fantasie ecologiche

Le città invivibili – Buildopoli

di Chiara Giovannacci

L’ultima città visitata da Marco Polo durante il suo viaggio è Buildopoli.

A Buildopoli ognuno, da un giorno all’altro,  può decidere di far costruire la propria casa invadendo lo spazio di altre persone, senza preoccuparsi di scaturire reazioni negative da parte dei vicini, che a loro volta si trovano lì abusivamente.

A Buildopoli è facile sfuggire ai controlli: ogni giorno le guardie diminuiscono sempre di più e sono sempre più corrotte; anche le loro istituzioni sono state costituite senza il consenso delle autorità!

I Buildopoliani non hanno intenzioni cattive, (anche se non ci rimangono male ad evadere le tasse locali!) ma lo fanno per una certa mania di possesso: più territorio “conquistano”, più si sentono potenti, ma non capiscono che tra poche decine di anni il paesaggio sarà totalmente alterato, le piante che fanno da argine a frane e smottamenti non saranno più sufficienti e le loro abitazioni saranno distrutte da calamità naturali che distruggeranno non solo il territorio circostante, ma causeranno anche diverse vittime.

Per non parlare dei terreni che non riusciranno più a far defluire l’acqua, creando terribili allagamenti oppure dell’eccessivo aumento dell’anidride carbonica che contribuirà ad aumentare l’inquinamento, a causa della mancanza di alberi.

Buildopoli è proprio come una costruzione di Lego: tanti mattoncini accatastati uno a fianco all’altro che possono crollare drasticamente al primo colpo!

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Le città invivibili – Claudia

di Camilla Bruschi

La città di Claudia è una metropoli all’avanguardia dal punto di vista tecnologico, economico e degli spostamenti. Ingenti somme di denaro sono investite nell’industria, che lavora instancabilmente, facendo un utilizzo sconsiderato di petrolio e altri combustibili fossili; le parole d’ordine sono modernità, efficienza e guadagno, anche a costo di danneggiare l’ambiente. Infatti le intense attività umane provocano un’eccessiva e continua emissione di anidride carbonica, la quale influisce negativamente sul clima della città, che ha subito un innalzamento considerevole delle temperature negli ultimi anni. A causa appunto delle temperature estreme, che oscillano fra i 55 e 65 gradi nei mesi estivi e fra i 30 e i 40 in inverno, Claudia è da anni invivibile. I cittadini, anziché investire il loro esteso patrimonio nella risoluzione della questione climatica, preferiscono continuare ad arricchirsi e mantenere un tenore di vita elevato, ignorando il problema e aggravando di conseguenza la situazione. Al fine di contrastare in qualche modo l’emergenza, sono stati progettati degli ‘’auto-rinfrescanti’’, ovvero spray composti da soluzioni chimiche efficaci contro il caldo, inizialmente utili ma poi controproducenti perché il clima ha subito un ulteriore incremento delle temperature (proprio a causa dell’inquinamento dovuto alla produzione di questi strumenti).

Claudia sembra non avere speranze e il caldo terribile comincia ad avere tragiche conseguenze: coloro che risiedono in periferia e non possono permettersi un impianto di rinfrescamento decedono piano piano. Essendo la maggior parte di queste persone dipendenti e operai delle principali fabbriche e ditte della città, le stesse aziende iniziano a dover guardare in faccia il problema, data la sempre più consistente mancanza di manodopera. Che questo evento scateni il preludio del cambiamento? Sfortunatamente non possiamo ancora saperlo ma continuiamo a sperare fermamente che si trovi una soluzione per la sopravvivenza di tutti i cittadini e del nostro Pianeta.  

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Le città invivibili – Linda

di Matteo Maggiani

La città di Linda è quella città dove nessuno vorrebbe mai vivere: l’aria è costantemente inquinata e maleodorante, di conseguenza il fetore è insopportabile, le strade sono inoltre coperte da buche che sembrano voragini e che le rendono impercorribili, in più gli abitanti vivono con il costante rischio di sprofondare insieme a tutte le costruzioni per il sottosuolo instabile. Tutto questo a causa del sistema fognario che viene esteso di giorno in giorno; ai problemi esistenti si aggiunge il fatto che alle persone non interessino i rischi che corrono come per esempio: gli incidenti stradali a causa delle buche, gli odori e i gas nocivi che respirano provenienti dalle fognature, ed infine il più pericoloso rischio, quello di morire per lo sprofondamento della città a causa dell’eccessivo numero di tombini che rendono inesistente il sottosuolo, costituito ormai solamente da tunnel. Tutti continuano a comportarsi insolentemente e con indifferenza di fronte alla situazione, in più i cittadini continuano a gettare gli oggetti per strada, che vanno inevitabilmente a finire nei tunnel sotterranei, così il numero di rifiuti aumenta nonostante gli abitanti siano sempre di meno a causa della morte di una parte della popolazione per le scarse condizioni igieniche.

