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“Il ritratto di Dorian Gray”, recensione

Tra il romanzo e l’attualità

di Fabio Baldelli

Credo che all’interno di questo avvincente classico si possano raramente trovare elementi di noia. Noia, quello stile di vita tanto disprezzato da Lord Enrico Wotton e allo stesso tempo tanto praticato dalla borghesia londinese del XIX secolo, una società che limita i piaceri. Enrico non è altro che un pesce che nuota controcorrente, cercando di far capire ai dormienti che la vita dev’essere vissuta intensamente, cogliendo ogni attimo. Se solo le sue idee fossero più moderate, non avrei problemi a condividere pienamente io stesso la sua filosofia di vita. Il nostro mondo ha conosciuto società che condannavano e allontanavano il piacere materiale, ritenuto motivo d’indebolimento per lo spirito. L’esempio più classico è quello dell’epoca basso-medioevale, nella quale l’unico modo per rafforzare lo spirito era seguire la legge di Dio, che in realtà non era altro che la legge dei suoi rappresentanti, nient’altro che uomini, profeti armati, chierici e al contempo uomini politici, vicari di un Cristo che, se solo avesse potuto, li avrebbe sradicati. La legge morale e spirituale da loro offerta alla cultura occidentale è sopravvissuta fino ai nostri giorni e si è mischiata con l’ignoranza di chi non sa guardare oltre il suo naso. Ancora oggi alcune persone, basandosi su un ideale religioso, o indirettamente influenzati da esso, temono determinati comportamenti sessuali; altre sono convinte di sapere perfettamente cos’è arte e cosa non lo è, quando invece l’esatta definizione di questa disciplina universale non è ben chiara neanche ai suoi maggiori rappresentanti. Purtroppo l’argomento sessuale è ancora un tabù per alcune persone che trovano il loro rifugio all’interno dell’ignominiosa gabbia delle emozioni chiamata pudore. Il pudore può di certo esser considerato una virtù, ma è davvero necessario che ci chiuda la strada verso il progresso sociale? Recentemente uno dei più ricercati siti di film per adulti ha subito delle forti restrizioni da parte delle istituzioni, a danno degli attori. Suppongo che Lord Enrico, assistendo a ciò, avrebbe probabilmente sostenuto che la civiltà banale e noiosa di cui faceva parte non si è evoluta, ma ha mantenuto la paura del piacere; in questo caso mi troverei pienamente d’accordo con lui. La nostra società sembra per certi versi tornare indietro, nonostante la storia abbia dimostrato quanto la censura danneggi la cultura. Pare che il sesso e la nudità siano riconosciuti come arte da ben poche persone, mentre le altre concepiscono l’arte solo in base alla propria esperienza di vita. La nudità è una forma artistica sin dalle Veneri paleolitiche, eppure un attore o un’attrice a luci rosse, un modello o una modella di nudo, o chi semplicemente posta una foto seminuda sui social è per molti automaticamente un o una poco di buono o semplicemente qualcuno che fa un lavoro poco raccomandabile. Anche l’arte musicale è oggetto di grande dibattito: c’è chi ritiene artistiche sole le canzoni d’amore o di alto spessore morale e condanna invece quelle che parlano di sesso o denaro; c’è chi ama la musica classica e ritiene che solo essa possa essere definita un’arte.
Non mi spiego come la gente non riesca a comprendere qual è l’elemento che ci rende veramente umani: la soggettività; quel modo di percepire le cose che la Natura ha donato all’uomo e che dona libertà alla nostra mente. Un elemento che mi ha profondamente colpito è la prefazione del romanzo, nella quale Oscar Wilde spiega come nella sua epoca l’arte sia soffocata, esprimendo il suo concetto di arte; trovo questo brano estremamente attuale e non posso che trovarmi d’accordo con ogni parola dello scrittore, anch’egli condannato, perché omosessuale, da una società ostile al piacere.
