racconti brevi

Vendetta

di Lorenzo Dolci

“La nostra conversazione è registrata, sa che tutto ciò che dirà potrà essere usato contro di lei al processo. Ne è consapevole?”

“Sì.”

“Bene. Sono presenti all’interrogatorio il dottor Levoli, il Magistrato che ha svolto le indagini sulla banda “del Sole”, il maresciallo dei Carabinieri Armando Spadone e il Commissario della Polizia di Stato Antonio Ragoni. Io sono l’Ispettore Marcello Vananiello.”

“Mi dispiace di non poterle stringere la mano.”

“Non mi sembra nella posizione ideale per fare dello spirito, signor Dugozzi, ma apprezzo il suo stato d’animo. Ora veniamo a quanto accaduto questa mattina, qual era il suo ruolo all’interno della banda?”

“Io ero il diversivo.”

“Ma lei era presente sul luogo: in che modo avrebbe attirato l’attenzione delle autorità altrove?”

“Lo sto facendo in questo momento, Ispettore.”

“D’accordo. La banda si è dileguata con l’intero bottino, circa trentadue milioni di euro, ma lei è stato arrestato. Come fanno i suoi compagni a essere sicuri che lei non li tradirà?”

“Devo contraddirla sul reale numero della somma Ispettore, erano quaranta milioni e seicentocinquantamila euro.”

“Ho qui un fax della Banca D’Italia che parla di trentadue milioni.”

“Noi abbiamo prelevato però quaranta milioni e seicentocinquantamila euro.”

“Faremo delle ulteriori indagini. Non ha risposto ancora alla domanda.”

“Riguardo al mio tradimento? Non ho alcun motivo di tradirli.”

“L’hanno abbandonata sulla strada, a bordo di un’utilitaria, per sparire chissà dove col bottino.”

“Sbaglia ancora Ispettore, non mi hanno abbandonato, io sono il diversivo. Mentre voi siete qui a perdere il vostro tempo con me, il “Sole” sta spartendo la refurtiva e progettando il nostro futuro.

“Per come la vedo io, noi abbiamo arrestato uno della banda e lo stiamo interrogando.”

“Come crede lei.”

“Come è entrato nella banda, signor Dugozzi?”

“Mi hanno cercato loro.”

“Come la hanno contattata?”

“Tramite un mio conoscente, nonché cliente del mio negozio. Io sono un rappresentante di articoli informatici, o almeno lo ero prima che mi ammalassi.”

“Di cosa si è ammalato?”

“Mi hanno riscontrato un tumore al fegato. Mi resta poco.”

“Mi dispiace.”

“Non sono propenso a crederle, ma grazie lo stesso.”

“Tornando alla banda, come faceva il suo cliente a conoscere il “Sole”?”

“Non lo so, non sono cose che vanno raccontate in giro, non le pare?”

“Dove ha incontrato il contatto?”

“In un capannone abbandonato, giù al porto, un sabato sera di più o meno due mesi fa. Mi sono seduto sul pontile e ho aspettato. Mezz’ora dopo è arrivato il contatto.”

“Perché hanno deciso di farla entrare nella banda?”

“Per due motivi: avevano bisogno di uno come me, potevo fargli avere i migliori dispositivi sul mercato, e lavoravo gratis.”

“Gratis?”

“Ho i giorni contati, Ispettore. Che me ne faccio dei soldi?”

“E che cosa ci ha guadagnato a farsi arrestare senza ricevere nulla in cambio?”

“La soddisfazione di gabbare le autorità e una sottile vendetta, anche.”

“Vendetta?”

“Forse avete la memoria corta, ma ve la rinfresco io. Il dottor Levoli non ha davvero mai sentito parlare di Giulio Dugozzi? Quindici anni fa, lo scandalo dell’azienda Bit Group, lo ricorda? Ha seguito una pista falsa, accusandomi di una serie di reati mai commessi. Sono stato costretto al fallimento, anche se poi dichiarato innocente ed estraneo ai fatti. Ma ormai avevo perso credibilità e clienti. Ho dovuto ricominciare da capo.”

“Non ne sapevo nulla, personalmente. È per questo che è entrato nel “Sole”? Per vendicarsi del dottor Levoli?”

“E di voi tutti, anche. Siete della stessa pasta.”

“Dunque lei era il diversivo. Non è mai entrato nella banca, ma ha atteso fuori, per farsi arrestare.”

“Esattamente.”

“Che cosa mi dice della bomba? Secondo un nostro informatore, avrebbe dovuto esplodere una bomba, ma non è mai successo. Che cosa è andato storto?”

“Nulla. La bomba esiste, Ispettore, ma non è ancora esplosa. Mi risulta che è stata programmata per le 18,22.”

“Fra circa venti minuti. Nella banca non è stato però trovato nessun ordigno. Sono entrati gli artificieri, dopo il suo arresto, ma non hanno trovato nulla.”

“Non doveva esplodere nella banca, infatti.”

“Sa dirci qualcosa di questa bomba? Dove deve esplodere? Quanto è potente?”

“Non farete in tempo a disinnescarla, anche perché non è disinnescabile. Potrebbe far saltare in aria l’intero palazzo, Ispettore.”

“Beh, non è qui signor Dugozzi, lei è stato perquisito, inoltre dove si trova la bomba? Potremmo fare in tempo a evacuare il posto.”

“Ispettore, ragioni bene su quello che le ho detto: io sono il diversivo. E sono qui per vendicarmi. E sto per morire di tumore. Mi creda, non c’è nulla che potete fare. Non prenderete mai il”Sole”, non sapete che volti hanno i rapinatori – quello che ho incontrato io era camuffato – non sapete dove sono andati, dove si nascondono. Non potete disinnescare la bomba, che esploderà fra pochi minuti. Non farete neanche in tempo a uscire dall’edificio.”

“Ma la bomba non è qui signor Dugozzi, non bluffi con me. Ci sono telecamere ovunque e non esistono talpe.”

“Sono le 18,20, vero Ispettore? Va bene quell’orologio alla parete?”

“Sì, sono le 18,20.”

