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Una nuova sfida per gli studenti del Repetti

di Rodolfo Bianchini

Le assemblee studentesche: una delle più belle e significative opportunità che ci ha donato l’ormai sempre più dimenticato e lontano Sessantotto.

Il COVID-19: un virus tremendo, che sta mettendo in ginocchio il mondo, che impedisce alle persone di aggregarsi liberamente insieme e quindi anche di partecipare alle assemblee studentesche.

“Come accordare le due cose?” mi sono chiesto durante le ultime settimane della scorsa estate, in vista dell’imminente rientro a scuola e consapevole di poter ancora dare qualcosa al Repetti e ai miei compagni nel mio ruolo di rappresentante degli studenti. È quindi sopraggiunta alla mia mente un’idea, probabilmente imperfetta e limitata, ma comunque l’unica veramente attuabile oggi per salvare le assemblee studentesche, sacrosanto diritto di noi studenti. Idea che definisco imperfetta e limitata perché priva l’assemblea delle sue più importanti peculiarità come momento di aggregazione e condivisione, le quali sono però qualità che il Covid impedisce di mantenere.

Ho pensato quindi, dopo un’attenta analisi della situazione, di proporre questo modello per l’assemblea di Ottobre: sarebbe stata diretta da me ed Alessandro Bianchi, rappresentante incaricato per surroga a settembre di quest’anno (che ringrazio per il supporto e la collaborazione), si sarebbe svolta in un’aula della scuola e sarebbe stata trasmessa su un canale Microsoft Teams, nel quale avrei inserito i professori in orario nelle otto classi in presenza (l’avrebbero quindi seguita insieme agli alunni, proiettata, dalle rispettive aule) e tutti gli alunni delle due classi in DDI (Didattica Digitale Integrata) che l’avrebbero seguita da casa.

Dopo aver portato all’attenzione della dirigenza questa modalità durante un Consiglio di Istituto ed aver ricevuto il consenso, ho richiesto l’assemblea per uno degli ultimi giorni di Ottobre, ma le misure contenute nel D.p.c.m. di domenica 25 ottobre, che imponevano alle scuole di limitare al 25% le attività in presenza, hanno stravolto tutta l’organizzazione precedentemente pensata e ci hanno obbligato ad un sofferto rinvio.

Deluso, ho continuato a lavorare e a provare nuove modalità, fino a quando ho scoperto la possibilità di creare canali Microsoft Teams con un massimo di trecento partecipanti: questo ci avrebbe permesso di trasmettere l’assemblea contemporaneamente a tutti gli studenti non facendo entrare estranei (cosa che può succedere utilizzando invece un link su una seconda piattaforma diversa da Teams), di poter registrare le presenze correttamente e, con speciali impostazioni, di negare la libera attivazione dei microfoni agli studenti in modo da poter dare loro la parola solo quando opportuno.

Con tutte queste premesse ho nuovamente sottoposto l’idea al Consiglio di istituto: è stata molto gradita e sono stato invitato a contattare i rappresentanti e i candidati delle altre due scuole del nostro istituto in modo da garantire a tutti gli studenti di non dover rinunciare all’importante momento di vita civile e democratica qual è l’assemblea studentesca.

Dopo che la dirigenza ha espresso nuovamente il suo parere favorevole, ho inoltrato la richiesta di assemblea per il giorno giovedì 26 novembre dalle 10 alle 13 alla segreteria didattica e, non appena è stata approvata, un tecnico della scuola ha creato il canale in cui ha inserito tutti gli studenti del Repetti e i professori in orario con funzione di moderatori.

Per quanto riguarda l’ordine del giorno, Alessandro Bianchi ed io abbiamo deciso di mantenere quello pensato per l’assemblea programmata ad Ottobre e di integrarlo con i discorsi dei candidati come rappresentanti degli studenti al Consiglio di Istituto, in vista delle imminenti elezioni. L’assemblea inizierà quindi con i discorsi dei candidati e con le domande del pubblico studentesco, poi continuerà con la proiezione di un video, già in programma per quella di Ottobre, che raccoglie una serie di interviste realizzate da alcuni alunni ai propri genitori relativamente al loro percorso di studi e alla loro professione. Quest’idea mi è stata proposta da Marialuce Lombardini (la nostra rappresentante al Parlamento Regionale degli Studenti della Toscana), come sempre preziosa, la quale riteneva interessante e utile introdurre il mondo del lavoro e della scelta universitaria a noi studenti: tutti, chi prima e chi dopo, dovremo affrontarla. Il suo pensiero è stato condiviso da Alessandro e da me e per questo motivo ci tengo a ringraziarla molto, pubblicamente.

Per quanto riguarda le interviste, sempre grazie all’aiuto preziosissimo di Marialuce, Alessandro ed io abbiamo trovato otto ragazzi disponibili ad intervistare il proprio padre o la propria madre, tutti esercitanti professioni diverse e con percorsi di studio differenti; inoltre abbiamo cercato di garantire che il numero di madri e padri fosse uguale in modo da dare un messaggio che potesse raggiungere tutti e sono orgoglioso di poter dire di aver conseguito anche questo risultato.

