racconti brevi

Rubare la luce

di Sara Conti

Avevo 33 anni quando accadde. Avevo da poco accettato la cattedra come professore di francese in una piccola scuola del Vermont e la mia vita sembrava essere perfetta. Avevo una moglie, un figlio ed un cane. A scuola mi volevano tutti bene e sembravano sempre del mio stesso parere, per lo meno la maggior parte degli studenti. C’era un ragazzo, un certo Sebastian Verlac, lui pareva odiarmi; era sempre in disaccordo con me, ogni scusa era buona per dirmi che non sapevo insegnare e che avevo delle idee che spingevano i ragazzi a scrivere e pensare con banalità per essere più facilmente controllabili. Gli altri studenti mi difendevano sempre, ma, se da una parte ne ero felice, dall’altra continuavo costantemente a chiedermi se il loro gradimento non fosse altro che un atteggiamento egoistico per accaparrarsi voti più alti.

Dopo la fine della scuola avvenne un evento buio nella mia vita: venni derubato. Non avevo più nulla. Io ed i miei familiari eravamo finiti in mezzo ad una strada. Sbagliai, lo ammetto, ma mi sembrava talmente evidente che fosse stato il padre di Sebastian, che lo denunciai alla polizia senza alcuna prova. La famiglia finì in disgrazia, la madre iniziò a drogarsi e Sebastian si dovette trovare un lavoro per mantenersi e mantenere la madre, cosa che non gli permise di tornare a scuola l’anno successivo. Mi dispiaceva, ma, da una parte, ero contento che quel ragazzo non ci fosse; non pensate male, è solo che avere una persona che ti contraddice costantemente, ti dice che tutto quello che fai è sbagliato e neanche una volta ti fa un complimento è frustrante! Forse vi starete chiedendo come mai abbia denunciato il padre di Sebastian così velocemente, senza neanche esitare. Ve lo spiego subito: quel tizio era un poco di buono, costantemente drogato, uno di quei padri che dà sempre ragione ai figli, perciò non avevo dubbi.

Pochi mesi dopo fu identificato il vero colpevole ed il padre di Sebastian fu scagionato. Il ragazzo, però, continuò a non tornare a scuola ed a lavorare. Un giorno, un po’ dispiaciuto per l’accaduto decisi di andarlo a trovare all’officina dove lavorava. Quando arrivai lo vidi subito: un lord, altro che un meccanico. Sebastian era una persona elegante, con una grande cultura ed una grande passione per la lettura, ma era in disaccordo con me su alcuni argomenti ed idee politiche ed io, persona molto chiusa e per nulla aperta al cambiamento e alle rivoluzioni sociali, non lo ascoltavo o lo penalizzavo, forse sbagliando. Quando gli arrivai vicino, lui non si girò neppure, ma continuò ad aggiustare la sua gomma come se nulla fosse.

<<Sebastian, ciao…>> dissi.

<<Cosa vuole da me? Non le è bastato mandare in rovina la mia famiglia?>> mi rispose.

<<Sebastian mi dispiace tanto! Io…>>, ma mi interruppe dicendo: <<Perché proprio mio padre? È la persona migliore di questo mondo! Non avrebbe mai fatto una cosa del genere!>>

<<Mi dispiace ti ho detto!>>

<<A me le sue scuse non importano! A causa sua non ho potuto finire la scuola, mia madre ha iniziato a drogarsi, mi sono dovuto trovare due lavori e, cosa più importante di tutte, mio padre è rimasto in carcere due anni per un crimine che non ha commesso! Quindi adesso prenda e se ne vada, non la voglio più vedere!>>

<<Come sta tua madre? Va meglio la sua dipendenza?>>

<<SE NE VADA!>> mi urlò.

Dopo questo diverbio, non tornai mai più all’officina e nemmeno nel bar dove lavorava.

Passarono due mesi. A casa non era tutto rose e fiori: mia moglie aveva chiesto il divorzio e mio figlio, da quando aveva scoperto che cosa avevo fatto alla famiglia Verlac, non mi parlava più. Tutto stava andando a rotoli ed è proprio in questo momento che inizia la vera e propria vicenda.

Stavo tornando da scuola quando un sasso mi ruppe il parabrezza. L’impatto mi provocò la rottura del setto nasale. Non vidi l’aggressore in faccia, ma solo di sfuggita, mentre scappava. Portamento elegante, capelli scuri, molto muscoloso: doveva per forza essere Sebastian! Dopo essermi ripreso andai alla polizia e denunciai l’accaduto. Il poliziotto allora mi disse: <<Non sei stanco di addossare tutte le colpe a quella famiglia? Quel ragazzo è un santo, non lo farebbe mai!>>

<<E allora è stato il padre! Quel bastardo! Lo sapevo che non ci si poteva fidare di lui!>>

<<Fai come vuoi, denuncialo pure, io me ne lavo le mani!>>

Probabilmente vi sarete soffermati su quest’ultima frase. Ebbene sì, a Baumont, piccola cittadina in cui abito, è molto facile incastrare qualcuno, perché tutti se ne lavano le mani e poi emarginano i condannati, che siano stati imputati giustamente o ingiustamente.

