dei Blues non ha mai nascosto la sua stima nei confronti dell’argentino e se fosse per lui lo accoglierebbe a braccia aperte, ora più che mai visto che il Sarrismo si è inceppato. Tra i due corre buon sangue fin dai tempi di Napoli quando, proprio sotto la guida di Sarri, Higuain fece la sua migliore stagione, realizzando 36 goal e conquistandosi la classifica. La sua partenza innescherebbe un giro pazzesco di attaccanti che vedrebbe Morata tornare in Spagna, al Siviglia molto probabilmente e, invece, tornare in auge il nome di Piątek per quanto riguarda l’attacco del Milan. In fondo queste sono le magie che soltanto il calciomercato può fare e, se il calciomercato estivo ha lasciato una traccia indelebile con il colpo del secolo, chissà che non possa fare qualcosa di simile anche quello invernale.

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Fine

di Selene Giovari

Ero da solo. Sentivo molto freddo come quando d’inverno, appena sveglio, apro le finestre per far entrare la tiepida luce. Ero da solo o almeno pensavo di esserlo, la testa era vuota, non riuscivo a mettere insieme i pensieri che viaggiavano senza sosta nella mente che voleva solo un po’ di riposo.
Non sapevo come fossi arrivato in quel luogo tanto buio da terrorizzarmi, da non farmi muovere per la paura. Sapevo solo che puzzava di muffa come le case dei vecchi.
Ad un tratto sentii qualcosa toccarmi la spalla, poi la mano e di nuovo le spalle: non riuscivo a respirare. L’aria non entrava nei polmoni per gonfiarli, ma rimaneva nella gola dove era come ghiacciata dalla paura dell’ignoto.
Rimasi senza respiro per pochi secondi, ma sembravano minuti, ore.
Pensavo che ciò che mi terrorizzava di più fosse il buio o i brividi sul collo o la sensazione di essere toccato, ma mi sbagliavo di grosso.
Sentii aprire una porta, non quella della stanza in cui stavo. Pensavo di essere salvo, finalmente potevo tornare a casa.
Subito mi travolse un vento gelido, che mi riempì la faccia di taglietti come quelli che procura la carta: piccoli, ma molto dolorosi.
Non sentivo più le mani e i piedi per il freddo, e non riuscivo a trovare qualcosa per coprirmi. Ero anche vestito leggero, perché era estate. Non riuscivo ancora a comprendere come fossi arrivato lì. L’ultima cosa che ricordavo non era un vero e proprio fatto, ma nella mente mi risuonava il nome di una città: Ancona, dove ero nato e cresciuto.
I brividi continuavano a salire per le gambe, e il freddo aumentava anche se cercavo in tutti i modi di rannicchiarmi per preservare quel poco calore che ancora possedevo.
Provavo ad allungare le braccia, ma ero come bloccato in una scatola stretta e lunga.
Urlavo. Urlavo ancora più forte. Nessuno mi sentiva o così mi sembrava.
Mi formicolavano le braccia e le gambe, come se un laccio emostatico mi stringesse le vene.
Il respiro si faceva pesante, mi sentivo mancare, cercavo di rilassarmi pensando che fosse solo uno scherzo della mente e che io fossi in una stanza piena di ossigeno.
Non so quanto tempo sia passato, ma sono sicuro che prima o poi verranno a salvarmi.
Ora ricordo: una voce maschile dice che non c’è nulla da fare, i miei genitori piangono, non capiscono che sono ancora vivo. Vengo trasportato in uno strano luogo, dove mi aprono e mi tolgono gli organi, prima il cuore, poi il fegato ed infine il cervello.
È strano: pensavo che la morte fosse diversa, pensavo che non mi sarei reso conto di quello che sarebbe accaduto dopo, ma adesso sono lo spettatore della mia fine. Prima del funerale vengo messo in una bara bianca e dopo vengo seppellito. Passerò l’eternità qui, da solo, senza cuore per poter amare, senza cervello per poter pensare.
Sarò da solo con le mie paure che continueranno a terrorizzarmi per tutto il tempo che mi rimane, ripenserò a quando ero vivo e proverò malinconia, ma non potrò piangere perché non ho più gli occhi. Mi rimane una non-vita triste. Non esistono inferno e paradiso, solo pensieri e giorni pieni di spavento, tormentati dalla mente che non accetta la morte e continua a dilaniare senza tregua la mia povera anima.

