articoli

Spirito natalizio

di Filippo Fiaschi

Il 23 dicembre 2019 si è tenuta la terza assemblea d’istituto del nostro liceo. In occasione dell’assemblea, animata da spirito natalizio, è stata organizzata una gara musicale a cui hanno partecipato quattro solisti e due coppie per ottenere la vittoria. Durante l’assemblea sono anche intervenuti alcuni ex studenti, in particolare Davide Bacigalupi, diplomato con 100/100 e lode nel luglio 2019 ed ora studente della prestigiosa Scuola Universitaria Superiore Sant’Anna.

Veniamo alla gara. Il primo a partecipare è stato Luca Sorrentino, di III B, cantando “Congiunzione astrale” di Nek, ottenendo con la performance un posto in finale.

A seguire è stata la volta di un duo della V B ginnasio: la voce di Fabio Baldelli era accompagnata dalla chitarra di Pietro Baldoni; sulle note di “Poesia senza veli” di Ultimo, con simpatia e grinta hanno fatto cantare tutta la platea.

Come terza concorrente si è esibita Beatrice Caffaz, sempre di V B, già vincitrice della gara musicale a fine a.s. 2018/2019; Beatrice ha suonato con la sua chitarra un pezzo molto recente, “Dance Monkey” di Tones and I, il brano più trasmesso quest’inverno dalle radio italiane; grazie alle sue abilità canore ha ottenuto anche lei il posto nella finalissima.

La quarta concorrente, Benedetta Parodi di V A, ha suonato al pianoforte “Hallelujah”, colonna sonora del celebre cartone animato Shrek.

Terzo finalista Nicola Macchiarini di II B che, insieme alla professoressa Ceccon, ha coinvolto tutto il liceo cantando e suonando un pezzo storico degli anni Ottanta, “Last Christmas” di George Michael, quando il compianto artista faceva parte degli Wham!.

Come ultime concorrenti le alunne di I B, Alice Caleo e Serena Lucchesini, che hanno scelto per la loro esibizione “Perfect”, famosa canzone di Ed Sheeran.

I tre finalisti si sono poi sfidati nuovamente con canzoni diverse: ad avere la meglio, è stato Nicola Macchiarini con “Redemption Song” di Bob Marley, al secondo posto Beatrice Caffaz con “Not fair” di Lily Allen, al terzo posto Luca Sorrentino con “A modo tuo” nella versione di Elisa.

Un particolare ringraziamento a tutti i partecipanti, all’organizzatore della gara Rodolfo Bianchini e alla giuria composta dai ragazzi di II B: Matteo Lugeri, Natalia Vinchesi, Riccardo Musetti e Cosimo Zucchini.

il giornalino

La redazione di Pov’ri fanti

Vi presentiamo la redazione del giornalino, in attesa del Numero 1 Anno XI di Pov’ri fanti.

La redazione di Pov’ri fanti a.s. 2019/2020

Da destra: Matteo Redi (II A) quest’anno direttore del giornalino, “il gigante buono”; Irene Lucetti (II A), “l’esplosiva vice”, braccio destro del direttore; Matteo Lugeri “l’inviato speciale”, Alessia D’Amico “l’intervistatrice” e Alessandro Figaia “il polemico”, redattori (tutti dalla II B). Intanto da buoni classicisti vi abbiamo incuriosito con alcuni epiteti, per le presentazioni complete dovrete attendere la pubblicazione del giornalino…..

riflessioni

La bellezza oggi

di Ginevra Carassali

La bellezza è da sempre stata un punto focale nella vita dell’uomo. Nel corso degli anni, però, è mutato il modo in cui la si vede: se in precedenza si attribuiva molta importanza all’aspetto interiore di un individuo, oggi la situazione appare notevolmente diversa.
I giovani, forse schiavi di una società che ormai porta all’omologazione dell’individuo, tendono ad avere un ideale di bellezza che concerne solo l’estetica, seguendo stereotipi di vario genere.