“Dunque addio, Ispettore. Dottor Levoli… è stato un piacere, mi creda.”

“Di cosa sta parlando, signor Dugozzi?”

“Noto una certa tensione nella sua voce, Ispettore. Manca appena una manciata di secondi, quindi tanto vale che glielo dica. La bomba è stata impiantata nel mio corpo Ispettore, sono io la bomba.”

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Rubare la luce

di Sara Conti

Avevo 33 anni quando accadde. Avevo da poco accettato la cattedra come professore di francese in una piccola scuola del Vermont e la mia vita sembrava essere perfetta. Avevo una moglie, un figlio ed un cane. A scuola mi volevano tutti bene e sembravano sempre del mio stesso parere, per lo meno la maggior parte degli studenti. C’era un ragazzo, un certo Sebastian Verlac, lui pareva odiarmi; era sempre in disaccordo con me, ogni scusa era buona per dirmi che non sapevo insegnare e che avevo delle idee che spingevano i ragazzi a scrivere e pensare con banalità per essere più facilmente controllabili. Gli altri studenti mi difendevano sempre, ma, se da una parte ne ero felice, dall’altra continuavo costantemente a chiedermi se il loro gradimento non fosse altro che un atteggiamento egoistico per accaparrarsi voti più alti.

Dopo la fine della scuola avvenne un evento buio nella mia vita: venni derubato. Non avevo più nulla. Io ed i miei familiari eravamo finiti in mezzo ad una strada. Sbagliai, lo ammetto, ma mi sembrava talmente evidente che fosse stato il padre di Sebastian, che lo denunciai alla polizia senza alcuna prova. La famiglia finì in disgrazia, la madre iniziò a drogarsi e Sebastian si dovette trovare un lavoro per mantenersi e mantenere la madre, cosa che non gli permise di tornare a scuola l’anno successivo. Mi dispiaceva, ma, da una parte, ero contento che quel ragazzo non ci fosse; non pensate male, è solo che avere una persona che ti contraddice costantemente, ti dice che tutto quello che fai è sbagliato e neanche una volta ti fa un complimento è frustrante! Forse vi starete chiedendo come mai abbia denunciato il padre di Sebastian così velocemente, senza neanche esitare. Ve lo spiego subito: quel tizio era un poco di buono, costantemente drogato, uno di quei padri che dà sempre ragione ai figli, perciò non avevo dubbi.

Pochi mesi dopo fu identificato il vero colpevole ed il padre di Sebastian fu scagionato. Il ragazzo, però, continuò a non tornare a scuola ed a lavorare. Un giorno, un po’ dispiaciuto per l’accaduto decisi di andarlo a trovare all’officina dove lavorava. Quando arrivai lo vidi subito: un lord, altro che un meccanico. Sebastian era una persona elegante, con una grande cultura ed una grande passione per la lettura, ma era in disaccordo con me su alcuni argomenti ed idee politiche ed io, persona molto chiusa e per nulla aperta al cambiamento e alle rivoluzioni sociali, non lo ascoltavo o lo penalizzavo, forse sbagliando. Quando gli arrivai vicino, lui non si girò neppure, ma continuò ad aggiustare la sua gomma come se nulla fosse.

<<Sebastian, ciao…>> dissi.

<<Cosa vuole da me? Non le è bastato mandare in rovina la mia famiglia?>> mi rispose.

<<Sebastian mi dispiace tanto! Io…>>, ma mi interruppe dicendo: <<Perché proprio mio padre? È la persona migliore di questo mondo! Non avrebbe mai fatto una cosa del genere!>>

<<Mi dispiace ti ho detto!>>

<<A me le sue scuse non importano! A causa sua non ho potuto finire la scuola, mia madre ha iniziato a drogarsi, mi sono dovuto trovare due lavori e, cosa più importante di tutte, mio padre è rimasto in carcere due anni per un crimine che non ha commesso! Quindi adesso prenda e se ne vada, non la voglio più vedere!>>

<<Come sta tua madre? Va meglio la sua dipendenza?>>

<<SE NE VADA!>> mi urlò.

Dopo questo diverbio, non tornai mai più all’officina e nemmeno nel bar dove lavorava.

Passarono due mesi. A casa non era tutto rose e fiori: mia moglie aveva chiesto il divorzio e mio figlio, da quando aveva scoperto che cosa avevo fatto alla famiglia Verlac, non mi parlava più. Tutto stava andando a rotoli ed è proprio in questo momento che inizia la vera e propria vicenda.

Stavo tornando da scuola quando un sasso mi ruppe il parabrezza. L’impatto mi provocò la rottura del setto nasale. Non vidi l’aggressore in faccia, ma solo di sfuggita, mentre scappava. Portamento elegante, capelli scuri, molto muscoloso: doveva per forza essere Sebastian! Dopo essermi ripreso andai alla polizia e denunciai l’accaduto. Il poliziotto allora mi disse: <<Non sei stanco di addossare tutte le colpe a quella famiglia? Quel ragazzo è un santo, non lo farebbe mai!>>

<<E allora è stato il padre! Quel bastardo! Lo sapevo che non ci si poteva fidare di lui!>>

<<Fai come vuoi, denuncialo pure, io me ne lavo le mani!>>

Probabilmente vi sarete soffermati su quest’ultima frase. Ebbene sì, a Baumont, piccola cittadina in cui abito, è molto facile incastrare qualcuno, perché tutti se ne lavano le mani e poi emarginano i condannati, che siano stati imputati giustamente o ingiustamente.

Dopo la denuncia, la condanna di Sebastian ed il suicidio del padre, che non sopportava la vergogna, la famiglia ricadde in disgrazia, nuovamente per colpa mia. Mi sentii in colpa e provai a lungo a chiamare il penitenziario e casa Verlac, ma nulla.

Un giorno tornato a casa, esausto, mi misi a dormire.

<<Aiuto! Aiutatemi vi prego! Non ho fatto nulla, per favore!>>

<<Sebastian!>> gridai.

<<Ti sei preso la mia luce, ora io prenderò la tua!>>

<<Attento!>>

<<La pietra!>>

<<Sebastian!>>

Mi svegliai di soprassalto. Mi squillò il telefono. Era il penitenziario, anche Sebastian era morto.