Questa città non potrebbe continuare la sua esistenza se non esistessero gli “operai” addetti alla costruzione di nuovi tunnel fognari, ma essi sono anche, a lungo andare, la causa dell’inizio della fine perché causano l’instabilità del suolo. Nessuno ha mai visto un “operaio fognario” perché secondo gli abitanti di Linda questi addetti alle fognature sono delle creature di cui non si sanno le origini, che abitano all’interno di esse da secoli, dalle quali non escono mai ed ogni giorno ne costruiscono di nuove per far spazio ad altri rifiuti prodotti. Alle creature sono dedicati più giorni di festa durante l’anno, essendo considerate come una sorta di divinità, senza le quali la vita della città cesserebbe.

Il risultato è che una minoranza della popolazione di Linda crede che ancora si possa fare qualcosa per salvare la città, pensando soprattutto al futuro dei suoi giovani abitanti. Mentre la maggioranza pensa che non ci sia più nulla da fare e si è rassegnata all’inevitabile sprofondamento, vista come l’unica via per ricostruire una nuova città dopo la fine di questa, anche se costerà la vita.

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Le città invivibili – Camilla

di Claudia Sorrentino

Camilla è una città molto caotica dal punto di vista acustico, infatti qui il silenzio è un’utopia. Il rumore, dovuto essenzialmente a mezzi di trasporto e fabbriche, obbliga gli abitanti ad indossare costantemente i tappi per le orecchie e a comunicare mediante dei gesti per non doverseli togliere. Nel corso del tempo numerose aziende dedite ad attività che richiedono silenzio, come yoga, danza e meditazione, hanno dovuto convertire la loro produzione e la scelta prediletta da queste ultime è stata ovviamente la fabbricazione di tappi. Ad oggi sul mercato ne esistono di ogni genere (vi sono quelli da casa, ovvero meno spessi, più visibili ed economici, da sport, per il lavoro e molti altri) e sono diventati beni di prima necessità come il cibo e l’acqua. Diverse altre attività hanno dovuto accettare di convivere con questo disagio ricorrendo a svariate soluzioni per esempio al cinema si indossano delle cuffie, così come in discoteca. 

Anche a Camilla capita che i ricchi godano di diversi privilegi rispetto ai meno abbienti, come abitazioni lontane dal centro, dove l’inquinamento acustico raggiunge i livelli massimi; qui la periferia è popolata dai più benestanti ed il centro dai meno fortunati che si sono dovuti adattare.  

Il chiasso cittadino ha ovviamente provocato un gran numero di effetti negativi come danni all’udito, assenza di concerti e di animali, che non si sono saputi abituare a questa particolare condizione sonora, ma soprattutto totale mancanza di turisti che ha penalizzato di molto l’economia della città: infatti i pochi temerari che hanno tentato l’azzardata impresa di visitare Camilla raccomandano vivamente di non commettere il loro stesso errore. 

Di notte però, a causa della ridotta circolazione di veicoli, il rumore si attenua ed i cittadini più furbi che non devono lavorare durante il giorno “vivono la loro vita” nella fascia oraria da mezzanotte alle sette circa. Ormai non esistono più momenti giornalieri sereni dal punto di vista del baccano se non la notte, ma non tutti possono permettersi il lusso di perdere ore di sonno importanti, difficilmente recuperabili di giorno per l’eccessivo fracasso. 

In breve Camilla è la città meno NON rumorosa al mondo ed anche se i suoi abitanti volessero provare a risolvere questo enorme problema, ormai non ne sarebbero più in grado, se non stravolgendo completamente le loro abitudini. 