Sono molti gli adolescenti che, mettendo in discussione la propria persona, cercano di cambiare tentando di rispettare i canoni di bellezza omologanti. Infatti non è raro trovare più individui indossare uno stesso capo d’abbigliamento, mostrarsi secondo una certa modalità e, perché no, usufruire di uno stesso frasario.
Quindi look, bella presenza ed apparenza sono tra i valori che più si ricercano in una società ormai seguace di stereotipi standard dai quali è difficile sfuggire.
Le stesse quotidiane pubblicità propongono modelli esteticamente invidiabili che, sovente, fanno sprofondare gli adolescenti in una crisi d’identità.

Le principali vittime sono le ragazze che, non vedendosi perfette proprio come SEMBRANO apparire, invece, quelle sui social, cadono in una delle piaghe più gravi come ad esempio l’anoressia, poiché proprio la magrezza, per le giovani d’oggi, è sinonimo di bellezza.
Ciò non è sano all’interno della società nella quale in molti e molte hanno rovinato la propria forma fisica solo per apparire belli agli occhi degli altri. È praticamente scomparsa l’idea di accettarsi così come si è, con i propri pregi e difetti che al singolo individuo possono sembrare grandi, mentre all’esterno neanche si notano.

I social hanno certamente contribuito alla sempre maggior espansione di tale fenomeno.
I cosiddetti “INFLUENCER”, sembra un gioco di parole, influiscono non troppo positivamente sulla vita dei ragazzi.

Personalmente credo che sia importante la bellezza interiore in quanto rara, e, per di più, a differenza di quella esteriore, dura nel tempo; un bel fisico a lungo andare può solo svanire, mentre l’anima bella di una persona rimane tale.
Non essendo ipocrita, affermo che, volendo l’occhio la sua parte, anche un po’ di “bellezza esteriore” non nuoce alla salute. In fondo, l’estetica è ciò che più colpisce a primo impatto, poi però credo sia fondamentale ANDARE OLTRE.

recensioni

La fine di Guernica, recensione

di Ginevra Carassali e Alessia Ravenna

Dopo aver ascoltato attentamente la canzone “La fine di Guernica” di Lodovica Lazzerini, ex studentessa del nostro liceo, anche rappresentante di istituto nell’a.s. 2017/2018, abbiamo ritenuto fosse opportuno dare un nostro parere.
Pur non essendo esperte di musica e di ciò che riguarda quell’ambito, possiamo affermare che sia testo che voce della cantante siano molto profondi e comunicativi.
In particolar modo ha rapito la nostra attenzione una frase ripetuta nel ritornello: “Ricordati che i mostri non esistono solo nei sogni”.
Reputiamo che quella frase, molto significativa, sia purtroppo vera poiché nella vita capita sempre più di frequente che anche le persone che ci sembrano più fidate, oppure alle quali teniamo maggiormente, possano rivelarsi in svariati modi dei mostri.
Che dire…concludiamo con il ripetere che musicalità e testo combaciano perfettamente. 

Complimenti Lodovica! Per noi vali un bel 9. Veramente meriti di essere nella classifica delle migliori giovani cantanti emergenti!

fantasie ecologiche

Le peregrinazioni di una bottiglia di plastica

di Zoë Stroobant

Ah quanto è dura la mia vita! Quante sono le conseguenze della sua vita sulla terra…se soli gli uomini ci venissero incontro!

Purtroppo siamo sole e, visto che siamo passivamente portate da una o da un’altra parte, non possiamo nemmeno aiutare l’uomo a inquinare di meno, perché non abbiamo il dono della parola o del movimento.

Io mi sono ritrovata nel parco di una scuola elementare. Sono arrivata in questa città quasi due settimane fa, giorno più o giorno meno, dopo aver girato in lungo e in largo! E ciò succede perché nessuno si è preso la briga di buttarmi in un bidone della plastica, preferiscono anzi lasciarmi per terra o in mare… dove posso ben inquinare. Come mi sento in colpa!

Ma cosa mi era successo? Partiamo dall’inizio e ripercorriamo tutti i passi della mia tragica e stancante vita.