Non esistono libri morali o immorali. I libri sono scritti bene o scritti male. Questo è tutto… Nessun artista ha intenzioni etiche. Uno scopo etico in un artista è un imperdonabile manierismo stilistico… Il vizio e la virtù sono per l’artista materiale di un’arte… Lo spettatore e non la vita viene rispecchiato nell’arte…
Parole uniche ed emozionanti che dovrebbero essere fonte di riflessione per tutti noi e soprattutto per tutti coloro che non guardano più in là del loro naso. Non è mia intenzione generalizzare, ma generalmente chi non è aperto a nuove forme di vita, di piacere e di arte è colui che una vita l’ha già vissuta: per l’anziano ciò che è stato appreso nella vita è assolutamente sacro e dunque le sue opinioni a volte retrograde non possono essere cambiate. Un altro elemento che mi ha colpito è infatti uno dei tanti discorsi di Lord Enrico, contenuto nel penultimo capitolo;
Giovinezza! Non v’è nulla che la valga. È un’assurdità parlare dell’ignoranza della gioventù: le sole persone di cui ascolto oggi le opinioni con grande rispetto sono molto più giovani di me. Mi sembra che mi abbiano superato e che la vita abbia rivelato loro le sue estreme meraviglie. Quanto ai vecchi, li contraddico sempre, per principio. Se si chiede loro quel che pensino di un fatto accaduto ieri, ripetono solennemente le
opinioni correnti nel 1820, quando si portavano i colletti alti, si credeva in tutto e non si sapeva assolutamente nulla. Ho letto questo brano ai miei genitori, avendo precedentemente discusso con loro sul valore dell’empirismo degli anziani, dimodoché diventasse per loro una fonte di riflessione. Fonte di riflessione sono tutti i cinici discorsi di Enrico, ma ovviamente non mi trovo d’accordo con tutti. Nella vita dissoluta predicata da Lord Enrico è sicuramente sottointeso l’elemento sessuale: provare qualsiasi tipo di esperienza può essere un metodo per evitare l’ennui. Potrei trovarmi d’accordo se non fosse per due motivi fondamentali. Dorian Gray, inseguendo la vita predicata da Wotton ha provocato dolore e male a tutti i suoi conoscenti; dunque credo che una persona che dedichi la vita al piacere diventi ignobile qualora ferisca chi gli sta intorno. Il secondo motivo è il fattore negativo dell’esagerazione; nessun piacere è un male, che esso sia sesso, cibo, allenamento o qualsiasi altra cosa, ma quando un piacere diventa la nostra unica ragione di esistenza, cadiamo nell’esagerazione e nella dipendenza, provocando a noi stessi danni psichici e fisici. Dunque a parer mio non vi è nulla di non etico nel violare la censura anti-piacere dei retrogradi dogmi religiosi o della società, ma qualora taluno finisca col fare del male a se stesso o ai suoi cari, sfociando nell’esagerazione, ciò diventa immorale. Per concludere mi accingo a riportare il fulcro della trama: Dorian Gray rimane sempre giovane, bello e puro ed è il quadro ad invecchiare al posto suo, mostrando anche i segni dell’ignominia. Una trama affascinante che assieme alle riflessioni di Enrico su vari aspetti della vita ti esorta a leggere il libro tutto d’un fiato. Tuttavia secondo me la colonna portante della storia è infondata, perché i tratti somatici di una persona non ne delineano eccessivamente la purezza d’animo o l’ignobiltà. Consiglio questo romanzo a tutti coloro che, come me, difficilmente si cimentano nella lettura e desiderano riscoprirne il piacere attraverso un classico, che oltre ad essere fonte d’intrattenimento è fonte di riflessione sulla vita in relazione a se stessi e alla società.