Ma la cosa che personalmente preferisco delle interviste è che nonostante tutto, nonostante lo svolgimento dell’assemblea in questa modalità, l’unica possibile, perda molti dei suoi valori, siamo riusciti comunque, proprio grazie a questo suo essere sui generis, a fare qualcosa di unico e probabilmente irripetibile: quando mai infatti otto genitori potranno venire tutti insieme a scuola la mattina, liberandosi dal lavoro, per parlare brevemente dei propri studi e della propria professione? Siamo stati in grado, e dobbiamo esserne fieri tutti noi come studenti del Repetti, di cogliere i limiti di questa situazione e di costruire su di essi un progetto fantastico. In un certo senso potremmo dire che ci siamo presi gioco del Covid: sempre nel rispetto delle misure, ma giocando con i suoi limiti stiamo dando vita ad un’interessante novità.

L’assemblea si concluderà poi con un momento che ci ricorderà i più belli di quelle dello scorso anno: la proiezione di alcune canzoni di Beatrice Caffaz, che ci tengo a ringraziare per la disponibilità sempre dimostrata e per l’assiduo impegno.

Ringrazio anche i ragazzi che hanno realizzato le interviste (che rimarranno anonime), la Dirigenza e tutti i professori che ci hanno sostenuto ed aiutato a dar vita a questo progetto, che spero possa essere continuato, con le opportune modifiche, per tutto l’anno.

E vorrei ringraziare gli studenti della mia scuola per essere quello che siamo, come una sola grande famiglia, che può dar vita per prima a meravigliosi nuovi progetti.

Il Repetti sta dimostrando anche in questa occasione il suo valore, la sua creatività e il suo forte senso di appartenenza.

Foto dall’archivio a.s. 2019/2020 – assemblea del 30 Gennaio 2020 – già pubblicata in Pov’ri fanti
Ospite dell’assemblea Nicola Codega
frammenti di pensieri

Trittico

di Anonimo del Sublime

Rampicante

La mia passione non è un fiore arbusto coltivato
in un vaso di accortezze e
acqua di tempo dedicato.
Bensì una forte edera, selvaggia
che si arrampica sul mio corpo
si prende le attenzioni e
della mia vita quanto vuole.
Non ha regole e costrizioni,
mi obbliga ad ascoltarla
anche nei momenti meno opportuni.
Scala la vetta della mia realtà costruendo
sotto di lei
con fogli sporcati palle scartate
una cima ancora più alta.
Io dietro la seguo
rincorrendola
per paura che un giorno cadrà
nei recessi della memoria
e che io
non sarò più capace di sorridere.

L’omino che scrive

Mi sento male perchè non riesco a scrivere
dove sei finito piccolo inventore?
Ti cerco da un po'
dietro gli occhi
tra le linee della mano
nella giungla di capelli.
Dove ti trovi?
Sai che se non scrivo soffro,
perchè mi torturi inutilmente?
Voglio imprimermi e librarmi sulle pagine
quindi ti prego arriva in fretta
prendi possesso del mio corpo
scrivi qualcosa che mi faccia fremere,
che mi faccia capire un altro pezzetto di me.
Distruggi ancora un po' la ceramica
rivelami a me stessa.

Soffio bianco

Preghiera soffiata fuori
come il ringhio di un felino
sussurrata all'alito
che la sospinge tutto intorno.
Gambe che cedono
mani immobili
nervi saldi che tremano.
Voce ferma che chiede
pretende
un risarcimento per la salute,
di sorrisi marci caduti .
Artiglio impresso sul mio fianco
che fa uscire fuori il respiro
e mi permette di sentire caldo.
Poesia non finita
uccisa sul nascere
bocciolo bloccato.
fantasie lessicali

Positivo

di Alissa Vacca

Enzo Positivo andò in ufficio e raggiunse il suo cubicolo. Scostò la sedia dalla scrivania e si lasciò cadere pesantemente su di essa. Si sentiva particolarmente stanco e spossato come se qualcuno gli avesse aspirato via la forza vitale. Da giorni una sensazione strana gli attraversava le ossa, una sensazione di… inutilità, come se il suo lavoro non fosse più richiesto.  

– Buongiorno Enzo -. Sentire il suo nome lo costrinse ad alzare lo sguardo per scoprire chi lo aveva chiamato.  

Jack Felice si sedette nel cubicolo accanto al suo, col suo solito modo di fare… beh, felice. – ‘Giorno – borbottò in risposta. – Ehi, c’è qualcosa che non va? – chiese l’amico che aveva notato un comportamento strano.  

I due si conoscevano da molto tempo: sin da quando i terrestri “inventarono” i termini “felice” e “positivo”, lavoravano nel reparto Italiano dell’Allegria, insieme a tutti i termini italiani che esprimevano qualcosa di bello o gioioso.  

Tutti i giorni, tutto il giorno, tutte le parole dovevano lavorare. Il lavoro era sempre lo stesso: supervisionare la Terra. Tutti i giorni, tutte le parole dovevano presentarsi al loro cubicolo perché gli umani potessero usarle e per donare la capacità di parlare ai neonati, infatti la puntualità era molto importante, a volte capitava che per un ritardo un bambino nascesse muto. 