Sono stata creata in una fabbrica anni e anni fa, con molte altre mie simili. Dopo essere state sigillate ed etichettate, ci hanno portate in un negozio in confezioni da sei bottiglie l’una per essere vendute a quegli umani irrispettosi. Tutte le altre bottiglie erano spaventate, raccontavano storie di ogni tipo su bottiglie che sono state lasciate in mare dove inquinano il pianeta, bottiglie riciclate per creare pile oppure bottiglie che vengono buttate in appositi bidoni con altre bottiglie del loro stesso materiale.

I giorni passarono e rimasi lì per davvero molto tempo. Finalmente arrivò il giorno in cui venni comprata da una famigliola felice e disponibile, ne fui molto lieta, ero contenta del fatto che mi avrebbero portato a vedere il mondo, ed ero sicura anche di sapere come fosse: pieno di paesaggi uguali a quelli che vengono disegnati sulle nostre etichette, quindi molto verdi, con alberi, piante, fiori e farfalle. Mi portarono a casa loro e dai finestrini dell’automobile notai molte fabbriche nel paesaggio, molto simili a quella dalla quale sono uscita, pochissimi alberi e piante, neanche una farfalla che svolazzava in giro.

Arrivata a casa, sono stata messa in frigo, in mezzo a bottiglie di vetro, altre di plastica come me e cibi di ogni tipo. Sono stata poco in frigo, mi hanno subito svuotata dall’acqua che mi riempiva per accompagnare la loro cena, alla quale ho avuto modo di prendere parte, essendo stata posizionata sul tavolo. A tavola gli umani che abitano quella casa hanno parlato molto, specialmente il più piccolo, che ha chiesto ai suoi genitori cosa fosse l’inquinamento. Avendo anche io ascoltato, sotto sotto mi sono sentita molto in colpa perché io, una povera bottiglia, sono fatta di uno dei materiali più inquinanti.

La mattina seguente il bambino mi ha portata nella sua scuola. Noncurante di quanto detto dai genitori, ossia di quanto sia importante fare la raccolta differenziata, una volta uscito da scuola mi ha gettata come se fossi stata un pallone nel cestino dell’immondizia indifferenziata: il bambino però non aveva una gran bella mira e perciò sono caduta per terra.

Quindi eccomi qui, pronta ad inquinare il terreno e a causare grandi danni alla terra di questi umani che, nonostante sappiano come salvare la loro casa, continuano a trattarla male e a sporcarla. Se solo le mie parole non fossero sprecate, e potessi dire le cose come stanno, urlare a squarciagola e ribadire una volta per tutte che noi bottiglie dobbiamo essere riciclate, riusate per diminuire lo spreco…Cambierà mai qualcosa? O umani, mi ascolterete mai? Capirete mai l’errore madornale che state facendo, non interessandovi a ciò che accade?

Per fortuna, tempo dopo, sono stata finalmente raccolta da un’impiegata dell’A.M.I.A. e mi hanno portato in una discarica dove sono stata riciclata e sono diventata così una nuova bottiglia di plastica, con più o meno il medesimo destino. Questa volta però sono stata comprata da una famiglia di turisti in una località balneare nella stagione estiva e sono stata portata con loro al mare. Un luogo a dir poco magnifico, con dei colori splendidi, caldi e pieni di vita, c’erano un sacco di persone felici che correvano e nuotavano in ogni direzione, ma come ho già detto il mio è un destino molto tragico.

Quella splendida giornata di sole a causa del riscaldamento globale e quindi dell’anomalo variare delle stagioni si tramutò in un diluvio. I turisti e i bagnanti fuggirono, lasciando me e moltissima altra sporcizia in quel paradiso terrestre e rovinando il luogo che fino ad un attimo prima li aveva resi immensamente felici.

