fantasie grammaticali

Lamento di un apostrofo depresso

Mi hanno licenziato, ho perso il lavoro che tanto mi piaceva fare nella grammatica italiana.
Un tempo era nell’interesse di tutti che io andassi a lavorare, amavano vedere le lettere apostrofate, ma ahimè gli studenti avevano cominciato a odiare sia “un” che “l” a causa mia e così hanno deciso che il mondo grammaticale senza di me sarebbe stato più bello, più semplice e inoltre i bambini avrebbero preso dieci in tutte le verifiche, dato che prima venivo sempre dimenticato e quindi ero causa di errori.
Mi sento solo, i miei amici punti mi deridono, dicono che sono inutile alla società, ma se andassi a rubare il lavoro al punto sulla “i”?!
Non sarebbe così male, insomma, sarei più evidente, in fondo la lettera “i” è maggiormente usata rispetto alle lettere che prima mi avevano ingaggiato.
Ma come faccio a spostare il punto sulla “i”? Lui non lascia mai il suo impiego nemmeno per sbaglio, l’unica scappatoia che mi rimane è quella di far litigare “i” con il punto su “i” e in quel momento a consolare “i” ci sarei io, ancora più bello e potente di quel misero punto, o forse sto sbagliando, sì! Sto sbagliando tutto, se hanno deciso di tagliarmi fuori un motivo ci sarà…credo sia meglio che io scompaia per sempre e che di me non ci sia più traccia nell’italiano. Del resto, chi si accorgerà della scomparsa di un misero apostrofo? Chi può capire le tristi e vuote giornate che tanto mi affliggono?

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Monologo di un apostrofo disperato

Benvenuti alla conferenza sulla grammatica, io sono l’apostrofo. Sì, sì, sono proprio io, quello che usate quando vi pare, quello che viene svegliato per essere messo sulle parole a caso.
Una volta uno di voi stupidi ignoranti mi ha svegliato per mettermi sulla “N” di “UN ORSO”: con tutte le parole femminili che esistono, dove dovevo finire io? Su “UN ORSO”.
Forse alle elementari non l’avete capito; ve lo spiego:
quando usate l’articolo indeterminativo “UN” e il nome seguente è maschile non, ripeto non mi dovete usare; se il nome è femminile, dovete chiamarmi; qualunque cosa stia facendo, chiamatemi, non esitate!
Chiaro? Va bene, possiamo andare avanti; probabilmente a scuola vi hanno detto: “quando c’è una parola femminile e dovete mettere l’articolo “UN”, la “A” di “UNA” va via e siccome è triste di andarsene lascia una lacrimuccia, quello è l’articolo”.
Ma quale lacrimuccia, quello sono io!
Ho solamente rubato il lavoro alla “A”, ma non deve essere triste.
Come non la sopporto quella vocale “so tutto io”; si crede la migliore solo perché è la prima lettera dell’alfabeto e sta in quasi tutte le parole, ma… Sì scusatemi, sto divagando troppo…
Volevo concludere dicendo, dal profondo del mio cuore: “Non svegliatemi più quando non c’è bisogno di me!”.

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Monologo disperato di un congiuntivo abbandonato

di Benedetta Parodi

Magari fossi in un’altra epoca, magari fossi in un altro tempo, quando i poeti e gli scrittori sfoggiavano la loro maestria usandomi, anche per divertire i più piccini.
Ad esempio, vi ricordate di Gianni Rodari? Mamma mia, che uomo fantastico! mi amava così tanto che scrisse una poesia su di me, intitolata “La filastrocca burlona”.
Io, piccolo ed elegante, con i miei quattro tempi, quante cose potrei esprimere, ma sono stato spazzato via dall’indicativo, un mio cugino più semplice ed attraente di me, che va bene un po’ dappertutto, per il passato, per il presente, anche per il futuro…è il più ricco della famiglia…ma come mai?
Ci sono poi tante persone che, nel disperato tentativo di fare un bel discorso, mi uccidono con un bel condizionale messo dopo il se: ah! Che colpo al cuore tutti quei “se”. . . senza di me.
Poveri verbi, declassati dai nostri parenti in inqualificabili frasi dall’orribile suono italiano.
Meno male che l’anno scorso un cantante è andato a Sanremo per far sapere a tutti come devo essere veramente usato…ma qualcuno avrà capito?
Ragazzi miei, conto su di voi, usatemi prima che muoia e nessuno mi ricordi più!