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Le città invivibili – NODIV

di Chiara Cassola

La città di NODIV era una città senza colori, in bianco e nero, mentre oltre i suoi confini il mondo iniziava a colorarsi. Tutti gli abitanti di NODIV erano uguali e dovevano seguire delle regole ben precise altrimenti venivano cacciati; per esempio le donne dovevano indossare solo vestiti bianchi, senza nessun tipo di fantasie, che arrivavano subito sotto il ginocchio, scarpe nere coi tacchi non troppo alti ma nemmeno troppo bassi e dovevano portare i capelli lunghi senza alcun tipo di acconciatura, gli accessori non erano permessi; gli uomini invece potevano portare solo camicia bianca, pantaloni e scarpe neri e capelli corti, l’unico accessorio permesso era l’orologio. Tutti dovevano ascoltare la solita musica, votare la solita persona e pensare allo stesso modo. Gli abitanti di NODIV credevano di conoscere tutto quindi non erano interessati a scoprire nuove cose e ciò li portava alla completa ignoranza, non volevano capire che le persone diverse da loro erano individui ricchi di sentimenti, con passioni diverse che potevano arricchire la vita degli altri. Ogni giorno vivere in città diventava sempre più monotono: molti abitanti iniziarono ad infrangere le regole per essere espulsi e vivere una vita piena di colori, insieme a persone diverse da loro. NODIV pian piano diventava sempre meno abitata; gli ex abitanti cominciarono a riunirsi fuori da NODIV e ad organizzare manifestazioni per far capire alle poche persone rimaste in città che non c’era niente di cui preoccuparsi se qualcuno era diverso da loro. Dopo averli fatti ragionare tutti iniziarono a festeggiare colorandosi i vestiti e cantando canzoni mai ascoltate, la città iniziò a colorarsi come tutti gli abitanti e da quel giorno NODIV diventò SIDIV.

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Le città invivibili – Smoggonia

di Emanuele Tonarelli

Smoggonia è una metropoli collocata nel nord Italia, circondata da fitta nube grigiastra a tratti nera in cui abitano 800.000 abitanti.   

Tutti sono muniti di maschera antigas necessaria per circolare fuori dalla propria abitazione. Ciò è dovuto al sovrappopolamento, all’eccessivo uso dei mezzi trasporto in quanto ogni abitante non si fa mancare nessun confort, dalla macchina full optional al robottino porta bevande. Questo stile di vita ha costretto i rivenditori di biciclette a vivere in povertà, infatti la maggior parte della popolazione è obesa a causa della quasi assente attività fisica. Ormai in ogni luogo c’è un tipo di mascherina da mettere, con il relativo bon-ton da seguire. L’unico luogo dove si può vivere senza di essa è la propria casa, munita di un grande purificatore, che a sua volta produce inquinamento. Ed è proprio per questi oggetti che si generano delle vere e proprie guerre civili perché il sovrappopolamento non consente di avere in ogni casa un purificatore, lasciandone prive le abitazioni dei più poveri. Ogni giorno che passa la nube di smog si infittisce sempre di più diventando sempre più tossica e costringendo gli abitanti ad uscire di meno, con maschere sempre più pesanti. Se la situazione di Smoggonia e delle altre città non cambierà la popolazione si ridurrà ad essere schiava dei confort e di stili di vita malsani che a loro volta accresceranno la nube tossica sempre di più, come un cane che si morde la coda. 

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Le città invivibili – iCity

di Sophia Rizzo

Ad iCity praticamente nessuno esce dalla propria abitazione ormai da decenni. Gli abitanti svolgono le attività principali rimanendo su poltrone superaccessoriate prodotte dalla famosissima azienda Apple. La stessa città non avrebbe vita senza l’alimentazione che le deriva da Apple, tanto che il sindaco ha deciso di cambiarne il nome in iCity, ispirandosi ai prodotti elettronici come iPhone, iPad, iBook.

Degli edifici pubblici o degli edifici destinati all’istruzione e alla sanità sono rimaste soltanto le strutture abbandonate anch’esse da decenni. Solo le costruzioni abitative aumentano a dismisura. Le attività scolastiche si svolgono in conferenze online fin dalla tenera età e anche ogni tipo di lavoro si svolge in questa modalità, per questo i contatti fisici sono molto ristretti se non completamente assenti.

Gli unici individui che si spostano sono i fattorini che consegnano a domicilio qualsiasi tipo di acquisto, che si ordina online. Si spostano su moto ipertecnologiche che hanno dei navigatori incorporati: chi vi sta sopra non le guida, ma compiono dei tragitti prestabiliti. Anche per gli acquisti di generi alimentari è possibile fare ordini direttamente da casa: per chi ha grandi possibilità economiche alcuni robot della Apple appositamente creati si spostano in volo e recuperano il necessario, recapitandolo nel tempo massimo di mezz’ora, anche se l’oggetto si trova a migliaia di chilometri di distanza. Non tutti però si possono permettere questi “aiutanti” che viaggiano a velocità supersoniche di minimo 1.000 km al minuto.