Il mare ci ha trascinato dentro di sé, portandoci sempre più a largo e facendoci vagare senza meta, ma con l’involontario scopo di inquinare la terra.

recensioni

“Twelve Conversations”, lungometraggio, recensione

di Giancarlo Santini

“Twelve Conversations” è un lungometraggio diretto da Emanuele Valla molto stimolante, che prova ad insegnarci il vero valore delle conversazioni “faccia a faccia”. Considerando che il regista non disponeva di un budget elevato, penso che sia comunque riuscito a realizzare un buon film. Anche se potrebbe non essere apprezzato all’istante, con un’analisi più accurata ci si può accorgere che al suo interno è presente un messaggio molto suggestivo. Ciò che Emanuele Valla cerca di spiegarci è che al giorno d’oggi le conversazioni hanno perso di importanza e che dovremmo intrattenere discussioni più spesso con le altre persone.

I protagonisti, Noah e Jane, sono due perfetti sconosciuti con esperienze di vita differenti, ma le stesse riluttanze verso il passato. Quando iniziano a conversare, le loro vite cambiano e scopriranno di avere qualcosa in comune (i loro padri lavoravano insieme) e capiranno di amarsi. Infine si trasferiranno insieme in Islanda.

Questo film nella sua semplicità è molto profondo e lo consiglierei a tutti coloro a cui piacciono le storie d’amore basate sull’intensità dei dialoghi.

La locandina dell’evento
al Cinema Garibaldi di Carrara

Valutazione:


riflessioni

La pena di morte, da Socrate a Dostoevskij

La pena di morte nell’età contemporanea

di Alessia D’Amico, Matteo Lugeri, Alessia Paffici

Dopo più di duemila anni dall’esecuzione di Socrate, cominciarono ad alzarsi in età illuministica le prima voci contrarie all’esecuzione capitale. A Milano, Cesare Beccaria e Pietro Verri pubblicarono a metà Settecento rispettivamente “Dei delitti e delle pene” e “Osservazioni sulla tortura” che mossero tutta l’Europa a una discussione. Questa discussione ispirò Pietro Leopoldo ad abolire la pena di morte dal granducato di Toscana per la prima volta nella storia. Nel giro di un secolo la pena di morte fu eliminata in totale da ben quattro altri stati: Portogallo, Olanda, Belgio e Danimarca.

A maggior ragione le voci che erano contrarie all’esecuzione capitale non cessarono d’alzarsi, ma, al contrario, si fecero sentire ancora di più, sempre più forti. Per esempio, nella Russia ottocentesca governata dallo zar Nicola I, Fëdor Dostoevskij intraprese attraverso i suoi romanzi una persistente politica contro la pena di morte. In particolare, la sua pubblicazione del 1869, “L’Idiota”, nata dall’idea di scrivere riguardo a un uomo “assolutamente buono”, contiene molte considerazioni in favore alla sua abolizione.

In realtà, la pesante polemica di Dostoevskij contro la pena di morte è in parte dovuta ad una sua esperienza personale che lo influenzò fortemente. Infatti, sotto l’accusa di aver partecipato a una società segreta in scontro col potere assoluto dello zar, Dostoevskij fu condannato alla fucilazione. La grazia gli fu annunciata soltanto il mese successivo, quando era già arrivato sul patibolo rassegnato a morire.

L’estratto che ora andremo a proporre appartiene alla prima parte de “L’Idiota”. Il protagonista, un principe assolutamente buono chiamato Lev Myskin, di ritorno a San Pietroburgo dopo aver vissuto per quattro anni in una clinica svizzera per curare la sua epilessia, si trova a far visita per la prima volta in casa del generale Epancin, marito di una sua lontana parente, e in attesa d’esser ricevuto espone al servo Aleksei la sua personale riflessione sulla pena di morte.

Questa riflessione è la prima di tante, ma la più significativa ed esplicita, perciò non è necessario commentarla.

«Laggiù, all’estero, c’è forse più giustizia che qui?»

«Non saprei. Della nostra giustizia non ho sentito che lodi. Noi, per esempio, non abbiamo la pena di morte».

«All’estero sì?»

«Sì, in Francia, a Lione, ho assistito a un’esecuzione capitale. Ci andai con Schneider».

«Impiccano?»

«No, tagliano la testa».

«E il condannato grida?»

