L'angolo del dibattito, NNLC Notte Nazionale del Liceo Classico

Cinquant’anni di proteste studentesche: 1968/69 e 2018/19

Due generazioni si ribellano

di Giulia Del Popolo, Gemma Gasparotti, Alice Gataleta, Giorgia La Rosa, Alessandro Marchetti, Silvia Marchi, Maria Luisa Nicolai, Pietro Pugnana, Alice Spadoni, Celine Suppadri, Matteo Tavoni, Cecilia Tognoni

“Due generazioni si ribellano” nasce da un’idea della classe III A e della professoressa di storia e filosofia Serena Conti, che si è occupata della realizzazione di questo laboratorio in occasione della NNLC2020.

Prendendo spunto dalle manifestazioni per il problema ambientale, abbiamo guardato indietro nel tempo, trovando analogie con le numerose proteste avvenute nel 1968; abbiamo confrontato le posizioni dei leader dei due movimenti e riflettuto sulle problematiche e soluzioni proposte, con l’intento di comparare quello che sta succedendo ai giorni nostri e gli avvenimenti di cinquant’anni fa.

Abbiamo scritto articoli e realizzato mappe concettuali rielaborando le informazioni che abbiamo ricavato da varie ricerche su Internet, articoli di giornale e manuali di Storia contemporanea, creando, infine, una rivista virtuale.

Potete sfogliarla utilizzando il seguente link. Buona lettura!

https://madmagz.com/magazine/1717866#/

L’allestimento del laboratorio, con i computer a disposizione degli ospiti, prevedeva la lettura in digitale della rivista

L'angolo del dibattito, riflessioni

Il libro che non c’è

di Serena Mazzoni

Penso che per ognuno di noi esista “il libro che non c’è”, un libro perfetto per ognuno di noi e diverso da tutti gli altri. Qual è il mio? Non penso di saperlo; ho talmente tante idee, convinzioni, principi e valori che il mio libro che non c’è sarebbe più confuso di quello che ho dentro la testa. Credo però che servirebbe un libro per vivere, per dare a tutti quel sostegno in più, un libro dove poter trovare delle risposte alle miriadi di domande che nascono nella mente come i fiori in primavera, un libro che ti guidi quando non ricordi nemmeno come fermarti per respirare un po’, un libro che ci segni per tutta la vita. Mi sembra quasi che i libri importanti, che ti insegnano qualcosa, che capiscono il lettore portandolo all’interno della trama, facendolo immedesimare nel personaggio, siano finiti. Ma continuerò sempre a sperare che, prima o poi, il libro che non c’è cominci ad esistere.

L'angolo del dibattito, riflessioni

Felicità e dintorni

Gesualdo Bufalino, da Argo il cieco

Voglio la felicità, avevo deciso dentro di me il primo gennaio di quell’anno. Per un mese, per un’ora la voglio. E che era mai, in fondo, la felicità? Avevo pensato un tempo che nascesse dall’amare. Poi dall’essere amati. Ora mi convincevo che il suo fiore fosse vicino a sbocciare pronto a essere colto dalle mie dita, come il primo fiore di mandorlo… O non era forse la felicità, il sentimento di una sospensione, il sentimento di un tempo immobile e d’oro? L’inganno cioè che il sole si impetri dov’è, e la luna; che nel nostro sangue nessuna cellula invecchi di un attimo in quest’attimo stesso che sembra passare e non passa, sembra non passare ed è già passato. Oh interromperlo, sospenderlo, il tempo: sicché tutto, pietre, pesci, uccelli, foglie, frutti e io e tu, Maria Venera, siano e siamo fulminati dalla luce in un radioso e incorruttibile “ora”: immobili, senza più la risacca, dei nostri ieri, a sommergerci a crescerci fin sopra le labbra, senza più la scogliera dei domani, irta di punte e coltelli, a minacciarci malanno e morte; niente più passato, niente futuro, ma solamente presente, con noi tutti beati e belli e addormentati nel bosco, re, regina, cortigiani, principessa, lo stesso principe… in un presente invariabile.

E voi cosa pensate della felicità? Queste sono le nostre voci.


Che cos’è la felicità? Alcuni risponderebbero in modo oggettivo, dicendo che è un’emozione positiva che ha la durata di un attimo.

Secondo un pilastro della musica italiana la felicità è “un bicchiere di vino con un panino…è tenersi per mano e andare lontano”, mentre per noi arriva con l’estate quando siamo liberi dalle preoccupazioni. Forse la vera felicità è un’altra: pensiamo di non essere felici quando in realtà viviamo la felicità ogni istante della nostra vita. (Alice P., Aurora C., Selene G.)