Vidi a terra una scena atroce: mia moglie, sdraiata, nuda ed in una pozza di sangue. Mi avvicinai a lei e mi disse:<<È di là, salva Richard!>> poi chiuse gli occhi e morì. Corsi in camera di mio figlio, lui non c’era. Corsi in salotto, in cucina in bagno ed infine in balcone, niente. Quando tornai in camera per cercare di portare mia moglie all’ospedale o da qualche altra parte dove magari si potesse fare ancora qualcosa, trovai una scena raccapricciante: il dito di mio figlio, insanguinato ed avvolto in un pezzo di carta, sopra il mio cuscino. Nel pezzo di carta c’era scritto: “Hai preso la mia luce, ora io prenderò la tua!”

Non dormii per due settimane, mi comprai una pistola e mi trasferii a New York, mia città natale.

Un giorno, mentre passeggiavo per Central Park, mi squillò il telefono. Erano passati due anni dall’omicidio di mia moglie e dalla scomparsa di mio figlio e ormai non avevo più il terrore di andare in giro a piedi da solo o di rispondere al telefono.

<<Pronto?>>

<<Hai preso la mia luce, ora io prenderò la tua!>>

Buttai giù immediatamente. Corsi a casa, ma lei era lì. Non sapevo chi fosse, ma aveva un coltello in una mano e una pistola nell’altra.

<<Adesso lei verrà con me senza opporre resistenza>> mi disse.

<<Mai!>>

<<Lo dico a suo vantaggio, a me non costa nulla ucciderla direttamente.>>

A quelle parole, spaventato, le dissi: <<D’accordo.>>

Mi portò in una stanza buia, mi legò ad una sedia e iniziò a fissarmi.

<Che cosa vuole da me! Non ho fatto nulla, sono una brava persona!>>

<<Una brava persona?  Lei si è portato via la mia famiglia, mio figlio, mio marito, la mia sanità mentale! Ma ora sarà ripagato per tutto il male che ha commesso!>>

Si tolse la maschera. Era la signora Verlac.

<<Che ne hai fatto di mio figlio?>>

<<Richard? Oh non preoccuparti, lui sta bene lontano da te! Non è vero, Richard?>>

<<Ovviamente>> rispose mio figlio <<Ciao papà, quanto tempo!>>

<<Richard, allontanati! Quella è una pazza!>>

<<Non osare parlare così di mia madre! Hai capito bene! Lei è l’unica famiglia che mi rimane. La donna che mi ha cresciuto.>>

<<Richard, vuoi dire qualcosa a tuo padre prima di finire il nostro lavoro?>>

<<Sì. Padre, sei un idiota. La mamma ti tradiva, lei ha rubato tutto. Lo sapevi, ma hai preferito tacere ed incolpare delle persone innocenti! Adesso è il tuo turno! Ti lasciamo con due tuoi amici.>>

Lasciarono la stanza e solo in quel momento mi accorsi di quattro occhi che mi stavano fissando da lontano, nel buio: erano i due Verlac morti, tornati per prendersi la loro vendetta.

<<Potremmo ucciderti, se solo volessimo, così anche tu sapresti che cosa si prova, però vorremmo che tu scontassi le pene per cui entrambi siamo stati condannati ingiustamente.>>

La luce si spense e per il terrore svenni. Quando ripresi i sensi, mi accorsi che la stanza era piena di cadaveri insanguinati: erano i corpi di mia madre, mia sorella, mio fratello, mio padre, i miei zii, le mie cugine e la mia prima figlia, tutti orrendamente squartati ed accanto a me c’era un coltello insanguinato. Sconcertato, mi sdraiai a terra e piansi, piansi molto. Quando mi asciugai le lacrime, sentii da fuori della porta mio figlio e la signora Verlac che parlavano con qualcuno, ma non sapevo cosa stessero dicendo.

La polizia entrò velocemente, fui ammanettato e messo in carcere. Vi rimasi per circa trent’anni. Omicidio plurimo, questa fu la mia condanna; pensavo che, una volta uscito da lì, avrei scontato una condanna anche peggiore, emarginato e considerato da tutti un assassino, ma non fu così, fu peggio. Quando uscii dal carcere, Richard era lì fuori che mi aspettava. Sparò. Morii sul colpo e non ebbi più la possibilità di riscattarmi, la stessa possibilità che avevo vietato alla famiglia Verlac.

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Cento specchi

di Gaia Fanchiotti

In una calda giornata d’agosto, tre amici, Casey, Jason e Sally si erano ritrovati, come spesso accadeva la sera, nel salotto della casa di Tristan; sgranocchiando delle patatine, bevendo bibite gassate, a Casey, ragazza sfrontata ed audace, venne in mente un gioco per animare la loro serata. Quindi, spense la televisione e si voltò con aria competitiva verso i suoi amici: “Allora…” non fece in tempo a parlare che Tristan la interruppe subito: “No no, non iniziare, conosco quell’ “allora” e non mi tranquillizza affatto.”

“Lasciami parlare, ti prego, ho in mente un’idea fantastica: Sally, obbligo o verità?” disse Casey, alzando il sopracciglio.

Dopo essersi guardata un po’ intorno, Sally rispose: “verità.”

“Come immaginavo… va bene, allora dimmi il luogo che ti fa più paura al mondo”, Casey la sfidò.

“Facile, l’hotel Hook!” rispose Sally, appoggiando la schiena sullo schienale della poltrona.

Jason, riconoscendo il nome dell’hotel, intervenne dicendo: “Bella risposta, Sally. Ci sono delle leggende riguardanti quel posto spaventosamente inquietanti.”

“Bravo Jason, dato che sei intervenuto… obbligo o verità?” disse subito Casey, cambiando discorso.

“Obbligo” affermò Jason, con un sorriso a mo’ di duro.