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Dante: uomo del suo tempo

“Dante” di Alessandro Barbero, recensione

di Lorenzo Beccaria

Trovandomi ad affrontare La Divina Commedia a scuola, sono stato incuriosito dal libro “Dante” di Alessandro Barbero, sia perché era presentato come un libro originale sulla vita del poeta, sia perché ho sempre apprezzato Barbero come storico, trovandolo interessante, divertente e mai noioso.

Anche in questo caso non sono rimasto deluso, perché questo libro, pur intriso di fatti storici e letterari, scorre piacevolmente sui tratti della vita di Dante che non troviamo nei libri scolastici.

Lo scrittore ha la grande capacità di rendere più semplici grandi temi storici: il libro racconta la vita del sommo poeta con uno stile sobrio, appassionato ma mai accademico.

Nella prima parte viene descritto il mondo al tempo di Dante, poi Barbero racconta del poeta nella sua adolescenza, quando sognava di appartenere al mondo dei nobili e dei letterati. I complessi meccanismi che dominavano la società fiorentina tra fine del Duecento e inizi del Trecento fanno da sfondo alla figura di un Dante “umano” che colpisce per la sua energia e la sua voglia di fare, cercando di non essere “servo” dei Signori dell’epoca.

Mi ha colpito tantissimo il fatto che Barbero riesca a non dare una propria opinione riguardo Dante come uomo, ma dia la possibilità al lettore di farsi un’idea propria. Inoltre lo stesso autore riconosce che non necessariamente le lacune nella vita di Dante vadano riempite di idee o supposizioni.

Il libro spazia dall’infanzia di Dante alla sua formazione culturale, della quale sappiamo sicuramente che egli studiò il latino, di cui parla anche nel De vulgari eloquentia; in questo periodo, a Firenze si scontravano le famiglie nemiche dei Cerchi e dei Donati, futuri capi dei Guelfi Bianchi e Guelfi Neri.

Sempre nell’infanzia, la vita di Dante viene segnata dal suo incontro con Beatrice, di cui peraltro ci parla l’autore stesso in Vita Nuova.

Dante cominciò a partecipare alla vita politica della sua città verso i trent’anni; da quello che si comprende, aveva iniziato ad interessarsene dopo la morte di Beatrice.

Molto mistero c’è sul matrimonio di Dante con Gemma di Manetto Donati, sia perché egli si era avvicinato alla fazione dei Cerchi, acerrimi nemici dei Donati, sia per motivi storici e cronologici.

Ci sono molte fonti storiche sul primo periodo politico di Dante, mentre intorno all’anno 1300 mancano notizie, nonostante sicuramente il poeta avesse partecipato ai consigli cittadini perché erano anni drammatici per la città; sappiamo però per certo che, con la vittoria dei Neri, nel 1302, i capi dei Bianchi furono arrestati, mentre i Neri saccheggiarono e devastarono a loro piacimento anche le terre di Dante.

È certa anche la notizia che Dante fu esiliato, che scelse di non farsi raggiungere dalla moglie e che visse a Verona per venti anni, ma si sono perse le tracce di tutti i suoi spostamenti: pareva quasi orgoglioso della sua condizione di “esule” tanto da affermare nel De vulgari eloquentia “ho per patria il mondo, come i pesci hanno il mare”; ultima tappa fu Ravenna, che a quel tempo era una città prospera e ricca, piena di forestieri, dove abbiamo delle testimonianze del suo soggiorno grazie all’opera Egloghe, insieme di lettere in versi latini.

Consiglio questo libro a tutti gli appassionati di Dante e di storia, sottolineando che non è un saggio o una biografia, ma che assomiglia molto più ad un romanzo.

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“Il Signore delle Mosche”, recensione

di Lorenzo Beccaria

Quando il libraio mi ha detto: “Questo è un libro che ogni adolescente dovrebbe leggere!”, sulle prime ero molto scettico, ma mi ha convinto la trama avventurosa descritta nella quarta di copertina e, devo ammettere, alla fine non sono rimasto affatto deluso da questo “classico”!

L’avventura inizia con un aereo che cade nell’Oceano Pacifico; al disastro sopravvive un gruppo di ragazzi inglesi, che si trovano a vivere su un’isola sperduta, totalmente soli. All’inizio, cercano di organizzarsi per sopravvivere e di aiutarsi, ma, purtroppo, i lati peggiori dei vari personaggi prendono il sopravvento e, con il passare dei giorni, cominciano discussioni e inimicizie.