È difficile descrivere la felicità a parole. Per noi la felicità è un attimo, un momento, in quanto non si è felici sempre, anzi, nel periodo dell’adolescenza ci si sente spesso affranti. Perciò crediamo che ci sia differenza tra serenità e felicità. 

La serenità, infatti, è una sensazione continua, un periodo, mentre la felicità è il culmine di quel periodo stesso. Concretamente riteniamo la felicità, ad esempio, il momento prima di partire per un viaggio, una gita o il momento che precede l’incontro con una persona importante o che non si vede da tempo. (Ginevra C., Elena P., Alessia R.)

Secondo me non possiamo dire cos’è o cosa non è la felicità perché la felicità è qualcosa di diverso per ognuno di noi. La felicità è un ideale, qualcosa che aspettiamo a lungo ma che arriva senza far rumore e che quando se ne va lascia un amaro in bocca.            

Quindi cos’è la felicità? Qualcuno ti direbbe un bel voto a scuola, qualcuno un messaggio inaspettato, qualcuno l’essersi fatto una famiglia, ma c’è addirittura chi considera felicità guardare un tramonto. Allora cos’è la felicità? Tutto questo e niente.  (Sofia A.)

                                                                                                          

È difficile spiegare cosa sia la felicità perché sempre la nominiamo senza sapere cosa sia.

Per me, la felicità è quel dolce profumo di fiori che si può sentire solo in primavera o un fuoco d’artificio che splende con vari colori solo per pochi secondi. È quel forte abbraccio che ti fa vedere tutto il mondo in un modo diverso: colorato, allegro, senza niente che non va. È l’emozione più importante che fa percepire tutte le altre, ma è anche breve e intensa provocando dopo poco la malinconia di non poterla rivivere per tutta la vita.  (Benedetta P.)

                                                                                        

L'angolo del dibattito, riflessioni

Ti racconto di quando sono stata felice

di Lisa Pelagatti

Ero felice quando da piccola guardavo Cars con mio fratello, stesi sul pavimento del salotto con una miriade di cuscini e coperte; ero felice quando pranzavo da mia nonna la domenica e lei faceva da mangiare per tutto il vicinato anche se in realtà poi eravamo in quattro seduti alla sua tavola. Sono stata felice quando mi hanno dato la mia prima macchina fotografica, sono andata avanti per una settimana a fotografare tutto ciò che avevo davanti, esaurendo presto gli scatti disponibili. Ero felice quando mia mamma prima di andare a dormire mi leggeva una fiaba, e se era corta poi me ne leggeva anche un’altra. Mi sono sentita felice quando in prima elementare feci la mia prima recita di teatro, le luci, i costumi, le battute da imparare e la mia prima vera responsabilità. Mi sono sentita felice quando a dodici anni presi il mio primo aereo direzione Londra, città che non dimenticherò mai. Sono felice anche ora, quando torno a casa dopo cinque ore di scuola e mia mamma mi chiede: ”Com’è andata oggi?” anche se molte volte non ho voglia di risponderle. Mi sento felice quando metto le cuffiette e faccio partire la playlist, non sento più niente se non la musica che scorre nelle mie orecchie, se non le parole delle mie canzoni preferite, non penso più a nulla, tutto scompare.
Forse però non sono felice, sono solo abbastanza contenta da pensare che no, più di così non posso fare, questo è il massimo grado di felicità che potrò mai raggiungere. Mi accontento di un momento che dura tre o sei minuti, il tempo di una canzone. Mi accontento di una serata, quando mi lacrimano gli occhi per le troppe risate. Mi accontento di una foto per catturare proprio quello che mi sembra essere un momento di felicità.
Forse la vera felicità non sta nell’avvenimento ma nell’attesa. Quando per dieci mesi di scuola non pensi ad altro se non alle vacanze più vicine e ti crei tutti i tuoi piani, le tue aspettative. Quando fai il conto alla rovescia a Capodanno e aspetti i fuochi d’artificio, in quei dieci secondi sei felice, pensi che forse stavolta, per quest’anno, riuscirai a mantenere i tuoi propositi. Quando ad un concerto aspetti fin dal primo secondo la tua canzone preferita per cantarla a squarciagola. E così aspettiamo, per un minuto, per un’ora, per una vita. Aspettiamo, e questa attesa in qualche modo ci piace, è snervante e appagante allo stesso tempo. Erigiamo nella nostra mente questa casa di carta in cui abita la felicità e poi la chiudiamo a chiave, pronti ad aprirla in ”quel” momento.
La nostra felicità aspetta e mentre col tempo si consuma sempre di più, le nostre aspettative diventano sempre più grandi. Ogni volta che si presenta un’occasione per aprire la porta di casa abbiamo troppa paura di sbagliare, di consumare troppa felicità in una sola volta; e alla fine non la apriamo. La casa rimane chiusa. E quindi che fare per avere l’impressione di essere felici? Usiamo tutte le emozioni a nostra disposizione, frughiamo nei cassetti, rispolveriamo gli angoli più cupi e lontani pur di trovare qualcosa che le somiglia almeno vagamente. Pur di non rovinarla, di non correre il rischio di distruggerla non ci curiamo più della nostra piccola casa di carta. E proprio lei, il nostro piccolo tesoro, quello che non avevamo voluto rovinare per nulla al mondo inizia a disfarsi, a bruciare, in quel momento è troppo tardi per essere felici. Quando poi arriva ”quel” momento le nostre aspettative si sono fatte troppo grandi, così grandi che, alla fine, la felicità che avevamo conservato con tanto amore ci delude o non è abbastanza. Allora ricominciamo, ci costruiamo altre aspettative, altre infinite case di carta.