“Vai in quell’hotel… tranquillo, prendila come una vacanza!” ordinò la ragazza ridendo. Dopo aver visto la faccia del suo amico, nella quale era dipinta un’espressione di terrore, Casey tirò gli occhi al cielo e disse: “Oh santo cielo Jason, non crederai davvero a quelle leggende! Sciocchezze, ecco cosa sono. Sono sciocchezze per spaventare i bambini…oh, Jason!”.

Tutti la guardarono con sguardo di disapprovazione; come dargli torto…

Effettivamente le leggende sull’hotel Hook sembravano tanto surreali quanto convincenti sullo starne alla larga. Si diceva, infatti, che ci fossero cento stanze e che in ognuna ci fosse morto qualcuno, a parte in una.

Nonostante ciò questo posto era ancora aperto, anche se probabilmente, da 10 anni a questa parte, con pochi incassi.

Si pensava che il proprietario fosse il figlio del signor Hook, il primo cadavere dell’albergo. Morì nella stanza numero 1, nelle quale viveva; pare fosse morto a causa di innumerevoli vespe, le quali pervasero tutto il suo corpo fino al suo decesso.

“Beh, cosa avete da guardarmi così? Sapete cosa vi dico? Ci andrò io!” disse Casey, convinta delle sue idee.

Jason, Sally e Tristan iniziarono col tentare di farle cambiare idea, ma non c’era niente da fare; così, per paura della fine che avrebbe fatto, si offrirono per accompagnarla, nella speranza di riuscire a farle cambiare idea prima che fosse troppo tardi. Ma lei rifiutò.

Erano le 20:33 quando Casey partì da sola. Non era ancora troppo buio, ma nel tragitto per arrivare all’hotel l’atmosfera si faceva molto più cupa.

L’orologio segnava le 21:18 quando Casey scese dal taxi. Vedendo dove l’aveva portata, il tassista guardò la ragazza con aria stupefatta. “Steven Gheller” era la scritta sulla targhetta del tassista. Matthew Gheller era suo fratello gemello, morto nella stanza 62 dell’hotel Hook. Si dice che la sua morte fosse dovuta ad un evento paranormale: praticamente venne strangolato dal nulla, come se ci fosse una persona invisibile che l’avesse picchiato, spintonato e massacrato fino a che il suo battito cardiaco non venne a cessare.

“Che c’è Signor Steven Gheller, gli hotel non le sono di gradimento?” chiese scocciata Casey, sbattendo la portiera.

Un vialetto elegante conduceva all’entrata dell’albergo, con tanto di tappetto rosso negli ultimi cinque metri.

Casey, dopo aver ripensato a tutte le preoccupazioni dei suoi amici, iniziò ad avere qualche allucinazione; quel maestoso tappeto rosso divenne ai suoi occhi una distesa di sangue con tutti i defunti che si dissanguavano dentro a quella pozza rossa.

La ragazza scosse la testa e riprese lucidità. Poi valicò la porta.

L’albergo si presentava lussuoso e signorile, con ringhiere d’oro e tappeti di moquette rossi. Fece qualche passo, un po’ stranita e insospettita, fino a quando un’enorme mano non le si appoggiò sulla spalla premendo fino a farle male. “Oddio!” disse Casey girandosi di colpo.

“Buongiorno signorina, sono David Hook, il direttore dell’hotel”, disse lui stringendole la mano. Parlava molto velocemente e sorrideva in continuazione. David era molto alto, magro e, nonostante fosse vestito impeccabilmente, aveva un’aria trasandata, sembrava quasi forzato il suo sorriso, i suoi occhi erano contornati da occhiaie, la sua bocca piena di denti storti e mal curati.

“Si, ecco… salve! Sono Casey Cooper, vorrei alloggiare qua stanotte. Avete una stanza libera?” chiese lei ridendo, ma David cambiò espressione: tutto a un tratto si irrigidì, il suo inquietante sorriso si mutò in un altrettanto inquietante sguardo severo. Casey smise di ridere e guardò a terra.

Ma inaspettatamente… “ahahahahahahah”, una risata isterica del direttore seguitò il precedente momento imbarazzante. A quel punto Casey, dopo essere quasi morta di paura per la terza volta nel giro di pochi minuti, chiese schietta: “La chiave della mia camera! Per favore…”, cambiò tono quando David, a causa della richiesta maleducata della ragazza, smise di ridere e le lanciò uno sguardo di ghiaccio. Nonostante ciò, andò verso il bancone per prenderle la chiave; era la numero 100 e, quando lui fece per porgerla alla ragazza, le afferrò i polsi e la guardò dritta negli occhi. Subito dopo sorrise per una frazione di secondo prima di tornare allo sguardo di ghiaccio e lasciarla andare.

La ragazza si allontanò lentamente e non appena lo sguardo fisso del direttore non poteva più seguirla, fece uno scatto per le scale che portavano al primo corridoio.

Vide in lontananza la prima stanza, quella del defunto Hook; decise di avvicinarsi, in segno di coraggio. Quando fu di fronte alla porta vide uno specchio: era ben pulito, impeccabile e contornato da una cornice molto rifinita ed elegante.

Distolse per un attimo lo sguardo dallo specchio a causa di un rumore, ma quando riappoggiò gli occhi su di esso… “AAAAAAAHHHH” fece un salto indietro e si coprì la faccia per impedirsi la vista. Quello specchio non era innocuo come sembrava: riproduceva una scena macabra, sembrava che raffigurasse la morte del signor Hook. Casey era pervasa dal terrore, ma anche dalla curiosità, che per giunta prevalse. Allora si fece coraggio e, in lacrime, come se fosse una tortura, fissò lo specchio. Le immagini erano chiare: si poteva facilmente vedere il corpo massacrato del signor Hook sul pavimento, esausto. Le vespe che entravano e uscivano dal naso, dalle orecchie e dalla bocca come fosse l’incrocio di una metropoli.

Si potevano sentire le urla di disperazione del povero signore che gridava chiedendo aiuto.

Ormai Casey era traumatizzata, piangeva a dirotto e vagava per l’hotel come se si fosse persa. Ben presto si accorse che quello specchio era presente su tutte le porte, quindi, non potendone fare a meno, li guardava, ma subito dopo si buttava a terra piangendo. Arrivò anche alla stanza 62, Matthew Gheller era raffigurato nello specchio mentre sembrava un pazzo che cadeva a terra da solo; come morì Matthew Gheller? Strozzato dal nulla.