Insomma sono letteralmente annullate le distanze fisiche. Quelle affettive tra le persone al contrario aumentano ogni giorno di più. Nel tentativo di rapportarsi maggiormente con gli altri partecipando a più meeting e conferenze possibili, le relazioni sentimentali tra coloro che abitano persino nella stessa casa sono sempre meno presenti e vanno verso la totale scomparsa. Per questo se da una parte si può definire la tecnologia un ausilio per l’uomo, qualcosa che lo porta verso un futuro migliore, contemporaneamente essa diventa anche una potente arma, utilizzata nel modo sbagliato, capace di modificare la vita stessa e i suoi valori più autentici.

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Le città invivibili – Boscalia

di Paola Francesca Klun

Il verde smeraldo che ricopre i paesaggi rendendoli luminosi e vivibili? Gli alberi e la vegetazione? Tutto ciò a Boscalia non esiste più.

Questa città è un punto scuro fitto di palazzi, strade e industrie cupe situato nel bel mezzo di una valle arida e incolta che un tempo sfoggiava i suoi variegati alberi e le sue meravigliose piante. Da anni Boscalia rovina ed espande sempre di più il color ocra del terreno della sua periferia solo per fornire ai suoi cittadini i migliori mobili che si possano trovare in commercio. Ogni giorno le gru delle diverse industrie abbattono gli alberi per produrre più mobili. Non pensate che solo gli abitanti della città conoscano, acquistino e si godano quelle cassettiere, quelle cristalliere e quegli armadi di alta qualità, ma tutti gli abitanti del mondo desiderano poggiare i piedi su uno sgabello di Boscalia. Nessuno però presta attenzione alla gravità delle azioni della città sulla vita che la abita. Sono tutti presi dall’avidità di denaro che non si rendono conto dello stato in cui è arrivata la loro città. È talmente priva di natura che le nuove generazioni della città apprendono cosa è un fiore studiandolo dai libri. Non conoscono più la freschezza dell’erba, perchè in quei pochi parchi che ci sono a Boscalia l’erba è artificiale, oppure la leggerezza delle api, delle farfalle e di qualsiasi altro insetto che necessita della natura per vivere. Proprio per l’assenza di insetti impollinatori, di campi da coltivare e persino di contadini, i prodotti agricoli vengono importati dalle città vicine.  

Ma fosse solo questo il problema.

Andando avanti nel tempo la città prenderà definitivamente il posto della natura eliminando completamente la funzione purificatrice degli alberi. L’aria non filtrata diventerà impura e talmente densa che la si potrà toccare. Questo fattore sarà incrementato anche dall’eccessiva presenza di industrie e di uso di macchine che producono e produrranno sempre più una quantità di materiali di scarico considerevole. Gli abitanti inizieranno a respirare da respiratori direttamente collegati a bombolette di ossigeno.

A quel punto tutti desidereranno un albero o anche solo un fiore in un vaso.

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Le città invivibili – CO₂

di Mauro Benedetti

Tutte le persone qui amano svegliarsi la mattina presto e guardare il grigio del cielo che sovrasta le loro teste. Lavata la faccia e fatta colazione escono dalle loro grigie abitazioni e si recano in quel blocco grigio dove lavorano, davanti ad un computer grigio, con il grigio negli occhi e nel cuore. Questa è la quotidianità a CO₂. Nessuno può sottrarsi al suo destino e nessuno può nemmeno provare a cambiarlo; tutto è stato deciso e tutto deve procedere in quel determinato modo. L’impossibilità di prendere decisioni è colmata da una società senza falle con una grande organizzazione ma con una monotonia quasi logorante. L’operosità degli abitanti non ha eguali, l’unica cosa che può superarla è la loro tristezza. Lo stress cresce di giorno in giorno e non vi sono valvole di sfogo; la vita non si ferma un attimo: tutto ha degli standard da rispettare.

Per alleviare questo stress gli abitanti ricorrono a metodi veloci ma alquanto efficaci: la nicotina. Tutti fumano, dai bambini fino ai vecchi; è ormai entrato nella cultura di CO₂. Gli abitanti della megalopoli trovano ristoro in quei piccoli foglietti arrotolati con dentro quei trucioli miracolosi. Non si presta però alcuna attenzione a dove i mozziconi vadano buttati; si può scendere dall’automobile e facendo pochi passi si hanno le scarpe con orrende righe color catrame. Gli individui non si rendono nemmeno conto che quello non è il problema principale. L’impossibilità di CO₂ di fermarsi ha un costo altissimo, tutti i veicoli sono spinti al massimo e i tubi di scappamento non sono di molto differenti da quella sigaretta che il guidatore tiene in bocca. L’ambiente non è certamente grato di così tanta produzione; è come se il mondo piano piano stesse diventando un’unica e grande sigaretta, pronta ad essere accesa e dopo pochi secondi spegnersi ed essere gettata a terra insieme a mille altre come lei. 

