riflessioni

Sono positiva

di Elisabetta Molendi

Sono positiva.
Sì, mi ritengo una ragazza positiva, sono fiduciosa nel futuro, credo che ogni giorno
ci possa regalare qualcosa di speciale e di nuovo da scoprire, conoscere e
apprezzare.
Credo negli altri, nelle relazioni autentiche, nella amicizie sincere, nella condivisione
di esperienze. Ho fiducia, non mi soffermo all’apparenza, mi piace capire i diversi
punti di vista, ascoltare le motivazioni e confrontare le argomentazioni per scegliere
in libertà!
Sono positiva, mi piace pensare che attraverso comportamenti corretti, virtuosi e
responsabili noi giovani riusciremo ad avere maggiore rispetto per l’ambiente, a
limitare le emissioni di anidride carbonica per restituire al nostro pianeta la dignità che troppe volte gli abbiamo rubato.
Sono positiva.
Oggi purtroppo con questo termine abbiamo ristretto tutto il campo di significato,
dietro questa parola si nasconde un’accezione nuova e spaventosa: covid-19,
pandemia.
Uscendo con gli amici, per strada, sugli autobus, questa parola si rincorre, si
appoggia tra le labbra sprezzanti dei negazionisti, si affaccia negli sguardi spaventati
e malinconici dei nonni, rotola nei comportamenti indisciplinati e scorretti degli
adolescenti che non ritengono utile rispettare le regole del distanziamento. Questo
termine esce puntuale in televisione, scandito dai giornalisti accompagnato da unità
numeriche e spesso associato alla parola morte.
Anche la scuola ha cambiato la sua fisionomia, dove sono finiti i lavori di gruppo, le
battute e le riflessioni con il compagno di banco? E la complicità, i sorrisi, il contatto fisico?
Siamo tornati a scuola in presenza ma distanti, con l’ansia continua di commettere
errori e di infrangere regole. Da alcune settimane abbiamo attivato la didattica a
distanza che, se dovessimo definirla con un termine obsoleto, potrebbe essere
clausura o in modo più simpatico gattabuia.
Siamo tutti in gabbia, le nostre confortevoli case ci stanno opprimendo.
In questo momento è difficile continuare a guardare il mondo e la vita con fiducia,
prevale la paura di essere contagiati e soprattutto di trasmettere il virus alle persone
che più amiamo. Mio papà è medico e ogni giorno ritornando dal lavoro ci rende
partecipi della situazione nell’ospedale, ci ricorda l’importanza del distanziamento e
della protezione personale attraverso le mascherine che nascondono i nostri sorrisi.
Ridiamo con gli occhi, ci salutiamo con il gomito, mi mancano i suoi abbracci, la
vicinanza, il contatto e quelle carezze che mi hanno aiutata ad essere una ragazza
positiva.

riflessioni

L’amor cortese

di Giulia Eschini

Ah, l’amore cortese! Magari ci fossero certi ideali di questo sentimento anche al giorno d’oggi. La fin’amor, l’amore perfetto, mi ha decisamente colpita ed affascinata con le sue caratteristiche dolci e quasi disperate. “Il poeta si pone in un atteggiamento di inferiorità”: non sono pienamente d’accordo con ciò, poiché penso che in una coppia le due componenti debbano essere equilibrate, però mi ha stupita il fatto che il poeta si ritenga inferiore e faccia prevalere la donna amata, quasi a venerarla come una dea. Al tempo d’oggi una cosa del genere mi appare bizzarra: non credo che né uomo né donna debbano essere inferiori l’uno all’altro. Inoltre mi ha affascinato il fatto che la donna amata dal poeta sia la più bella fra tutte, quindi che lui abbia occhi solo per lei. Ma la cosa che più apprezzo e che vorrei che ci fosse anche al nostro tempo è senza dubbio la gentilezza, la cortesia e il rispetto verso la persona che si ama. Quest’ultimo oggi purtroppo è venuto molto a mancare, non solo verso donne o ragazze, ma verso chiunque. In una relazione, ma anche nella vita quotidiana, bisogna trattare il prossimo con il massimo della gentilezza. Uomo o donna che sia, ci si deve relazionare al meglio con il proprio partner.

Tra i dodici comandamenti dell’amore stilati da Andrea Cappellano sono completamente d’accordo con quello che chiede di evitare menzogne: in tutte le relazioni sane una delle prime cose che deve essere presente è la sincerità. Molti chiedono fiducia, sì, ma essa va conquistata tramite la sincerità. Perché mentire al proprio partner? Non lo trovo giusto e rispettoso, inoltre è controproducente: una coppia basata su bugie è, mi dispiace dirlo, destinata a durare ben poco. Anche il senso del pudore e la questione di non dover mai sopraffare la volontà dell’altro sono due punti che ritengo fondamentali, in particolare il secondo. Ormai il rispetto verso il corpo dell’altro sta diventando sempre più scarso e certe persone, più che altro ragazzi, non comprendono che quando qualcuno dice “no” è “no”. Ad una persona possono andare bene determinate cose, ma può anche avere dei limiti e questi vanno rispettati. Il consenso prima di tutto.