«No, non fa in tempo, è un attimo. Lo mettono al suo posto, sul ceppo, e dall’alto gli piomba sul collo una lama pesante. Si chiama ghigliottina. Cade con violenza e tronca la testa in un batter d’occhio. I preparativi, quelli sì che sono penosi. Quando si legge al condannato la sentenza, quando poi lo vestono, gli radono i capelli, lo legano, lo portano sul patibolo… allora, sebbene molti lo disapprovino, per vedere quello che succede si raduna una gran folla, vengono perfino le donne».

«Non è uno spettacolo per loro»

«Si capisce. Il condannato era un uomo intelligente, coraggioso, forte, d’età matura, chiamato Legros. Ebbene, ve lo dico io, potete credermi o no, saliva sul patibolo e piangeva, bianco come la carta. È mai possibile? Non è forse un orrore? Chi mai piange di paura? Io non credevo che potesse mettersi a piangere di paura uno che non fosse un bambino, un uomo che non aveva mai pianto, un uomo di quarantacinque anni. Che accade all’anima in quel momento, a quali convulsioni la portano?  La pena di morte è un affronto fatto all’anima, nient’altro! È detto: «non uccidere» e allora, perché uno ha ucciso, s’ha da uccidere anche lui? No, non è lecito. È ormai un mese che l’ho visto, ma è come l’avessi davanti agli occhi ancora adesso. L’ho sognato forse cinque volte».

«Meno male però. Che non si soffre molto, quando salta via la testa.»

«Ma sapete? Ecco, voi avete fatto quest’osservazione, e tutti la fanno proprio come voi, e quella macchina, la ghigliottina, è stata inventata apposta. A me invece allora venne in mente un’idea: e se fosse ancora peggio? A voi sembrerà buffo, strano, eppure, con un po’ di immaginazione, può venire in testa anche un’idea simile. Pensate: c’è la tortura, per esempio; sono sofferenze e piaghe, è un tormento fisico, e perciò tutte le cose che distraggono l’animo dalle sofferenze morali, sicché non sono altro che le ferite che tormentano fino al momento stesso in cui si muore. Ma forse il dolore principale, il più forte, non è quello delle ferite; è invece la certezza, che fra un’ora, poi fra dieci minuti, poi fra mezzo minuto, poi ora, subito, l’anima si staccherà dal corpo, e che tu, uomo, cesserai irrevocabilmente di essere un uomo. Questa certezza è spaventosa. Tu metti la testa sotto la mannaia, senti strisciare il ferro, e quel quarto di secondo è più atroce di qualunque agonia. Questa non è una mia fantasia; ce ne sono moltissimi che la pensano come me… E ve ne dico anche un’altra. Uccidere chi ha ucciso è, secondo me, un castigo non proporzionato al delitto. L’assassinio legale è assai più spaventoso di quello perpetrato da un brigante. La vittima del brigante è assalita di notte, in un bosco, con questa o quell’arma; e spera sempre, fino all’ultimo, di potersi salvare. Ci sono stati casi in cui l’assalito, anche con la gola tagliata, è riuscito a fuggire, e casi in cui l’assalito, supplicando, ha ottenuto la grazia dei suoi assalitori. Ma con la legalità, quest’ultima speranza, la speranza che attenua lo spavento della morte, vi viene tolta con una certezza matematica, spietata. Attaccate un soldato alla bocca di un cannone e accostatevi con la miccia: chi sa! Penserà il disgraziato, tutto è possibile… Ma leggetegli la sentenza di morte e lo vedrete piangere o impazzire. Chi ha mai detto che la natura umana può sopportare un colpo simile senza impazzire? E allora, a cosa può mai essere utile una pena così mostruosa? C’è solo un uomo che potrebbe chiarire questo punto; un uomo a cui abbiano letto la sentenza di morte e poi detto: “Va’, ti è fatta la grazia!”. Di un simile strazio ha parlato anche Cristo… No, no, la pena di morte è disumana, è selvaggia e non può né deve essere lecito applicarla all’uomo.

riflessioni

La pena di morte, da Socrate a Dostoevskij

Introduzione

Venerdì 29 Novembre si è tenuta presso il Comune di Carrara una seduta straordinaria del Consiglio Comunale in occasione della festa della Regione Toscana, che ricorda il 30 Novembre 1786, quando l’allora Granducato di Toscana, sotto l’illuminato governo di Pietro Leopoldo, divenne il primo stato nella storia mondiale ad abolire la pena e la tortura.