Il loro mondo funzionava così. Nonostante fosse molto lontano dal pianeta Terra (o dall’universo in cui abitava in realtà), dipendeva totalmente da esso. Era nato da lui e senza morirebbe; se il Mondo delle Parole morisse nessun abitante di qualsiasi altro mondo sarebbe capace di parlare. Non il Mondo dei Vestiti, non il Mondo dei Colori, non il Mondo Primo (la Terra).  

Ogni parola assumeva il carattere del suo nome, Enzo Positivo era una parola positiva e felice normalmente, incapace di guardare il lato negativo di qualsiasi cosa, ma quel giorno non si sentiva in sé. Non si sentiva felice, speranzoso e baldanzoso. Qualcosa in lui non andava ma non riusciva a capire cosa.  

– C’è qualcosa che non va Enzo? – chiese di nuovo Jack, senza un briciolo di preoccupazione nella voce. Ovviamente non è preoccupato, pensò Enzo, il suo nome è Felice, non Preoccupato. 

– Sì… cioè no – rispose – tutto a posto – disse sorridendogli.  

– Ah bene, mi sembravi pensieroso, ma era strano visto che, sai, tu non pensi mai – disse il ragazzo sempre sorridendo e guardando lo schermo davanti a lui. Enzo corrugò le sue sopracciglia castane. Si sentiva… offeso? Preso in giro? No impossibile, si disse. Quelli non erano sentimenti per lui. Non erano i sentimenti fatti per Enzo Positivo. Semmai erano per Carla Offesa. Eppure il commento dell’amico lo aveva in qualche modo turbato, anche se Jack lo aveva detto senza peso.  

– Ehm ok – rispose semplicemente, consapevole di avere un’espressione disgustata sul volto. 

Anche quella giornata era finita. Finalmente si ritrovò a pensare Enzo. Gli era sempre piaciuto il suo lavoro, ma in quel momento non ricordava perché: doveva solo stare davanti a un computer (che mostrava quali conseguenze aveva il suo lavoro sulla terra) e cliccare un pulsante (ma non tenerlo premuto!) di cui non conosceva neanche la funzione. Come faceva a piacergli il suo lavoro? Aveva sempre pensato positivamente riguardo ad esso, ma ora non ci riusciva più. 

Cosa gli stava succedendo? 

Enzo Positivo si alzò e velocemente si vestì: si mise i suoi soliti jeans, una t-shirt e l’immancabile impermeabile beige. A passo svelto si diresse verso l’ufficio. Era un po’ in ritardo. 

Corse dentro e salì i gradini a due a due. Quando raggiunse il suo piano si trovò davanti una scena inaspettata. 

Due figure stavano togliendo la sedia dal suo cubicolo, la targhetta con il suo nome inciso, il computer. 

I due erano completamente vestiti di grigio e anche la loro pelle aveva una tonalità dello stesso colore. Non erano parole, ma un’altra specie. Enzo ne aveva sentito parlare ma non li aveva mai visti. 

– Che sta succedendo? – chiese allarmato mentre si avvicinava alle due figure, che però, impassibili, non risposero, ma continuarono semplicemente a spostare le sue cose.  

Uno dei due alzò lo sguardo. I suoi occhi erano di ghiaccio, completamente vuoti. Quando incontrarono quelli di Enzo ebbe un brivido come se qualcosa di viscido gli avesse toccato la schiena. 

– Alba Sovrana vuole vederti – disse con una voce atona che non lasciava passare alcun sentimento, come se non ne avesse mai provati prima.  

– Alba Sovrana? – ripeté stupefatto. Alba Sovrana era il capo del reparto italiano di tutte le categorie di parole. Lei non voleva mai ricevere nessuno. Beh, quasi nessuno. – Perché? – domandò, quasi intimorito – Non gliel’ho chiesto. Seguimi! –

Positivo eseguì l’ordine e seguì quella parola, no, non è una parola, ricordò a se stesso.  

Raggiunsero l’attico del palazzo. Una porta di vetro dava sull’ufficio di Alba. All’interno una donna dai capelli rossi stava guardando dalla finestra la città sottostante, dando le spalle alla porta dell’ufficio.  

– Mia signora – disse l’essere per farsi notare da lei, che elegantemente si voltò. Fece un sorriso rassicurante a Enzo prima di invitarlo a entrare – Prego entra, abbiamo delle cose di cui parlare -. Lui fece quello che gli era stato chiesto e, in seguito a un segno di permesso della donna, si sedette su una poltroncina.  

– Perché mi ha convocato? – domandò, diretto ma educato. La donna si sedette di fronte a lui prima di iniziare a parlare – Sai qual è il significato del tuo nome, signor Positivo? – 

– Certo che lo so, significa speranzoso, è uno dei significati buoni, infatti vengo dal reparto Allegria… –  

– Sai tutti i significati del tuo nome? – l’uomo ci pensò su ed esitando rispose: – Suppongo di no ma… a chi importa? Io rappresento solo il significato principale del mio nome – 

– Esatto. – annuì – Ma il principale significato del tuo nome sta cambiando, il Mondo Primo sta attraversando una pandemia e non usano più la parola positivo… in quel senso – spiegò.  