Comunque la vita scorre a CO₂, non c’è tempo di soffermarsi sui problemi, la città deve proseguire la sua attività. Tutto ruota intorno al lavoro, i ritmi sono serrati, non vi sono né gioie né dolori. L’asfalto ricopre tutto, non rimane nessun albero, nessuno scorcio di verde. Gli unici esseri viventi, oltre alle persone, sono gli arbusti di tabacco, i quali non sono nemmeno visibili poiché sono coltivati in serre dove la luce solare non si riesce ad intravedere. In poco tempo da seme, diventano alberi e successivamente diventano tritura; di lì a poco si trasformano in sigarette, che vengono vendute a migliaia. Esse ormai hanno sostituito ogni altro metodo di svago: nessuno si diverte più, nessuno vive più. Ma il mondo, ancora una volta, deve andare avanti e CO₂ va avanti. Sempre uguale, sempre apatica. Ormai la città ha fatto la sua scelta, ha barattato la gioia con la produttività. Come una sigaretta consumata CO₂ sta per essere gettata a terra e schiacciata, schiacciata da quel circolo vizioso deleterio, logorante, grigio. 

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Pioggia acida

di Alessia D’Amico

Oggi le gocce di pioggia scivolano sui vetri condensati delle finestre, e noi con pazienza aspettiamo.  

Non sappiamo bene che cosa.  

Un tornado, pioggia acida? O forse un fiume che decide di essere stufo di soffocare per via delle solite strette sponde cementizie, e caldaie che finiranno per scaldare la terra più di casa nostra, nubi tossiche che macchieranno l’aria finché l’aria non sarà più trasparente? Due anni fa di fronte ai nostri occhi è bruciata l’Australia, è bruciata l’Amazzonia come carta straccia, e noi con pazienza aspettiamo. Aspettiamo di vedere il cielo notturno senza più stelle, perché i lampioni e lo smog della città le avranno spente tutte. E allora saranno i fanali delle macchine, le nostre stelle. Il mare non sarà più fatto di acqua, ma di pezzi liquefatti di bottiglia che nuoteranno in un catrame vischioso e bollente come colla a caldo. Forse un giorno ci faranno naufragio gli iceberg, in quel mare plumbeo, come tanti giganteschi Titanic – è la legge del contrappasso. E poi, nelle terre del Nilo, dove un’oasi prosciugata ha lasciato nel solco della sabbia alghe morte e scheletri di coccodrillo, il caldo arderà vive le ultime palme di fronte a uno scenario di fili secchi, sottili come capelli, che un tempo erano stati i verdi papiri.    

Oggi piove, piove a dirotto, e noi aspettiamo. Ma che cosa aspettiamo? Aspettiamo un futuro in cui berremo acqua velenosa che sa di cloro, e inghiottiremo mercurio, monomeri di metano, acesulfame potassico e pesticidi. Un domani in cui, invece di rispondere al telefono, ci spediremo l’un l’altro lunghe lettere in bottiglia, affidandole alla corrente di un mare morto che ha sommerso la città intera. Ed è certo che quel giorno, quando accadrà, la pioggia che adesso batte fuori sul selciato ci scivolerà sulle guance.   

Oggi noi aspettiamo, ma nessuno passa.  

È forse per questa pioggia torrenziale che colpisce la terra come se fosse arrabbiata, come se volesse avvisarci che abbiamo sprecato decisamente troppi giorni ad aspettare immobili sotto la pioggia, e che non c’è riciclaggio per il tempo buttato.  

Allora, che si fa?  

Non ti sei stancato di aspettare?  

Prendimi la mano, che io prendo l’ombrello. Non vedi? Non guardi fuori dalla finestra? C’è già chi è uscito in strada, nelle piazze, nel cortile sul retro della scuola. Sono milioni di ombrelli colorati, milioni di zaini senza libri, un lungo striscione su cui hanno scritto a pastelli il futuro. Che giorno è oggi? Venerdì, e domani sarà sabato. Quindi prendimi la mano, che io prendo l’ombrello.  

Speriamo che domani non piova.