Una delegazione del Liceo Classico Repetti, l’attuale II B, ha partecipato alla seduta.

Ai ragazzi è stata offerta l’opportunità di presentare un elaborato di massimo quindici minuti sul tema, e dopo l’intervento del Presidente del consiglio comunale, del Sindaco e del presidente provinciale dell’ANPI, i ragazzi hanno presentato il loro lavoro.

Gli alunni di II B hanno scelto di esporre una presentazione sul ruolo della pena di morte nella storia, di come essa fosse già attestata con la Stele di Hammurabi, ma soprattutto come essa abbia privato, o rischiato di privare, il mondo di illustri personaggi, sia nell’antichità, che durante la storia contemporanea. I personaggi al centro dell’esposizione sono stati due: Socrate, uno dei più grandi filosofi dell’antichità ed uno dei padri della cultura occidentale, e Dostoevskij, la cui esecuzione di condanna a morte fu sospesa quando era già sul patibolo.

La pena di morte nell’antichità

di Rodolfo Bianchini, Alessandro Figaia, Vittorio Fiaschi, Enrico Franchini e Vittoria Molendi

Secondo gli studiosi, potrebbero essere state applicate sentenze capitali a chi veniva giudicato colpevole dai capi tribù già nella preistoria. In assenza di prove scritte, tuttavia, non tutti concordano con questa interpretazione, mentre c’è unanimità nell’indicare il codice di Hammurabi quale prima fonte di diritto nella quale fu esplicitamente indicata la condanna a morte.

Il 30 novembre del 1786 Pietro Leopoldo Asburgo-Lorena, granduca di Toscana, emanò il Codice Leopoldino, grazie al quale la Toscana divenne il primo stato al Mondo ad abolire la pena di morte.

Anche nell’antica Grecia venivano decretate condanne a morte. Nel mondo ellenico, infatti, crimini contro lo Stato, sacrilegi, omicidi premeditati, uccisioni dei genitori o altri parenti prossimi potevano essere puniti con la morte del reo.

Questa pratica ha privato il mondo greco anche di alcuni illustri cittadini, spesso condannati ingiustamente, primo fra tutti il grande filosofo Socrate.

Socrate fu condannato con due capi d’accusa: empietà, perché non aveva riconosciuto gli dei tradizionali della Polis, e corruzione dei giovani. Infatti, molti figli delle classi colte divennero discepoli di Socrate, imparando a dubitare delle credenze tradizionali e costituendo un pericolo per la morale. I responsabili dell’accusa furono Anito e Licone. In quel momento Atene viveva una fase delicata della vita politica: la democrazia era stata reintrodotta, ma al governo c’erano personalità corrotte, incapaci di fare gli interessi collettivi. Per questo, l’azione filosofica di Socrate lo rendeva un personaggio scomodo.

La morte di Socrate è l’evento meglio documentato della sua vita ed “il cronista” di questo evento è Platone, che lo descrive in due dialoghi: l’Apologia e il Fedone. Nell’autodifesa Socrate condannò la classe politica e difese la libertà di coscienza del filosofo. Per questo, Socrate diventerà il simbolo dell’intellettuale che non si sottomette al potere ma lo combatte. L’accusa condannò Socrate: molto probabilmente gli accusatori si sarebbero accontentati di allontanare Socrate dalla città e l’amico Critone lo avrebbe aiutato a fuggire, ma egli rifiutò ogni aiuto; ritenne che sottoporsi al processo rappresentasse il compimento della sua missione di educatore e di filosofo per continuare a seguire la giustizia, pur essendo stato condannato ingiustamente. Quindi con la sua morte, riaffermò la fedeltà alla legge.