Dapprima Ralph diventa leader del gruppo e cerca di coordinare il lavoro di tutti, ma soprattutto si attiva, in ogni modo, a trovare una soluzione per attirare soccorsi, purtroppo senza risultati.

C’è quindi Jack, che vuole prendere il comando e cerca di convincere i ragazzi a vivere “alla giornata”, procacciandosi cibo e provando a sopravvivere come possono, senza sperare che qualcuno possa salvarli.

Quando pensano che sull’isola ci sia un mostro, che rende la vita impossibile a chiunque abiti quel luogo, i ragazzi decidono di offrirgli un totem, costruito con una testa di maiale mozzata, che, con il passare del tempo, si riempie di mosche (da qui il titolo del libro).

Purtroppo, alcuni seguaci di Jack, andando a caccia, uccidono alcuni amici di Ralph, che è disperato ed ha paura anche per la sua vita; Jack vuole dare anche fuoco a tutto, ormai è totalmente fuori controllo.

Per fortuna, Ralph viene salvato da un ufficiale, la cui nave era arrivata sull’isola proprio incuriosita dal fumo; l’uomo rimane sconvolto quando viene a conoscenza di tutto quello che è successo sull’isola. I ragazzi rimasti singhiozzano e vengono finalmente portati via da quell’incubo.

Ho trovato questo romanzo molto originale, perché a volte poco verosimile ed altre volte invece molto realistico. Molto nitida e presente l’immagine del fuoco, spesso usato come simbolo dell’uomo contro l’animale, della ragione contro il buio dell’ignoranza.

Il fatto che i protagonisti siano ragazzi, inevitabilmente mi ha fatto immedesimare nei personaggi, parteggiando per Ralph; il libro è, in alcuni punti, molto crudo e, fino all’ultima pagina, si teme per la sorte dei personaggi.

Sicuramente, anche se la descrizione dei luoghi è un po’ troppo lunga e particolareggiata per i miei gusti, comunque lo consiglierei perché è un romanzo che tiene con il fiato sospeso.

Illustrazione di Broccolo
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Limbo, recensione

Siamo tutti in un “Limbo”

di Lorenzo Beccaria

Cielo azzurro, prati verdi, montagne innevate: questa è la scelta di Lodovica Lazzerini per la copertina del suo nuovo singolo… Limbo: simboli di libertà.

In primo piano, una donna che indossa una mascherina, segno del periodo di quarantena che stiamo vivendo.

La canzone scorre, piacevolmente ritmata, e Lodovica, con la sua voce limpida ma profonda, riesce a tirare fuori i pensieri che tutti abbiamo in questi giorni.

Già il titolo evoca un “luogo – non – luogo”, un tempo fuori dal tempo.

Ci rendiamo conto di aver dato sempre tutto per scontato: gli impegni di tutti i giorni, la scuola, gli appuntamenti e di aver sempre fatto tutto di fretta.

Lodovica ci dona, però, un segno di speranza: quello che stiamo vivendo è solo una “parentesi” nella nostra vita; ritorneremo a respirare, vivere una vita normale e ad apprezzare tutto quello che ci sembrava certo.