– E allora in quale? – domandò confuso – Quando un umano contrae il virus che ha causato questa pandemia risulta positivo al virus, le persone comuni iniziano ad odiare quella parola e tendono a usarla sempre meno. Adesso si usa principalmente per parlare del virus. Il primo significato della tua parola Enzo, sta morendo! – 

Il primo significato…sta morendo

Aveva sentito parlare di parole morte, ma mai di parole di cui un solo significato muore. Quali conseguenze avrebbe avuto su di lui? 

– Quindi? Cosa succederà? Perché stavano togliendo la mia roba dal mio cubicolo? – domandò.

– Verrai spostato di reparto – 

– Cosa?! – non poteva crederci. Alba si morse il labbro – Andrai nel reparto della sanità, buona fortuna – concluse e si alzò, rivolgendosi nuovamente alla finestra. – Sarà permanente? – chiese sconvolto, confuso su ciò che sarebbe successo. 

– Non lo so, ma… ricorda che non è solo la Terra a cambiare il nostro mondo, anche il Mondo delle Parole, se lo vuole, può fortemente influenzare la Terra, tu solo… sii positivo! –   

Se ne andò sotto il suo ordine e seguì l’essere grigio fino al reparto Sanità per sedersi alla sua nuova postazione.  

Il lavoro era appena iniziato. 

Si annoiò. La giornata stava diventando molto pesante e noiosa, non solo perché il suo nome aveva cambiato significato, ma perché l’atmosfera era molto più tetra e seria di quella che c’era in reparto Allegria. E gli mancava Jack, anche se l’ultima volta era stato sgarbato con lui.  

Continuò a schiacciare quel grande pulsante rosso davanti a lui con monotonia, poi sentì uno strano rumore che lo fece voltare di scatto. Davanti a lui stava un ragazzo vestito all’antica.  

– E tu chi sei? Dovresti essere alla tua postazione… – disse Enzo. Il ragazzo sembrava non capire che si stesse riferendo a lui, allora insistette: – Ehi, dico a te!-. 

Maria Farmacia lo guardò stranita prima di riconcentrare il suo sguardo sul computer di fronte a lei. 

Il ragazzo si voltò verso Enzo e spalancò gli occhi, stupefatto -Tu… tu puoi vedermi? – domandò con la sua voce giovane. – Certo che posso vederti! – disse come se fosse ovvio. 

– Oh, non è un buon segno amico… – proferì mentre squadrava l’uomo in impermeabile.  

– Perché? Qual è il tuo nome? –

– Io sono Luca. Luca Ligiare – rispose. Enzo non aveva mai sentito quel nome. Era confuso. 

– Sono una parola morta – spiegò. 

Il primo significato…sta morendo. Gli ritornarono in mente le parole di Sovrana. 

Guardò il pulsante di fronte a lui, l’artefice di tutti i suoi dubbi. – Tu sai a che cosa serve il pulsante? – chiese a Luca. Il ragazzo puntò lo sguardo sul grande oggetto scarlatto che si trovava sulla piccola scrivania.  

– Sì, a dire il vero – disse – serve per dare la possibilità agli umani di usare la tua parola, cliccandolo un certo numero di volte loro potranno usare la tua parola un certo numero di volte, ma se tu ti distrai, come stai facendo adesso, la useranno di meno e utilizzeranno altri sinonimi. Ma a volte non importa quanto tu prema il pulsante, le persone smettono di usarti lo stesso e… diventi come me! – spiegò, un po’ malinconico. 

– Cosa succede se lo tengo premuto? –

– Infrangi una delle regole basi –

– E quindi? – 

– Beh, non lo so, c’è solo un modo per scoprirlo… – 

Entrambi guardarono il pulsante per svariati secondi prima che Enzo Positivo abbassasse la mano su di esso. 

Lo tenne premuto. 

Aspettarono qualche secondo. – Quindi? – Luca come un bambino impaziente – Non è successo niente, mi aspettavo qualche catastrofe –

– Aspetta, guarda – puntò il dito sullo schermo davanti a lui.  

In poco tempo il numero dei positivi sulla terra crebbe a dismisura.  

Ricorda che non è solo la Terra a cambiare il nostro mondo, anche il Mondo delle Parole, se lo vuole, può fortemente influenzare la Terra. 

Le parole della Sovrana gli ritornarono in mente vivide come non mai.  

– Ho capito! – disse alzandosi in piedi di scatto. 

– Io devo tenere premuto il pulsante! – esclamò, quasi urlando.

– Ehm, sei sicuro? Non mi sembra che l’ultima volta abbia giovato molto agli umani – disse la parola morta. Stava facendo ironia? 

– Sì, questa volta avevo sbagliato pulsante… so cosa devo fare – corse verso l’uscita di quel reparto e si diresse al reparto Allegria. Percorse la strada familiare che lo condusse alla sua vecchia postazione. 