Casey non sapeva più cosa fare, era come se fosse circondata da 99 televisioni che riproducevano scene macabre.

La ragazza era ormai fuori di sé, l’unica cosa che pensò fu di entrare nella sua stanza e non riuscirne più finché non avesse trovato una soluzione.

Dopo una lunga ricerca tra corridoi “di sangue”, trovò la stanza numero 100: era in fondo al corridoio, anch’essa con uno specchio appoggiato alla porta, ma il vetro era nero, non vi era rappresentata alcuna scena di morte. Non capendone il motivo (e nemmeno aveva intenzione di capirlo) Casey aprì velocemente la porta. Era vuota. Né letto, né mobili, né lampadario. Completamente vuota.

Fece un giro per quella “stanza”, poi, camminando all’indietro arrivò fino alla porta. Sentiva un respiro sul suo collo. Deglutì e si girò lentamente. Vide il figlio del signor Hook che la fissava, la sua faccia inclinata di trentacinque gradi. Casey spaventata, lo guardò negli occhi e non appena gli disse: “Salve signor Hook”, di colpo precipitò a terra, la sua testa era staccata dal corpo. Hook l’aveva uccisa.

Il direttore Hook, sempre secondo la leggenda, stava aspettando l’ultima vittima, solo allora avrebbe potuto bruciare l’albergo con se stesso all’interno. Suo padre prima di morire gli disse di farlo al posto suo e dopodiché raggiungerlo nell’aldilà per vivere insieme in eterno.

“25 agosto 1999 ore 00.02: Hotel Hook in fiamme, una sola vittima.” Così almeno si lesse sul giornale.

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Un gioco

di Giorgio Valli

Era una giornata di sole, ideale per uscire in cortile a giocare nell’asilo della cittadina di Kaspertown. I bambini correvano spensierati tra gli alberi di quel giardino così allegro e vivace, c’erano le altalene, gli scivoli e tutti erano così allegri e sorridenti. Tutti tranne Margaret. Lei non amava giocare, preferiva stare seduta e immaginarsi le facce che le proponevano le piastrelle del pavimento. Le maestre avevano provato a coinvolgerla, ma ormai si erano rassegnate perché gli altri genitori si lamentavano di lei da quando, per farla giocare, aveva rotto il braccio a un compagno facendogli lo sgambetto. Quella giornata la madre andava a prenderla come suo solito, ma aveva notato qualcosa di strano in lei. La bambina, giunta a casa, trovò sul suo letto una scatola di un puzzle con allegato un biglietto: conteneva la scritta “è ora di giocare.” Aprì la scatola; al suo interno vide i pezzi del gioco: un accendino e un coltello. Cominciò a comporre il puzzle, pezzo dopo pezzo. Il puzzle raffigurava incredibilmente il salotto di casa di Margaret. C’era però qualcosa di insolito, di diverso. Dal divano di tela color panna scorgeva la testa della madre e una figura, simile a un uomo ossuto che sorrideva; aveva lo sguardo vuoto forse influenzato dal fatto che era privo degli occhi. Le sue orbite ospitavano croste e sangue secco. Alzò gli occhi dal gioco e sentì una voce che continuava a sussurrarle: “Gioca con me, devi giocare se vuoi stare bene, se non vuoi rimanere sola.” Margaret corse sul divano urlando, sentì dei passi avvicinarsi, lenti e strascicanti, la porta si aprì lentamente. Era la madre che le si sedette a fianco sul divano per rassicurarla. La bambina abbassò per un attimo lo sguardo; nel momento in cui lo rialzò quell’uomo apparve in tutta la sua bruttezza davanti ai suoi occhi urlandole: “GIOCA! DEVI FINIRE IL GIOCO!” Margaret prese il coltello, iniziò a pugnalare quello che credette essere il mostro ossuto. Picchiò con il coltello sul petto con tutta la sua forza. Il sangue le schizzava sul viso, il petto era dilaniato dalle coltellate. Pose lo sguardo verso la madre ormai defunta. Si divertì a giocare, per sua fortuna aveva anche un accendino.

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Jack

Jack si incamminò titubante verso il segnaposto luminoso che indicava il numero corrispondente a quello sul suo biglietto. Si sentiva un pesce fuori dall’acqua, una barca nel bosco, perché per lui era la prima volta. Si sedette, allacciò la cintura come indicato e decise di passare il suo tempo in un’attività che gli uomini fanno sempre più di rado: pensare.