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“Troy”, recensione

di Lorenzo Pezzica

Troy è un film di guerra e avventura di produzione statunitense e inglese uscito nel 2004, con la regia di Wolfgang Peterson.
Il film tratta delle celebri vicende della guerra di Troia, benché la sceneggiatura non sia totalmente derivata dall’Iliade omerica, poiché la narrazione va oltre a quella raccontata dall’opera.
Il principe troiano Paride scappa con la moglie di Menelao, re di Sparta. Allora gli Achei attaccano Troia e dopo una lunga e logorante guerra, grazie al famoso tranello del cavallo di legno, conquistano la città.
Il film non ha narratore ma le vicende vengono raccontate ruotando intorno ai personaggi principali, che sono gli eroi del poema epico.
Un tratto che differisce molto dall’opera da cui è tratto il film è la mancata presenza degli dei, che secondo l’epica sono causa scatenate del conflitto, definibili addirittura “burattinai” così come gli uomini i loro “burattini”.
Come già detto la storia gira quasi totalmente intorno agli eroi e alle loro mogli, per il resto gli altri personaggi fanno da “contorno”. La distinzione fra protagonisti ed antagonisti è molto soggettiva; i personaggi si schierano in due fazioni che combattono una guerra e giudicare le ragioni spetta al singolo spettatore.
Tra gli Achei, quello più importante è sicuramente Achille, interpretato dal famosissimo Brad Pitt, il quale impersona il giovane eroe ritenuto da tutti invincibile, facendolo apparire arrogante, sconsiderato, accecato dal suo stesso onore; tuttavia durante il corso del film subisce dei cambiamenti importanti, innamoratosi della sua schiava Briseide la quale uccide Agamennone. Il re dei Mirmidoni intrattiene pochi e difficili rapporti interpersonali; sicuramente il più stretto è quello con il cugino Patroclo, al momento della cui morte, preso dall’ira, affronta e sconfigge Ettore, il più abile guerriero troiano, nonché principe; quest’ultimo fa un po’ da vittima delle vicende, poiché il suo unico scopo era quello di difendere la patria e i suoi cari, non voleva il conflitto ed aveva assecondato l’egoistico desiderio del fratello Paride solo per non farlo morire.
Achille inoltre ripone la sua fiducia anche in Ulisse, scaltro e intelligente re di Itaca, forse l’unico rappresentante del senno dei Greci, poiché risolve le situazioni non solo con la violenza ma principalmente con l’astuzia.
D’altra parte Achille ha un pessimo e teso rapporto con Agamennone, al quale sottostà solo per il suo ruolo di comandante della spedizione. Dipinto come un sovrano arrogante, crudele ed egoista che accetta di aiutare il fratello Menelao, sfrutta il movente del rapimento di Elena solo perché vuole conquistare la città, mentre la stessa Elena, in questa rappresentazione della guerra di Troia, non viene rapita, ma accetta sua sponte la fuga con Paride odiando il marito spartano.
In quanto film di guerra molte delle scene rappresentano combattimenti, ai quali però prendono parte anche i soldati comuni, ripresi prevalentemente con inquadrature da lontano, per evidenziare il loro numero. Gli eroi invece in combattimento compiono mosse ricche di maestria, anche se spesso inverosimili, in quanto un solo eroe riesce a sconfiggere cinque o sei nemici contemporaneamente senza ricevere un graffio. Le scene dei duelli però seguono in parte il modello dell’aristia omerica. Molto importanti sono le inquadrature: ad esempio se un personaggio viene ripreso dal basso verso l’alto è per evidenziare la sua superiorità in un dato momento, al contrario per metterlo in una posizione di svantaggio.
Inoltre l’uso di colonne sonore “auliche” è fondamentale per evidenziare momenti di azione, una loro interruzione invece crea suspense e attesa.
Particolare attenzione va prestata al rumore della marcia dei soldati che risalta accompagnato da leggere ma esaltanti colonne sonore e inquadrature dalla distanza che lasciano vedere la totalità dello schieramento, mettendo in evidenza la sua imponenza.
Nel complesso si tratta di una produzione colossal che ha sicuramente richiesto un enorme budget e la collaborazione di attori veramente abili e, benché non incarni totalmente la realtà dell’opera letteraria, è diventato famosa più come film d’azione che storico.
Nella mia opinione è un film d’intrattenimento che, nonostante la durata di quasi tre ore, non va ad annoiare lo spettatore e risulta piacevole alla visione.