– L’umanità ha solo bisogno di una grande dose di positività! – 

…Sii positivo 

Calò la mano sul pulsante. 

Lo tenne premuto. 

frammenti di pensieri

Punti di vista

di Anonimo del Sublime

Povero il minotauro
rinchiuso e disperato
perso,
in un labirinto di ombre
di ultimi respiri
che riecheggiano e scontrano
in clamori di scudi e armature.
Orrori cuciti nella memoria
sanguinose scene di disperazione
senza l'amore alcuno
dentro muore.
Arriva un giorno l'angelo della morte
lo strappa a quel supplizio
non gli importa
se l'ha chiamato mostro,
gli vuole bene comunque
essendo l'unico ad avergli dimostrato
pietà.
frammenti di pensieri

Passeggiata autunnale

di Anonimo del Sublime

Il sorriso cattivo sulle labbra
ghigno del puma che ha appena finito di cacciare,
sinuoso e peccatore
portatore di tutti e sette.
Chiamato per alleviare il dolore
e aromatizzare la felicità
con l'agrodolce.
Vago solitaria sulla strada
che ha troppi bivi e stop.
Siedo stanca in mezzo
aspettando
che lo scenario muti ancora.

fantasie lessicali

Incontro tra Positivo e Meditabondo

di Emanuele Tonarelli

Un bel giorno Positivo andò dall’anziano Meditabondo nella landa delle parole in disuso per chiedere consiglio su come non morire. 

Arrivato alla casupola bussò, ma nessuno rispose. Allora Positivo pensò: “Starà meditando, bussiamo più forte”. Allora bussò e si sentì una voce provenire dal primo piano che disse: “Sali, è aperto!” 

Arrivato nella sala del Meditabondo, Positivo domandò: “Caro amico di un tempo, come faccio a non svanire nel mio significato sincero? Oggi tutti mi associano a una cosa brutta chiamata Virus e nessuno mi usa mai per buon auspicio, cosa devo fare?”

Meditabondo rispose: “Mio caro compagno, ordunque io non posso dir nulla a riguardo, perché colui che hai davanti è già andato in disuso per la mancanza di meditazione tra gli uomini contemporanei e io passo ormai le mie giornate a meditare in questa casupola di campagna. Mi sono rassegnato al fatto che la lingua si trasformi e i termini come me siano destinati a decadere o ad essere usati da pochi uomini di nicchia.” 

Positivo, rassegnato, ringraziò e tornò a casa pensando a quello che l’anziano gli aveva detto. 

Dopo qualche giorno di riflessione comprese che, passata questa fase di negatività, data dal Covid, sarebbe stato di nuovo usato come prima e avrebbe potuto rivivere, adoperato come termine benevolo e finalizzato a descrivere qualcosa di bello e per l’appunto “positivo”.             

fantasie lessicali

Incontro tra Positivo e Esiziale

di Chiara Giovannacci  

Nessuno penserebbe mai che le parole possano vivere e dialogare come facciamo noi, ma fidatevi, non è così. Le parole vivono, interagiscono tra di loro per formare delle frasi e, talvolta, vengono anche dimenticate. 

Esistono parole molto antiche, parole che hanno subìto delle trasformazioni col passare del tempo e parole nate da poco; parole uguali con più significati o parole diverse che hanno lo stesso significato; parole che esprimono lo stesso concetto, ma che si dicono in modi diversi a seconda del paese in cui vengono usate e addirittura parole inventate. 

La loro salute dipende dalla loro fama: più le parole sono famose, più vengono usate e più vengono usate, più è basso il rischio che vengano dimenticate. 

Questo è il caso della parola “Ciao”, una delle parole più usate, che vive da moltissimi anni e molto difficilmente in futuro scomparirà. 

Nel 2020 anche un’altra parola ha acquisito molta notorietà: stiamo parlando del termine“Positivo”, una parola che indica ottimismo e speranza e che non avrebbe mai immaginato che la sua popolarità si sarebbe rivelata la sua più grande rovina. 

Nell’immenso mondo di Logolandia le parole giocano, parlano e scherzano tra di loro. 

Sopra la loro testa si trova un contatore che indica la frequenza del loro utilizzo. Le parole più utilizzate si divertono a sfoggiarlo alle altre parole, mentre le parole più particolari o meno conosciute preferiscono rifugiarsi sulla riva del mare, dove nessuna si reca mai per una passeggiata perché troppo impegnate a competere tra di loro. 

Positivo inizialmente era una parola come un’altra, che non ambiva ad essere famosa, ma che nemmeno era a rischio di scomparire. Inaspettatamente, verso i primi giorni di marzo, il suo contatore iniziò a salire e quella che sembrava una divertente coincidenza, in pochi giorni si rivelò una certezza: Positivo stava diventando una delle parole più utilizzate nel territorio italiano e il suo contatore non si sarebbe di certo fermato! 

Se in un primo momento si era fatta moltissimi amici e veniva ammirata e invidiata da molti, col passare dei mesi l’unica cosa che sperava era che quel contatore si bloccasse perché il bellissimo significato che portava all’inizio ora dava l’idea di una persona affetta da un terribile virus. Gli amici le voltarono le spalle e chi prima la detestava ora aveva avuto l’occasione per cacciarla. 