Pensò alla sua infanzia, ai bei ricordi al mare e in montagna, alla scuola elementare, al Liceo, alle serate con gli amici, all’università. Pensò alle liti, allo stare bene, agli odi, agli amori, pensò a tutto. Pensò a quando sognava di essere un calciatore benché con la palla tra i piedi fosse negato, a quando sognava di essere un giornalista prima politico poi sportivo, a quando sognava di diventare un grande politico e risollevare le sorti di un paese e un mondo alla deriva. Pensò a tutti i desideri e i sogni non realizzati, a tutti i buoni propositi mai mantenuti. Pensò a tutti i suoi cari, a quelli venuti a mancare che avevano lasciato un vuoto incolmabile, e a tutti gli amici, quelli che erano andati, quelli che erano venuti, quelli che erano tornati, quelli che non aveva mai dimenticato. Pensò a lei, il suo primo grande amore, uno dei tanti, ma ogni volta che Jack pensava all’amore la prima immagine che gli veniva alla mente erano i suoi occhi che non aveva mai dimenticato. Pensò a tutte le volte che aveva desiderato un Astolfo che andasse per lui sulla Luna a recuperargli il senno perduto. Pensò quindi alle ragioni del suo viaggio, della sua fuga, che lo facevano essere per la prima volta in vita sua su un aeroplano. Jack voleva lasciarsi tutto alle spalle. Aveva vissuto una vita altalenante, piena di grandi emozioni, esperienze elettrizzanti, momenti felici, ma anche e soprattutto di cocenti delusioni; ed erano proprio quelle che lo avevano indotto a fuggire, a partire senza nemmeno un bagaglio per lasciare tutto dall’altra parte del mondo. Jack aveva progettato per anni questo viaggio, prima solo in teoria, fino a quando la vita non aveva iniziato a soffocarlo con le sue sofferenze. Era ormai schiacciato dal loro peso quando aveva deciso di partire, causando le lacrime della madre e lo sconforto di amici che forse però non lo avevano mai veramente compreso. Voleva solo lasciarsi tutto alle spalle, volare via libero come un aquilone, lasciare a terra tutti i ricordi, per iniziare da zero una nuova vita, felice, libera, senza ripetere gli errori del passato. Sapeva che gli sarebbero mancati gli affetti, ne era ben consapevole, ma era già stato abituato più volte in passato ed ormai non ne era più così spaventato: era lì, vivo, quindi era stato forte ed era andato avanti. Quando l’aereo decollò i pesi di Jack rimasero a terra, dove sarebbero dovuti rimanere per sempre e lui si sentì per un attimo libero: tutte le delusioni della sua vita, tutto il dolore a cui il suo cuore era stato sottoposto, tutti i tradimenti, le liti, le sofferenze, le incomprensioni erano rimasti a terra. Erano a terra anche tutti i suoi ricordi, che, benché spesso felici, lo riconducevano a sofferenze, come quei maledetti occhi. Ma quello che il povero Jack non sapeva è che non basta questo per liberarsi dei dolori, perché ce ne sono sempre di nuovi dietro l’angolo, ma soprattutto di vecchi, legati a quei bellissimi occhi innamorati… non possono essere cancellati nemmeno con un volo libero nel cielo.

Jack non aveva capito che fuggire non è la soluzione, ma che avrebbe dovuto affrontare da uomo la parte di vita che gli restava da vivere. O forse il povero Jack lo aveva capito, ma era ben consapevole che il suo cuore usurato e distrutto non poteva sopportare altri dolori laceranti e quindi aveva optato per questo ultimo disperato tentativo. E forse quella di Jack non era una fuga, ma una ricerca. L’uomo cerca continuamente la felicità, ed è questo desiderio, questa ricerca, che lo porta continuamente all’errore, alla delusione e alla sofferenza; ma non si ferma, non può smettere di desiderare e quindi di soffrire. E forse Jack ha capito questo meglio di tutti, e per questo lui non fugge, ma cerca libero e leggero come un aquilone il suo posto nel mondo, che gli garantisca quel suo angolo felice. E per uno come lui, quell’angolo felice è tutto da trovare. Jack quindi non è fuggito, ma ha solo iniziato a cercare. Ha compreso il messaggio della vita, che da qualche parte bisogna iniziare a cercare, anche se il mondo appare troppo grande.

Insomma Jack non è Jack, Jack sono io. E gli occhi, i maledetti occhi, sono i tuoi.

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Il duello tra Achille e Tersite

di Emma Lazzarini

“Okay, la versione andrà malissimo” si disse James Miller una volta terminato l’esercizio.

“Qua dice che Tersite era un Acheo bellissimo e valoroso e che era amato da tutti.

Ma sì… già che ci siamo scriviamo anche che Achille era brutto e vile.” Disse con una certa ironia nella voce.

“PERFETTO! Ho distrutto l’Iliade e il greco in quattro semplici righe!” esordì il ragazzo sull’orlo di una crisi.

Decise che sarebbe stato a farla finché non l’avesse tradotta bene tutta, ma finì per addormentarsi con la faccia spiaccicata sul libro di greco cinque minuti dopo.

Si svegliò di soprassalto dopo poche ore.

Con gli occhi ancora un po’ indolenziti uscì dalla sua… “TENDA!!” esclamò il ragazzo.

Vide un uomo con l’armatura davanti a sé e gli corse addosso.

“D-D-DOVE MI TROVO?” chiese all’uomo.

“Alexios stai bene? non avrai per caso bevuto troppo anche questa volta, eh?” disse l’uomo con un ghigno.

“A-ALEXIOS!? Mi chiamo James Miller e no, non ho bevuto, sono ancora troppo piccolo!”

“Ahahah Alexios mi sa che hai decisamente bevuto troppo; ti conviene rientrare nella tenda prima che il Grande Tersite ti veda.”

“IL GRANDE TERSITE? Ma come è possibile?! È un uomo vile e brutto, nel libro di epica c’è anche scritto che si tratta di un infame che si diverte a diffamare i grandi re! Agamennone, Achille, Odiss..” ma prima di riuscire a terminare la frase venne interrotto dalla risata del soldato.

“Devi avere bevuto davvero tanto se affermi che Achille è un grande re!” disse ridendo di gusto “ah e poi ti conviene non insultare il soldato più valoroso tra quelli venuti a combattere la guerra a Ilio” concluse facendosi serio.

“S-si scusa.”

“Non c’è problema, fortunatamente non ti ha sentito nessun altro…vieni, ora c’è l’assemblea.”

James era talmente confuso che sentì solo qualche spezzone di frase qua e là “mai per me buon augurio tu dici” o “io voglio sano l’esercito e non che perisca” fino a quando un uomo bellissimo non si alzò e si mise contro le parole del vecchio.

Il giovane e vigoroso uomo parlò di doni e di fanciulle ma il ragazzo non stava veramente ascoltando, aveva lo sguardo fisso su quella creatura divina.

Sembrava fatto con lo scalpello: era muscoloso, aveva la mascella pronunciata e gli occhi azzurri, aveva dei folti capelli biondi e trasmetteva sicurezza.

Girò lo sguardo per due secondi e lo vide.

Achille, seduto in un angolo, gobbo e zoppo.

Non sapeva come, ma era certo che fosse lui.

Non era possibile.

Quindi quell’uomo dalla bellezza indescrivibile era Tersite.

Cadde a terra provocando un forte tonfo.

“S-sono nella mia traduzione d-di greco” disse con un filo di voce mentre tutti accorrevano per vedere cosa fosse successo.

Dopo qualche minuto (il tempo di riprendersi) si alzò da terra e trovò una scusa per recarsi alla tenda.