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“Viceversa”, recensione

di Giacomo Bianchini

Nell’intervista che ha preceduto il festival di Sanremo, Gabbani descrive il suo nuovo album dove ogni brano è legato dal filo conduttore del rapporto tra individualità e collettività e della convivenza tra il “te stesso” e “gli altri”. Tali sono anche le tematiche affrontate nel brano che il cantautore carrarese ha portato sul palco dell’Ariston. “Viceversa” è una canzone ricca delle consapevoli contraddizioni che sono presenti nell’amore, il rapporto più intimo che anche nella letteratura ha avuto un’importanza tale che autori come Catullo, Saffo, Dante e gli stilnovisti, fino ad arrivare ai poeti della letteratura moderna, hanno trattato in maniera profonda e approfondita. Gabbani presenta l’amore mediante ossimori e la contrapposizione di idee e concetti per sottolineare la sua visione di un sentimento contraddittorio, dove l’equilibrio lascia spazio all’irrazionalità delle emozioni che si oppongono alla ragione in una sorta di trionfo del motivo epicureo nei confronti di quella razionalità arbitraria di cui parla Cicerone nel “De officiis”. E così antitesi come “libri aperti che celano segreti”, “anime pure che contengono sporchi difetti” e “la solitudine nella condivisione”, riassumono il bifrontismo dell’amore che “di normale non ha neanche le parole”. Perciò Gabbani, nell’assenza di una soluzione per spiegare razionalmente il sentimento, invita a rassegnarsi all’abbandono, all’emozione. Se però l’amore è irrazionalità, nella canzone è anche descritto come una forza inesorabile in grado di rinchiudere “l’universo in una stanza”, una forza inspiegabile capace di creare “abbondanza nella mancanza”, una forza inaspettata ed implacabile come “l’abitudine nella sorpresa”, o una “vittoria poco prima della resa”, una forza ossimorica e tale da colmare tutto ciò di cui l’uomo è privo. L’amore non è dunque per Gabbani un sentimento carnale ed erotico, colmo però di sofferenza come quello di Catullo, non è nemmeno la venerazione della donna-angelo dantesca o quella sofferta e inappagata petrarchesca; l’amore è una forza basata sulla reciprocità del dare e del ricevere che porta in maniera naturale e fisiologica al manifestarsi del sentimento. 

La canzone, sebbene il suo testo possa sembrare elementare, merita decisamente un ascolto più curato e approfondito per poter godere non solo della sua musicalità accompagnata dall’apprezzabile personalità di Francesco, ma anche della profondità di un testo piacevole e ricco di spunti di riflessione.

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“La chimera”, recensione

di Serena Mazzoni

“La chimera” è un romanzo storico scritto da Sebastiano Vassalli che ho letto di recente. Lo sfondo del libro è il secolo del ‘600, un secolo come sappiamo buio a causa dell’ignoranza ed avvolto dal mistero, analizzato dall’autore sotto i punti di vista dei vari personaggi. La protagonista, una ragazza bellissima e fuori dagli schemi, di nome Antonia, per la sua bellezza e per la sua diversità nel modo di pensare, per la paura che gli altri cittadini hanno di chi non si omologa, viene accusata di stregoneria, causa della sua morte precoce. Vassalli riesce a far capire al lettore le motivazioni delle persone che accusano Antonia, trasmettendo il pensiero tipico di una popolazione del Seicento.

Ho trovato particolarmente interessante la parte finale del libro, in cui vengono descritte le torture inflitte ad Antonia durante la sua permanenza in carcere: molestie mentali e fisiche da parte dei due carcerieri, pene fisiche infernali e interrogatori mirati solo a sentire il falso, per poter confermare le convinzioni imposte dalla Chiesa: la presenza del diavolo, delle streghe, dei sabba. I temi analizzati dall’autore mi hanno colpito, come uno schiaffo, e mi hanno fatto riflettere sul fatto che, per tanti aspetti, la società rispetto al Seicento si sia evoluta, mentre per altri, seppure in contesti diversi, si ripete sempre la solita storia…

Nonostante alcune descrizioni eccessivamente prolisse, la narrazione è abbastanza scorrevole; lo consiglio molto, non a chi vuole una lettura leggera, ma per chi vuole conoscere un po’ del passato che, alla fine, se confrontato con il nostro presente, non è poi così diverso.