Positivo, perciò, lasciò la città e per trovare un attimo di tregua si recò in spiaggia, dove la leggera brezza e il canto dei gabbiani le placarono l’angoscia e la convinsero a non abbattersi: lei era Positivo, una parola che indicava innanzitutto speranza e ottimismo, non si poteva affliggere così! Mentre camminava sulla battigia scorse in lontananza un tale che scagliava dei sassi sull’acqua facendoli rimbalzare. 

Positivo non aveva memoria di averlo mai visto in città, si avvicinò a lui ed egli si voltò di scatto spaventato. <<E lei chi è?! Come si permette di avvicinarsi così?! Mi stia l…>> Ma le sue parole si spezzarono quando lo sguardo si poggiò sul contatore di Positivo. 

<<Non avevo mai visto un contatore così alto>> Disse sbiancando con voce tremante. << È sicuro di sentirsi bene? Posso aiutarla?>> Chiese Positivo preoccupata. <<Io sono Positivo, penso che mi conosca già, in città non si parla che di me…>> 

<<Oh no, in città non ci torno più.>> Ribatté guardando in basso. <<Io sono Esiziale, porto significati terrificanti, come “irreparabile”, “rovinoso” e addirittura “mortale”, ma per le persone è come se non esistessi. Inizialmente avevo un grande fascino, infatti venivo apprezzato e usato, ma col tempo tutti hanno iniziato ad odiarmi per i significati tragici che avevo, il mio contatore è sceso e da allora mi nascondo sempre qui. Poi con la pandemia che è scoppiata le persone hanno ripreso a ribadire il concetto che porto, ma utilizzando sempre e solo sinonimi banali come “terribile” o “spaventoso”, facendomi sentire ancora più inutile.>> 

<<Ah capisco…>> Fece per consolarlo Positivo.  <<No, non puoi capire! Il tuo contatore è altissimo, il mio a breve arriverà a zero e svanirò come svanisce la schiuma in questo mare che da anni mi accoglie.>> Si accasciò a terra preso dallo sconforto. 

Abbracciandolo Positivo affermò << Finché ci sarà anche solo una persona che continuerà ad utilizzarti, tu non verrai dimenticato e quella persona sarò io, puoi contarci.>>

Le due parole, ormai diventate amiche, si strinsero scambiandosi un immenso sorriso. 

<<Anche la mia è una situazione “esiziale”.>> Dichiarò Positivo. I due, allora, si sbellicarono dalle risate, vedendo con piacere che il contatore di Esiziale era salito di 1. 

<<L’unica cosa che vorrei è che quando gli uomini pensano a me e mi utilizzano lo facessero solo per manifestare auspicio, fiducia ed entusiasmo. A causa della pandemia che anche a te provoca non pochi problemi, ora vengo associata solo al campo della medicina e, quando pensano a me, mi collegano sempre e unicamente al risultato di una diagnosi, purtroppo, affermativo. Così facendo il mio contatore è cresciuto a dismisura e ora chiunque trema a sentir nominare il mio nome. Temo che di questo passo, una volta vinta la pandemia, nessuno mi utilizzerà più per evitare di ricordare questi difficili giorni.>> 

Esiziale le diede una pacca sulla spalla e prese la parola <<Proprio tu, Positivo, affermi queste cose avvilenti? Il compito di diffondere il nostro significato spetta solo a noi, non possiamo di certo tirarci indietro, vedrai che tra un po’ tu recupererai il tuo significato originale ed io non scomparirò completamente! Sono “positivo”!>> 

Ancora una volta non riuscirono a trattenere le risate e il “+1” apparso sulla testa di Positivo confermò le parole di Esiziale strappando un sorriso ad entrambi. 

I due amici da quel giorno si incamminarono determinati a divulgare i propri nomi, salvaguardando i preziosi significati che portano, con l’intento di non farli mai dimenticare a nessuno. 

fantasie lessicali

Incontro tra Positivo e Ceruleo

di Mauro Benedetti

Una mattina Positivo aveva deciso di recarsi al bar del piccolo paesino dove abitava. Quel giorno era mogio, abbattuto, sembrava che la bella giornata non lo rallegrasse per niente e mentre camminava continuava a sbuffare. 

Arrivato alle porte del locale decise di entrare e, ordinata la consumazione, cercò un posto in cui sedersi; tutti i tavolini erano occupati, ne vide solo uno, con una sedia libera, dove era seduto un anziano signore. Avvicinatosi gli chiese se poteva sedersi: “Certo, non ci sono problemi.” rispose il vecchio. Nel frattempo era arrivato il cameriere con l’ordinazione: un bicchiere colmo di Rum. 

“Non crede sia troppo a quest’ora del mattino? Le farà male così tanto alcool!” disse l’anziano. 

“Vede, oggi è una brutta giornata, devo tirarmi su di morale…” rispose Positivo. 