(Dall’Apologia di Socrate XXV – XXVI)

XXV Concorrono molte ragioni, o cittadini Ateniesi, a non farmi sentire depresso per quanto è avvenuto, vale a dire per il fatto che mi avete giudicato colpevole: la cosa infatti non mi è giunta inaspettata e sono invece molto più meravigliato del numero dei voti che definiscono le due posizioni. Io infatti non mi aspettavo proprio che ci sarebbe stata una così piccola differenza, ma pensavo al contrario che sarebbe stata molto più rilevante. A conti fatti, come pare, se solo una trentina di voti fossero andati dall’altra parte, ne sarebbe derivata la mia assoluzione. A me pare dunque di averla spuntata con Meleto, non solo, ma una cosa almeno è chiara per tutti, che se Anito e Licone non si fossero fatti avanti per accusarmi egli, non avendo ottenuto la quinta parte dei voti, mi sarebbe stato debitore di mille dracme.

XXVI   Quest’uomo comunque reputa che io meriti la morte. E va bene; che pena vi proporrò da parte mia come contropartita, o cittadini Ateniesi? Non è evidente che proporrò una pena adeguata? Quale dunque? Quale pena fisica o pecuniaria mi compete, perché non ho fatto una vita tranquilla, trascurando le cose che interessano ai più, vale a dire la ricchezza e gli interessi familiari, nonché l’autorità, gli appelli al popolo, le varie magistrature, le consorterie e le fazioni politiche; perché, pensando di valere troppo per poter trovare la salvezza cacciandomi in mezzo a faccende di questo genere, non mi sono dedicato ad attività che, se avessi intrapreso, non sarei stato di alcuna utilità né a me stesso né a voi, ma, teso a fare il massimo bene possibile a ogni persona in privato mi sono dato, come io sostengo, a convincere ognuno di voi a non curarsi di nessuno dei suoi interessi prima che di se stesso, per diventare il migliore e il più saggio possibile, e non degli affari della città prima che della città stessa e in tutto ad agire secondo questo criterio; quale pena dunque mi compete, avendo agito così? Un premio, cittadini Ateniesi, se si deve fare una valutazione conforme alla verità secondo il merito, e precisamente un tipo di premio che vada bene per me. Che cosa dunque si confà a un uomo povero che vi ha fatto del bene, il quale ha bisogno di poter disporre di tutto il tempo per indurvi alla virtù? Non c’è più conveniente ricompensa, cittadini Ateniesi, che il mantenere un uomo simile nel Pritaneo, e a molto maggior ragione che se si trattasse di un vincitore con il cavallo, la biga o la quadriga alle Olimpiadi. Costui infatti ottiene che voi sembriate felici, mentre io opero perché lo siate veramente, e mentre lui non ha bisogno di essere mantenuto, io ne ho bisogno. Se dunque bisogna che io proponga una giusta pena secondo il merito, mi si configura come il mantenimento nel Pritaneo.

(Dal Fedone LXVI-LXVII)

E poi ancora gli premette le gambe. E così, risalendo via via con la mano, ci faceva vedere com’egli si raffreddasse e si irrigidisse. E tuttavia non restava di toccarlo; e ci disse che, quando il freddo fosse giunto al cuore, allora sarebbe morto. E oramai intorno al basso ventre era quasi tutto freddo; ed egli si scoprì — perché s’era coperto — e disse, e fu l’ultima volta che udimmo la sua voce, — O Critone, disse, noi siamo debitori di un gallo ad Asclèpio: dateglielo e non ve ne dimenticate. — Sì, disse Critone, sarà fatto: ma vedi se hai altro da dire. A questa domanda egli non rispose più: passò un po’ di tempo, e fece un movimento; e l’uomo lo scoprì; ed egli restò con gli occhi aperti e fissi. E Critone, veduto ciò, gli chiuse le labbra e gli occhi.

LXVII. Questa, o Echècrate, fu la fine dell’amico nostro: un uomo, noi possiamo dirlo, di quelli che allora conoscemmo il migliore; e senza paragone il più savio e il più giusto.