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“Terre selvagge”, recensione

di Federico Nicodemi

Il romanzo “Terre selvagge” di Sebastiano Vassalli è un romanzo storico ambientato durante le guerre tra Cimbri e Romani. Il testo è molto scorrevole e piacevole nella lettura, ma secondo me, per comprenderlo appieno, bisogna avere una conoscenza minima del latino e della storia romana. All’inizio di ogni capitolo vi è una descrizione del luogo dove si svolgeranno i fatti, che, a mio parere, fa perdere il filo del discorso rendendo tutto più macchinoso…poi pian piano la narrazione ritorna al suo equilibrio. L’autore utilizza molti riferimenti storici e non manca mai di farlo notare al lettore, fornendo molte informazioni sui più svariati argomenti.

Consiglio sicuramente questo libro a chi è appassionato di storia antica; per chi non lo è comunque la vicenda risulta molto avvincente e consente di scoprire molte curiosità storiche. Inoltre ho molto apprezzato la considerazione finale dell’autore, decisamente attuale: “…l’Europa potrà tornare a essere il centro del mondo se riuscirà ad accordare tra loro le molte sue anime, come si accordano gli strumenti di un’orchestra perché suonino insieme una sola musica.”

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“La chimera”, recensione

di Matilde Dell’Amico

“La chimera” è un romanzo storico di Sebastiano Vassalli ambientato a cavallo tra ‘500 e ‘600. Il romanzo si sviluppa raccontando di una giovane di nome Antonia, protagonista, la cui nascita e morte definiscono il tempo della storia. Alla vicenda principale della giovane si collegano quelle di altri personaggi, rendendo il romanzo un complesso di storie parallele. Vassalli descrive il Seicento senza nascondere o correggere nessun aspetto, negativo o positivo che sia. La sua visione “schietta” e veritiera punta sull’accentuare i tratti fondamentali dell’epoca, sia riguardanti l’ambientazione particolare scelta per il racconto, come la digressione sul lavoro nelle risaie, sia riguardanti il periodo in generale.

In particolare il romanzo si sofferma a descrivere come in quegli anni funzionasse la Chiesa e quale fosse la mentalità ad essa collegata. L’autore infatti attribuisce alla Chiesa un’imposizione continua ed esasperata della religione nella quotidianità delle persone. A questo proposito non si può non ricordare il Tribunale dell’Inquisizione, che condanna la ragazza a morte, in seguito ad un “accumulo” di invidia da parte dei compaesani: Antonia infatti sarà accusata di stregoneria in seguito ad alcuni avvenimenti, interpretati come oscuri, ma in realtà totalmente innocui.

Romanzo apparentemente noioso, è invece una lettura interessante e coinvolgente.

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La fine di Guernica, recensione

di Ginevra Carassali e Alessia Ravenna

Dopo aver ascoltato attentamente la canzone “La fine di Guernica” di Lodovica Lazzerini, ex studentessa del nostro liceo, anche rappresentante di istituto nell’a.s. 2017/2018, abbiamo ritenuto fosse opportuno dare un nostro parere.
Pur non essendo esperte di musica e di ciò che riguarda quell’ambito, possiamo affermare che sia testo che voce della cantante siano molto profondi e comunicativi.
In particolar modo ha rapito la nostra attenzione una frase ripetuta nel ritornello: “Ricordati che i mostri non esistono solo nei sogni”.
Reputiamo che quella frase, molto significativa, sia purtroppo vera poiché nella vita capita sempre più di frequente che anche le persone che ci sembrano più fidate, oppure alle quali teniamo maggiormente, possano rivelarsi in svariati modi dei mostri.
Che dire…concludiamo con il ripetere che musicalità e testo combaciano perfettamente. 

Complimenti Lodovica! Per noi vali un bel 9. Veramente meriti di essere nella classifica delle migliori giovani cantanti emergenti!