L'angolo del dibattito

Difesa del sonno a oltranza

Ed ogni mattina è così: “Svegliati che è tardi, sono le dieci, alzati!”. Frase tipica delle solite mamme che obbligano i figli a svegliarsi presto anche nei giorni festivi. I giornali e le riviste consigliano: “Il sonno dei ragazzi è importante, per questo bisogna farli dormire più di quattordici ore”; e i genitori ti svegliano prima di sette ore?? No, basta, questa storia deve finire.

Pensate agli animali, che vanno in letargo per sei mesi circa: noi, che siamo anche animali, non dormiamo neanche un giorno!

Avete in mente cosa succede quando i ragazzi vanno in discoteca e per fare altamente i ganzi ci restano fino alle due di notte? Se non ce l’avete in mente, ve lo spiego io con un semplice dialogo:

“Pronto mamma, sono in discoteca. Posso rimanere almeno fino alle due?”.

“Certo tesoro, basta che domani tu non dorma fino a mezzogiorno, sennò ti sveglio io con i miei metodi”.

“Ehm..sì, sì…a dopo…”.

Il giorno dopo a mezzogiorno:

“Luca, svegliati”.

“No, mamma, sono stanco, ancora dieci minuti”. E si sveglia alle quattro del pomeriggio.

Ok, a questo sono certamente contraria, però, quando vai a dormire alle nove e tua mamma ti sveglia alle otto urlando, proprio non lo tollero.

Per questo avevo deciso di discutere con voi sul discorso del sonno ad oltranza.

Sapete di che cosa si tratta? Ve lo spiegherò io. Si tratta di una dormita lunghissima, che sembra che duri un’eternità, in cui d’inverno sei al caldo sotto le coperte e d’estate sei al fresco. Quando ti svegli sembra di essere in un altro mondo, però almeno sei riposato, non sei agitato (come del resto molti ragazzi che non hanno nemmeno l’idea di cosa sia un cuscino).

Una lunga dormita, inoltre, ti tiene sempre allenata la mente soprattutto perché, non so se sia mai successo anche a voi, di notte ti vengono in mente sogni in cui o devi fare l’analisi logica di una frase, o devi tradurre una versione di latino lunga quanto il Nilo, oppure ti compare davanti la tua professoressa di matematica che ti dice: “A contiene B, fai la rappresentazione per elencazione e tramite diagramma di Venn”. Tu risolvi tutto questo e il giorno dopo a scuola ripeti quello che hai detto mentre dormivi, appunto nel sogno.

È molto importante dormire, anche per passare un po’ di tempo, soprattutto per le persone solitarie che non parlano mai con nessuno. Nei sogni di queste povere menti ci possono essere dialoghi molto lunghi con persone immaginarie, dialoghi che servono per divertirsi e per parlare con qualcuno.

Se questa lezione non volete adoperare, questa filastrocca dovete imparare:

“Un’ora dorme il gallo

Due il buon cavallo

Tre la misera gente

Quattro chi non fa niente

Però io ne dormo trentatré

E sarò felice più di te”.