Si sdraiò sulla brandina e iniziò a pensare.

“Di sicuro è solo un sogno, tra poco mi sveglierò e tutto sarà normale” e si addormentò.

Aprì gli occhi e subito si sentì perso.

“ANCORA QUESTA MALEDETTA TENDA!” urlò con tutta la voce che aveva.

Il grido incuriosì Achille, che abitava nella piccola tenda vicina, il quale decise di andare a controllare se Alexios stesse bene.

Entrò nella tenda e a voce piuttosto bassa e sconsolata disse “A-Alexios, so che mi hai detto di non farmi più vedere alla tua tenda ma ho sentito un urlo forte e sono venuto a…”

“Achille, non scusarti. È un onore per me averti qui” disse con aria piuttosto eccitata.

“Mh, sì… quindi tutto a posto?”

“Sì, sì non preoccuparti, pensavo di aver perso il telefo…l’armatura scusa” disse con palese imbarazzo.

“Va bene, arrivederci capo.”

James ricambiò con un cenno del capo e tornò a sedersi guardando l’eroe uscire.

“Scusa, ti ho ridotto davvero male eh” pensò il ragazzo fra sé e sé.

E poi capì.

“Devo rimediare ai miei errori della versione!” disse.

Poi tutto eccitato pensò che era come essere entrato nel suo film preferito: Ritorno al futuro.

Aveva cambiato il passato e doveva sistemare le cose per tornare alla normalità!

Le cose fino ad ora erano andate male… secondo ciò che aveva studiato, Achille avrebbe dovuto uccidere Ettore.

Ma questo potrà accadere solo se Ettore ucciderà Patroclo.

Doveva insegnare a combattere ad Achille!

Ma prima di tutto doveva farselo amico. James decise quindi di uscire dalla tenda per andare a parlare con Achille, capire che cosa gli fosse successo e provare anche a renderlo quell’eroe che tutti i libri di epica descrivono come il più grande e feroce di tutti i tempi.

 James si recò quindi nella tenda di Achille ed entrò silenziosamente, per non disturbarlo. Achille era seduto sulla sua brandina e stava lucidando la sua armatura ed era talmente tanto immerso nel suo lavoro che non si accorse nemmeno della sua presenza.
“Ciao…” disse James timidamente salutandolo con la mano. Achille saltò dallo spavento lanciando in aria l’elmo e lo scudo, si voltò verso di lui con aria spazientita per essere stato interrotto ma, quando si rese conto di essere di fronte a uno dei capi, si inchinò subito in segno di rispetto chiedendo umilmente perdono per essere stato così arrogante.

“Oh no no no, non c’è bisogno, alzati…soldato?” disse James imbarazzato.
“Soldato?” disse Achille alzandosi lentamente “Nessuno mi chiamava più così da tanto tempo…”
“Oh ma dai, non ci credo!” disse James “Com’è possibile che un eroe grande come te sia ridotto così! Cioè o meglio… come ho fatto io a ridurti così.”

Achille lo guardò pensieroso non capendo che cosa stesse dicendo il suo capitano.

“Capo ha bisogno di qualcosa o…” disse lui recuperando l’elmo e lo scudo da terra.
James si schiarì la voce e tentò di assumere un’aria solenne “Achille io ti farò diventare un grande guerriero.” Il soldato lo guardò con un’espressione mista fra incredulità e paura e poi esordì con “Signore forse ha bevuto troppo, la riaccompagno nella sua tenda…”

 “Ma perché tutti… ascolta io dico sul serio tu sei un grande e forte eroe devi solamente prendere le armi in mano e combattere!”
James prese una spada da terra e la agitò in aria, come spesso faceva fare al suo avatar quando giocava alla playstation, tuttavia si accorse che non era così semplice come credeva e così la spada gli scivolò dalle mani cadendo pesantemente a terra.

“Ecco vedi… io non ci ho creduto abbastanza!” disse poi tentando di giustificare la pessima figura fatta. Piombò un silenzio imbarazzante nella tenda e James notò che lo sguardo incredulo di Achille continuava a guizzare dalla spada a terra alla sua faccia.

“Bene oggi pomeriggio allenamento con me al campo.”

Il pomeriggio trascorse velocemente tra gli incoraggiamenti di James e gli sforzi di Achille.

All’inizio il “grecista mancato” sembrava sul punto di arrendersi come al suo solito, ma ritrovò la forza quando l’eroe iniziò a crederci.

Decisero di sfidarsi ad un duello (anche lui era migliorato), così presero le spade e iniziarono a combattere per allenarsi.

Achille inaspettatamente disarmò il ragazzo, il quale finalmente vide una scintilla nei suoi occhi.

Ci stava riuscendo.

Ora Achille stava tornando il fiero guerriero di una volta! E la sua schiena!

“Guarda! Non hai più la gobba” esclamò il ragazzo.

“Hai ragione! Grazie a te sarò un soldato valoroso, avranno tutti paura di me!”

E ora l’espressione strafottente aveva preso il posto di quella abbattuta che aveva prima.

“Continuiamo il duello, per favore!”

Così i due combatterono fino a tarda notte.

Ogni volta che riusciva a disarmarlo una caratteristica dell’eroe tornava.

“Il tuo naso!” esclamava “i tuoi capelli!” “la tua gamba!” “i muscoli!” urlava ogni volta il ragazzo.

Entro le prime ore del mattino Achille aveva riacquistato tutte le sue fantastiche caratteristiche che lo rendevano il migliore.

Il mattino seguente tutti furono scioccati dal cambiamento: bisbigli, occhiatacce, colpetti.
 Tutti erano meravigliati dalla sua bellezza, anche Tersite.

La sua gelosia lo stava distruggendo.

Prese la decisione più sfrontata che potesse prendere.

“Io ti sfido, Achille. Credi di riuscire a diventare meglio di me? Io sono il migliore. Domani alle prime ore del mattino si terrà il duello?”

Arrivò il giorno e Achille era pronto: mise la sua armatura che per mesi aveva lucidato e prese la sua spada.

James lo aspettava con ansia fuori dalla tenda.