“Ah, capisco. Le consiglio di parlarne invece di bere; se vuole può spiegarmi, io non ho niente da fare. Piacere, mi chiamo Ceruleo. Cos’è che la rende così negativo? Mi sembra triste.”  

“Piacere mio, ha perfettamente ragione, seguirò il suo consiglio, sono Positivo…” 

“Aspetti aspetti, non vorrà mica dire che lei è positivo al Virus…”  

“Ecco, lo sapevo! Certo che no! È per questo che sono triste, oramai tutti mi ricollegano a questa maledetta pandemia, appena mi presento scappano. Un tempo ero una parola con significato rispettabilissimo: volevo dire buono, migliore, bello; significavo inoltre sensato e fondato. Ora tutti credono che sia unicamente legato al peggiore dei miei significati, cioè positivo in medicina, dove un individuo è positivo se gli esami fatti rilevano delle anomalie o la presenza di malattie.”  

“Non me lo dica, le chiedo una cosa semplicissima, come descriverebbe il cielo oggi?” chiese scherzando Ceruleo. 

Positivo rispose distrattamente, cercando di calmarsi dopo l’irritazione precedente, dicendo: “Boh, non saprei, azzurro e terso.” 

Strofinandosi la mano sulla fronte Ceruleo sospirò rassicurando Positivo, affermando che la sua situazione l’aveva vissuta molti anni prima: “Guardi, ci avrei scommesso che avrebbe detto questo, dicendo terso ha dimostrato che lei è una persona colta e non ignorante. Rispondendo azzurro ha accertato, però, che stiamo continuando un processo iniziato decine di anni fa. Anche io ero un aggettivo molto usato: significavo azzurro, tutti si complimentavano con me dei miei occhi…” 

Tirandosi giù gli occhiali diede alla luce degli occhi chiarissimi, li definì cerulei. Affermò, tristemente, che adesso tutti li definivano azzurri, un aggettivo nella sua opinione scontato ed aberrante, lui odiava questo termine. 

Ceruleo continuò il discorso dopo aver asciugato le poche lacrime scesegli dopo l’esternazione “Positivo, tu sei ancora giovane, ascolta il mio consiglio: dopo questa pandemia rivendica il significato del tuo nome, non vergognarti mai di ciò a cui le persone lo accomunano, fallo ritornare alle sue naturali origini. Scusami ancora se prima anche io sono sobbalzato alla tua presentazione.” 

“Si figuri, comunque siamo pari visto che anche io ho confuso il significato del suo nome. Però sono contento che questo processo di estinzione dei termini sia rivolto solo a poche parole.” 

In quel momento si verificò un avvenimento che fece girare tutta la stanza, un ragazzino aveva accidentalmente fatto cadere molte pinte di birra; Ceruleo che era un cliente abituale del bar disse che quella era una cosa che accadeva fin troppo spesso, specificò che quel bambino era sbadato e maleducato.  

Mentre il padrone del locale accompagnava via il bambino, egli passò nelle vicinanze del tavolo dei due, oramai, conoscenti.  

“Che discolo questo bimbo.” disse Ceruleo. 

“Discolo? Non è un’espressione tipicamente ignorante? Ceruleo, dai suoi modi non credevo che usasse questi termini.” replicò Positivo. 

“Positivo, credo che il problema dell’estinzione delle parole non sia così ristretto. Discolo non è un’espressione solo dialettale ed ignorante, si trova nei più illustri vocabolari e significa scapestrato.” 

“Ah, non credevo intendesse ciò. Effettivamente non ha torto, mi rallegra sapere che anche altre parole sono nella mia stessa condizione ma, allo stesso tempo, mi rattrista sapere che molti vocaboli della lingua italiana andranno via via sfumando con il passare degli anni. Anzi dei lustri…un’altra parola!” 

Ceruleo scoppiò a ridere e successivamente, tornato serio, annuì con negatività dicendo: “Dopo questa conversazione ho capito una cosa: tutti dovremmo provare e riesumare queste voci sommerse dal tempo…” 

Da quel giorno Positivo e Ceruleo non si rincontrarono più, ma entrambi continuarono con la loro missione personale di salvaguardia di questi termini in via di estinzione.  