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Lisa Falcone

di Sofia Antonioli

Lisa non sapeva cosa fare, si trovava nel mezzo e come sempre non sapeva cosa fare. Cosa sarebbe stato meglio? Entrare nel girasole e ottenere la vita che aveva sempre desiderato o restare in quel freddo mondo pieno di sofferenza ma con le persone che amava? Era il giorno del suo dodicesimo compleanno e Lisa Falcone aveva desiderato di poter cambiare vita; infatti la ragazza viveva nella fredda periferia di Torino senza soldi, la mamma non lavorava e il babbo riusciva a racimolare qualcosa raramente facendo qualche lavoretto. Erano tempi duri, era da poco finita la guerra e la ragazza non andava a scuola, usava sempre i soliti stracci, ma, con l’arrivo dell’Inverno, il freddo si faceva sentire e una leggera coperta di lana non bastava più; i genitori le volevano bene ma non riuscivano a curarsi di lei e, quando non litigavano, si preoccupavano solo di riuscire a trovare da mangiare, con scarsi risultati. Così Lisa, che non aveva neanche una candelina da spegnere per il suo compleanno, espresse il suo desiderio la notte prima di addormentarsi. La mattina dopo, appena sveglia, si ricordò di un sogno strano: si trovava in un mondo bello, luminoso, pieno di fiori e di bambini come lei, dove tutti erano felici; ad un certo punto un signore si era avvicinato, dicendole: “Benvenuta Lisa, questo è il tuo desiderio, vieni con me, ti mostro tutto.” Nonostante i suoi genitori le avessero detto di non fidarsi degli sconosciuti, lei stava sognando e dunque non era consapevole delle sue azioni, così, senza neanche pensarci un attimo, seguì il signore. Questo la condusse nella zona rosa della città per mostrarle la sua camera: Lisa avrebbe alloggiato nella “Pensione dei sogni” nella camera arcobaleno, con un’altra ragazza della sua età che si chiamava Maria e le sembrava davvero molto simpatica. La camera era enorme e calda, e nei corridoi c’erano dei signori che regalavano strani fagioli colorati chiamati caramelle. Inoltre Lisa aveva appena trovato un’amica e tutto ciò non le sembrava vero. Il signore, dopo averla accompagnata, se ne andò, mentre Maria la portava a fare il giro della cittadina. La città era piena di bambini e ragazzi, non c’erano adulti e c’era solo un anziano, quello che si era presentato a Lisa. La bambina amava quel posto: fontane, colori, fiori di ogni genere, tanti amici, caldo, cibo, nessuna preoccupazione, nessun litigio; le sembrava così reale… ma appena sveglia capì che era solo un sogno. Durante il pomeriggio fece la sua solita passeggiata, quando ad un certo punto vide per una stradina della fredda metropoli lo stesso signore del sogno che le stava venendo incontro con un grande girasole in mano. A quella vista si spaventò, poi pensò di essere pazza e corse via. Corse a gambe levate fino a che il fiato non le bastava più; pensava di aver seminato quell’uomo e si fermò sotto un vecchio ponte, ma l’anziano le si parò davanti come per magia. Nella testa di Lisa tuonavano mille pensieri: “Come è possibile che sia reale? Mio Dio, forse sono pazza? E se fosse qui per farmi del male? E se quello non fosse stato solo un sogno? E se invece fosse qui per farmi del bene?”. La ragazza si domandava questo senza essere spaventata, perché nel suo sogno quel signore era una brava persona. Ad un certo punto lui iniziò a parlare: “Cara Lisa, sono qui per portarti con me nel mondo dei tuoi sogni, lì non ti mancherà niente, avrai tanti amici, piatti sempre pronti, nessuna preoccupazione, insomma tutto ciò che hai vissuto la scorsa notte.” L’uomo lanciò il girasole per terra e da esso si aprì un portale magico; la ragazza era tentata, si trovava nel mezzo e come sempre non sapeva cosa fare. Da una parte avrebbe continuato a vivere tristemente, ma con le persone che nonostante tutto amava, e dall’altra avrebbe potuto vivere la vita che tanto desiderava. Respinse la tentazione, guardò il signore e disse: “La ringrazio moltissimo per questa opportunità, ma preferisco rimanere qui, se i desideri si possono avverare allora la mia famiglia starà meglio, ne sono certa! Ah e non si dimentichi di salutarmi Maria.” L’uomo la guardò sbigottito, nessun bambino aveva mai rinunciato al suo desiderio, dopodiché saltò dentro al girasole e scomparve nel nulla.