Il duello fu molto combattuto, entrambi erano molto valorosi e la folla era divisa.

Ecco il colpo decisivo.

Achille colpì la gamba di Tersite facendolo cadere a terra e l’eroe ne approfittò per mettergli la spada sul collo, bloccandolo.

Il vile Tersite allora iniziò a piangere dicendo “S-Scusa per averti sfidato *sigh* non m-mi uccidere *sigh* h-hai vinto tu”.

Tutta la folla allora scoppiò a ridere e ad acclamare Achille.

Era tornato tutto alla normalità.

Tersite era zoppo e aveva dimostrato la sua arroganza e la sua viltà mentre Achille era tornato ad essere …beh Achille.

James allora si diresse dall’eroe per festeggiare con lui ma…

“ALLORA TI VUOI ALZARE!!” esclamò la mamma dall’altra stanza “SONO GIÀ LE SETTE E MEZZA!! LA VERSIONE!!”

James si era svegliato di colpo cadendo dalla sedia su cui si era addormentato.

Era un sogno?!

Ancora mezzo addormentato prese il libro di epica e l’aprì al capitolo della guerra di Troia.

Pagina 236 “il duello tra Achille e Tersite”.

fantasie ecologiche, racconti brevi

Avventure a Gambaba

di Alice Menconi

Era una notte del tutto tranquilla al villaggio Gambaba. Era un piccolo villaggio in una radura, circondato da un bosco. Erano per lo più abitazioni antiche, degradate solo dove abitava la gente più povera. Le pareti erano di un grigiastro muschiato e rendevano la città umida e incolore. Tutto successe alla casa dei Fredicsons. Era ormai notte fonda e tutto il villaggio era andato a dormire. Tutte le luci erano spente tranne quelle della loro casa. Il papà e i suoi tre figli erano fuori, nella radura a guardare le stelle. Il cielo era buio, ma aveva molte stelle che illuminavano il paese e risplendevano alte e numerose. Jacomo, Bill e Jack insieme al padre Frank erano seduti fuori. In casa c’erano solo la madre Hana e la figlia Maria. Jacomo, Bill e Jack erano tre gemelli di 9 anni. Erano tre ragazzi che adoravano muoversi nella natura. Tutti e tre un po’ cicciottelli, ma molto agili. Erano astuti e intelligenti e quando si trattava di furbizia erano i primi ad ingegnarsi. Erano una piccola banda. Ognuno di loro non poteva fare a meno degli altri; inseparabili e pieni di coraggio. Erano abili nell’orientamento e apprendevano il mestiere di cacciatore dal padre che ogni domenica portava a casa un cinghiale. La loro casa era una delle più belle e grandi con una grande cucina per preparare il cinghiale. Quella notte, appena papà e mamma si furono addormentati, ai tre, che da tanto tempo non andavano in giro ad esplorare, venne un’idea. Ne approfittarono per spingersi verso la fine della radura e l’inizio del bosco, posto che non era per niente consigliato visitare a quell’ora; loro lo fecero ugualmente avventurandosi verso il “bosco dai cedri rossi”. Credevano che di notte fosse più facile catturare un cinghiale, che poi avrebbero portato al loro papà come segno di aver appreso molto dai suoi insegnamenti. E così intrapresero questa loro avventura piena di inaspettate difficoltà. Jacomo conosceva una casa sull’albero a poche centinaia di metri dal paese. Lì si rifugiarono per la notte; volevano partire per la caccia la mattina molto presto. All’alba si svegliarono per costruirsi piccole armi, con bastoni e cocci di vasi; sarebbero servite per affrontare il cinghiale. Poi si misero in marcia, ma per molte ore non riuscirono a trovare tracce di cinghiali. Si dovettero accontentare di due coniglietti e di un cespuglietto di fresca insalata. Dopo due giorni trascorsi nel bosco sempre nel vano tentativo di riuscire nella loro impresa, decisero per l’ultima volta di ritentare. Jack, che era un bravo inventore, decise di fabbricare armi più sofisticate, usando anche spaghi, sassolini e uncinetti. Ultimate le loro invenzioni, si misero in cammino verso la fitta boscaglia. La caccia non stava andando per il meglio; stremati stavano per arrendersi. Erano via da casa ormai da qualche giorno e le forze stavano per esaurirsi. All’improvviso sentirono un rumore provenire da dietro i cespugli. Spuntò fuori un cinghialetto impaurito che era riuscito a scappare da un lupo che poi aveva perso le sue tracce. I ragazzi lo videro, ma decisero di non ucciderlo e portarlo a casa vivo. Questo cinghialetto era piccolo, con pelo marrone scuro e privo di zanne, data la giovane età. Raccolsero le ultime forze per tornare a casa e arrivarono alla radura tutti molto entusiasti. Entrarono in casa e i genitori, preoccupati, furono felicissimi di rivederli. Vista la preda, il papà fece loro i complimenti; era fiero che avessero appreso il suo mestiere. La mamma un po’ scontenta, all’idea di tenere un animale in casa si lasciò trasportare dall’entusiasmo dei figli. Trascorsero cinque giorni assieme al nuovo amico fino a quando, mentre stavano passeggiando, sbucarono due cinghiali dal bosco. Dopo un po’ Bill riuscì a capire che quei due erano la sua famiglia. Salutarono il cinghialetto che se ne andò nel bosco con i genitori e un po’ dispiaciuti i ragazzi tornarono a casa, felici di aver avuto questa indimenticabile esperienza.

NNLC Notte Nazionale del Liceo Classico, racconti brevi

Brano di apertura della NNLC 2020

Ecco il racconto vincitore del Concorso di scrittura creativa della NNLC2020 con cui si è aperto in tutta Italia l’evento del 17 Gennaio. Ancora complimenti a Gabriel, della classe I A Repetti, che è stato ospite al Liceo Aristofane di Roma insieme a Francesco Rainero e al Prof. Rocco Schembra, ideatore della NNLC.

Il Prof. Rocco Schembra, ideatore della NNLC, e Gabriel Bianchi della I A Repetti, autore del brano di apertura della NNLC 2020