L'angolo del dibattito, riflessioni

Ti racconto di quando sono stata felice

di Lisa Pelagatti

Ero felice quando da piccola guardavo Cars con mio fratello, stesi sul pavimento del salotto con una miriade di cuscini e coperte; ero felice quando pranzavo da mia nonna la domenica e lei faceva da mangiare per tutto il vicinato anche se in realtà poi eravamo in quattro seduti alla sua tavola. Sono stata felice quando mi hanno dato la mia prima macchina fotografica, sono andata avanti per una settimana a fotografare tutto ciò che avevo davanti, esaurendo presto gli scatti disponibili. Ero felice quando mia mamma prima di andare a dormire mi leggeva una fiaba, e se era corta poi me ne leggeva anche un’altra. Mi sono sentita felice quando in prima elementare feci la mia prima recita di teatro, le luci, i costumi, le battute da imparare e la mia prima vera responsabilità. Mi sono sentita felice quando a dodici anni presi il mio primo aereo direzione Londra, città che non dimenticherò mai. Sono felice anche ora, quando torno a casa dopo cinque ore di scuola e mia mamma mi chiede: ”Com’è andata oggi?” anche se molte volte non ho voglia di risponderle. Mi sento felice quando metto le cuffiette e faccio partire la playlist, non sento più niente se non la musica che scorre nelle mie orecchie, se non le parole delle mie canzoni preferite, non penso più a nulla, tutto scompare.
Forse però non sono felice, sono solo abbastanza contenta da pensare che no, più di così non posso fare, questo è il massimo grado di felicità che potrò mai raggiungere. Mi accontento di un momento che dura tre o sei minuti, il tempo di una canzone. Mi accontento di una serata, quando mi lacrimano gli occhi per le troppe risate. Mi accontento di una foto per catturare proprio quello che mi sembra essere un momento di felicità.
Forse la vera felicità non sta nell’avvenimento ma nell’attesa. Quando per dieci mesi di scuola non pensi ad altro se non alle vacanze più vicine e ti crei tutti i tuoi piani, le tue aspettative. Quando fai il conto alla rovescia a Capodanno e aspetti i fuochi d’artificio, in quei dieci secondi sei felice, pensi che forse stavolta, per quest’anno, riuscirai a mantenere i tuoi propositi. Quando ad un concerto aspetti fin dal primo secondo la tua canzone preferita per cantarla a squarciagola. E così aspettiamo, per un minuto, per un’ora, per una vita. Aspettiamo, e questa attesa in qualche modo ci piace, è snervante e appagante allo stesso tempo. Erigiamo nella nostra mente questa casa di carta in cui abita la felicità e poi la chiudiamo a chiave, pronti ad aprirla in ”quel” momento.
La nostra felicità aspetta e mentre col tempo si consuma sempre di più, le nostre aspettative diventano sempre più grandi. Ogni volta che si presenta un’occasione per aprire la porta di casa abbiamo troppa paura di sbagliare, di consumare troppa felicità in una sola volta; e alla fine non la apriamo. La casa rimane chiusa. E quindi che fare per avere l’impressione di essere felici? Usiamo tutte le emozioni a nostra disposizione, frughiamo nei cassetti, rispolveriamo gli angoli più cupi e lontani pur di trovare qualcosa che le somiglia almeno vagamente. Pur di non rovinarla, di non correre il rischio di distruggerla non ci curiamo più della nostra piccola casa di carta. E proprio lei, il nostro piccolo tesoro, quello che non avevamo voluto rovinare per nulla al mondo inizia a disfarsi, a bruciare, in quel momento è troppo tardi per essere felici. Quando poi arriva ”quel” momento le nostre aspettative si sono fatte troppo grandi, così grandi che, alla fine, la felicità che avevamo conservato con tanto amore ci delude o non è abbastanza. Allora ricominciamo, ci costruiamo altre aspettative, altre infinite case di carta.

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