Dopo la denuncia, la condanna di Sebastian ed il suicidio del padre, che non sopportava la vergogna, la famiglia ricadde in disgrazia, nuovamente per colpa mia. Mi sentii in colpa e provai a lungo a chiamare il penitenziario e casa Verlac, ma nulla.

Un giorno tornato a casa, esausto, mi misi a dormire.

<<Aiuto! Aiutatemi vi prego! Non ho fatto nulla, per favore!>>

<<Sebastian!>> gridai.

<<Ti sei preso la mia luce, ora io prenderò la tua!>>

<<Attento!>>

<<La pietra!>>

<<Sebastian!>>

Mi svegliai di soprassalto. Mi squillò il telefono. Era il penitenziario, anche Sebastian era morto.

Vidi a terra una scena atroce: mia moglie, sdraiata, nuda ed in una pozza di sangue. Mi avvicinai a lei e mi disse:<<È di là, salva Richard!>> poi chiuse gli occhi e morì. Corsi in camera di mio figlio, lui non c’era. Corsi in salotto, in cucina in bagno ed infine in balcone, niente. Quando tornai in camera per cercare di portare mia moglie all’ospedale o da qualche altra parte dove magari si potesse fare ancora qualcosa, trovai una scena raccapricciante: il dito di mio figlio, insanguinato ed avvolto in un pezzo di carta, sopra il mio cuscino. Nel pezzo di carta c’era scritto: “Hai preso la mia luce, ora io prenderò la tua!”

Non dormii per due settimane, mi comprai una pistola e mi trasferii a New York, mia città natale.

Un giorno, mentre passeggiavo per Central Park, mi squillò il telefono. Erano passati due anni dall’omicidio di mia moglie e dalla scomparsa di mio figlio e ormai non avevo più il terrore di andare in giro a piedi da solo o di rispondere al telefono.

<<Pronto?>>

<<Hai preso la mia luce, ora io prenderò la tua!>>

Buttai giù immediatamente. Corsi a casa, ma lei era lì. Non sapevo chi fosse, ma aveva un coltello in una mano e una pistola nell’altra.

<<Adesso lei verrà con me senza opporre resistenza>> mi disse.

<<Mai!>>

<<Lo dico a suo vantaggio, a me non costa nulla ucciderla direttamente.>>

A quelle parole, spaventato, le dissi: <<D’accordo.>>

Mi portò in una stanza buia, mi legò ad una sedia e iniziò a fissarmi.

<Che cosa vuole da me! Non ho fatto nulla, sono una brava persona!>>

<<Una brava persona?  Lei si è portato via la mia famiglia, mio figlio, mio marito, la mia sanità mentale! Ma ora sarà ripagato per tutto il male che ha commesso!>>

Si tolse la maschera. Era la signora Verlac.

<<Che ne hai fatto di mio figlio?>>

<<Richard? Oh non preoccuparti, lui sta bene lontano da te! Non è vero, Richard?>>

<<Ovviamente>> rispose mio figlio <<Ciao papà, quanto tempo!>>

<<Richard, allontanati! Quella è una pazza!>>

<<Non osare parlare così di mia madre! Hai capito bene! Lei è l’unica famiglia che mi rimane. La donna che mi ha cresciuto.>>

<<Richard, vuoi dire qualcosa a tuo padre prima di finire il nostro lavoro?>>

<<Sì. Padre, sei un idiota. La mamma ti tradiva, lei ha rubato tutto. Lo sapevi, ma hai preferito tacere ed incolpare delle persone innocenti! Adesso è il tuo turno! Ti lasciamo con due tuoi amici.>>

Lasciarono la stanza e solo in quel momento mi accorsi di quattro occhi che mi stavano fissando da lontano, nel buio: erano i due Verlac morti, tornati per prendersi la loro vendetta.

<<Potremmo ucciderti, se solo volessimo, così anche tu sapresti che cosa si prova, però vorremmo che tu scontassi le pene per cui entrambi siamo stati condannati ingiustamente.>>

La luce si spense e per il terrore svenni. Quando ripresi i sensi, mi accorsi che la stanza era piena di cadaveri insanguinati: erano i corpi di mia madre, mia sorella, mio fratello, mio padre, i miei zii, le mie cugine e la mia prima figlia, tutti orrendamente squartati ed accanto a me c’era un coltello insanguinato. Sconcertato, mi sdraiai a terra e piansi, piansi molto. Quando mi asciugai le lacrime, sentii da fuori della porta mio figlio e la signora Verlac che parlavano con qualcuno, ma non sapevo cosa stessero dicendo.

La polizia entrò velocemente, fui ammanettato e messo in carcere. Vi rimasi per circa trent’anni. Omicidio plurimo, questa fu la mia condanna; pensavo che, una volta uscito da lì, avrei scontato una condanna anche peggiore, emarginato e considerato da tutti un assassino, ma non fu così, fu peggio. Quando uscii dal carcere, Richard era lì fuori che mi aspettava. Sparò. Morii sul colpo e non ebbi più la possibilità di riscattarmi, la stessa possibilità che avevo vietato alla famiglia Verlac.

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