riflessioni

Sono positiva

di Elisabetta Molendi

Sono positiva.
Sì, mi ritengo una ragazza positiva, sono fiduciosa nel futuro, credo che ogni giorno
ci possa regalare qualcosa di speciale e di nuovo da scoprire, conoscere e
apprezzare.
Credo negli altri, nelle relazioni autentiche, nella amicizie sincere, nella condivisione
di esperienze. Ho fiducia, non mi soffermo all’apparenza, mi piace capire i diversi
punti di vista, ascoltare le motivazioni e confrontare le argomentazioni per scegliere
in libertà!
Sono positiva, mi piace pensare che attraverso comportamenti corretti, virtuosi e
responsabili noi giovani riusciremo ad avere maggiore rispetto per l’ambiente, a
limitare le emissioni di anidride carbonica per restituire al nostro pianeta la dignità che troppe volte gli abbiamo rubato.
Sono positiva.
Oggi purtroppo con questo termine abbiamo ristretto tutto il campo di significato,
dietro questa parola si nasconde un’accezione nuova e spaventosa: covid-19,
pandemia.
Uscendo con gli amici, per strada, sugli autobus, questa parola si rincorre, si
appoggia tra le labbra sprezzanti dei negazionisti, si affaccia negli sguardi spaventati
e malinconici dei nonni, rotola nei comportamenti indisciplinati e scorretti degli
adolescenti che non ritengono utile rispettare le regole del distanziamento. Questo
termine esce puntuale in televisione, scandito dai giornalisti accompagnato da unità
numeriche e spesso associato alla parola morte.
Anche la scuola ha cambiato la sua fisionomia, dove sono finiti i lavori di gruppo, le
battute e le riflessioni con il compagno di banco? E la complicità, i sorrisi, il contatto fisico?
Siamo tornati a scuola in presenza ma distanti, con l’ansia continua di commettere
errori e di infrangere regole. Da alcune settimane abbiamo attivato la didattica a
distanza che, se dovessimo definirla con un termine obsoleto, potrebbe essere
clausura o in modo più simpatico gattabuia.
Siamo tutti in gabbia, le nostre confortevoli case ci stanno opprimendo.
In questo momento è difficile continuare a guardare il mondo e la vita con fiducia,
prevale la paura di essere contagiati e soprattutto di trasmettere il virus alle persone
che più amiamo. Mio papà è medico e ogni giorno ritornando dal lavoro ci rende
partecipi della situazione nell’ospedale, ci ricorda l’importanza del distanziamento e
della protezione personale attraverso le mascherine che nascondono i nostri sorrisi.
Ridiamo con gli occhi, ci salutiamo con il gomito, mi mancano i suoi abbracci, la
vicinanza, il contatto e quelle carezze che mi hanno aiutata ad essere una ragazza
positiva.

riflessioni

L’amor cortese

di Giulia Eschini

Ah, l’amore cortese! Magari ci fossero certi ideali di questo sentimento anche al giorno d’oggi. La fin’amor, l’amore perfetto, mi ha decisamente colpita ed affascinata con le sue caratteristiche dolci e quasi disperate. “Il poeta si pone in un atteggiamento di inferiorità”: non sono pienamente d’accordo con ciò, poiché penso che in una coppia le due componenti debbano essere equilibrate, però mi ha stupita il fatto che il poeta si ritenga inferiore e faccia prevalere la donna amata, quasi a venerarla come una dea. Al tempo d’oggi una cosa del genere mi appare bizzarra: non credo che né uomo né donna debbano essere inferiori l’uno all’altro. Inoltre mi ha affascinato il fatto che la donna amata dal poeta sia la più bella fra tutte, quindi che lui abbia occhi solo per lei. Ma la cosa che più apprezzo e che vorrei che ci fosse anche al nostro tempo è senza dubbio la gentilezza, la cortesia e il rispetto verso la persona che si ama. Quest’ultimo oggi purtroppo è venuto molto a mancare, non solo verso donne o ragazze, ma verso chiunque. In una relazione, ma anche nella vita quotidiana, bisogna trattare il prossimo con il massimo della gentilezza. Uomo o donna che sia, ci si deve relazionare al meglio con il proprio partner.

Tra i dodici comandamenti dell’amore stilati da Andrea Cappellano sono completamente d’accordo con quello che chiede di evitare menzogne: in tutte le relazioni sane una delle prime cose che deve essere presente è la sincerità. Molti chiedono fiducia, sì, ma essa va conquistata tramite la sincerità. Perché mentire al proprio partner? Non lo trovo giusto e rispettoso, inoltre è controproducente: una coppia basata su bugie è, mi dispiace dirlo, destinata a durare ben poco. Anche il senso del pudore e la questione di non dover mai sopraffare la volontà dell’altro sono due punti che ritengo fondamentali, in particolare il secondo. Ormai il rispetto verso il corpo dell’altro sta diventando sempre più scarso e certe persone, più che altro ragazzi, non comprendono che quando qualcuno dice “no” è “no”. Ad una persona possono andare bene determinate cose, ma può anche avere dei limiti e questi vanno rispettati. Il consenso prima di tutto.

Non c’è qualcosa nell’ideologia provenzale su cui io non sia d’accordo, forse solo il fatto del potersi innamorare senza mai aver visto quella persona mi lascia in dubbio: sono dell’idea che innamorarsi senza mai aver avuto a che fare con qualcuno sia impossibile, si può rimanere affascinati, ma non credo sia vero amore. O forse è possibile innamorarsi di una persona conoscendone anche solo il carattere e la personalità, senza mai averla incontrata dal vivo. Credo sia la forma più pura di amore: amare qualcuno non per il suo aspetto esteriore, ma per quello che ha dentro, tutta la sua storia, le sue battaglie, le sue idee, i suoi progetti, le sue passioni, il suo essere semplicemente se stesso. Quando si conosce a fondo un altro individuo e ci si innamora di ciò che è e non di ciò che mostra, allora l’aspetto esteriore passa in secondo piano e si scopre una nuova forma d’amore, unica, raffinata, intima e profonda.