Non c’è qualcosa nell’ideologia provenzale su cui io non sia d’accordo, forse solo il fatto del potersi innamorare senza mai aver visto quella persona mi lascia in dubbio: sono dell’idea che innamorarsi senza mai aver avuto a che fare con qualcuno sia impossibile, si può rimanere affascinati, ma non credo sia vero amore. O forse è possibile innamorarsi di una persona conoscendone anche solo il carattere e la personalità, senza mai averla incontrata dal vivo. Credo sia la forma più pura di amore: amare qualcuno non per il suo aspetto esteriore, ma per quello che ha dentro, tutta la sua storia, le sue battaglie, le sue idee, i suoi progetti, le sue passioni, il suo essere semplicemente se stesso. Quando si conosce a fondo un altro individuo e ci si innamora di ciò che è e non di ciò che mostra, allora l’aspetto esteriore passa in secondo piano e si scopre una nuova forma d’amore, unica, raffinata, intima e profonda.

riflessioni

Gli amici

di Benedetta Parodi

Gli amici

La parola “amico” da sempre è usata da noi ragazzi con una funzionalità simile a quella dell’articolo, in qualsiasi discorso, davanti a ogni parola. Si può dire che spesso si usa e abusa senza ricordarsi però che l’amico è la spalla che ti sorregge, ma può anche diventare la buca che ti fa inciampare.

Ho uno splendido ricordo legato alle ultime giornate di luglio, con un oggetto per certi versi banale, ma che riesce ad unire ed attrarre molti cuori.

L’acqua calda e cristallina delle 15:00 del pomeriggio che allarga le sue braccia per accogliere chi più timido o poco attento nel suo inconscio vorrebbe giocare. Vedo tra le onde il sorriso di uno spirito silente, uno spirito libero che si materializza con un pallone che vola e passa da una mano all’altra.

Questo rappresenta quasi un contatto a distanza con chi è davanti a me, quasi come una stretta di mano virtuale. Passano pochi minuti e il cerchio composto da quattro persone diventa sempre più grande quasi a formare un occhio ricco di una gioventù che vuole toccare l’infinito. Qui inizia il momento più bello. In questa nostra campana trasparente si iniziano a studiare gli sguardi e le mosse degli avversari, che in certi casi possono diventare alleati o nemici.

Forse è questo il momento più bello che ho passato;  lo studiare in quegli occhi di ghiaccio, piccoli per il sale, complicità o vendetta.

riflessioni

C’era un sogno che era Roma

Testo di Fabio Baldelli, illustrazione di Andrea Ussi

“Il Gladiatore”, di Ridley Scott, 2000, vincitore di cinque premi Oscar e due Golden Globes, è un famoso film storico-drammatico che ho avuto la fortuna di vedere più volte, ma che mai ho apprezzato quanto adesso, avendolo rivisto proprio durante lo studio degli imperatori del II secolo, in particolare di Marco Aurelio (161-180 d.C.) e del figlio Commodo (180-192 d.C.), e che mi ha aiutato a comprendere il contesto storico e civile dell’Urbe in epoca imperiale. Una storia toccante per la commovente trama, ma anche eccitante per le emozionanti scene d’azione, accompagnate dalla fantastica colonna sonora di Hans Zimmer.

Massimo Decimo Meridio, proveniente dalle campagne dell’Ispania, è un rispettabile generale delle legioni romane, che durante il principato di Marco Aurelio ha portato grandi vittorie all’impero, soprattutto contro le popolazioni nordiche. Il film infatti si apre con una battaglia campale, mostrandoci la brutalità della guerra e il senso di sacrificio che i soldati nutrivano per l’impero e per il proprio generale. Dopo una serie di guerre e di vittorie sui nordici, Marco Aurelio, provato da un senso di rimorso per quegli anni di impero, è intento a nominare Massimo suo successore al posto del dispotico figlio, in modo che il generale possa instaurare un regime repubblicano. Commodo, assai irato per la decisione del padre, lo assassina in segreto e in seguito ordina alle guardie pretoriane di giustiziare Massimo e trucidare la sua famiglia. Il generale ispanico riesce a sfuggire grazie alla sua insigne abilità ai soldati del nuovo imperatore e tenta inutilmente di andare a salvare la moglie e il figlio che da anni non vedeva. Disperato per l’enorme perdita e rimasto ferito dallo scontro con i pretoriani, vaga sfinito, fino ad essere trovato da una carovana di schiavi che vengono condotti in Africa. Qui viene comprato da Proximo, ex gladiatore che ha ricevuto la libertà da Marco Aurelio in persona.
Quindi ora ci troviamo in una situazione dove, in breve tempo, un illustre generale è diventato uno schiavo costretto a lottare in un’arena, osservato da cittadini allietati da ferro e sangue.
Grazie alle sue doti militari, il “generale divenuto schiavo” si distingue nell’arena fino ad ottenere l’occasione di recarsi a Roma per combattere nel Colosseo.
A Roma Commodo è stato ufficialmente proclamato imperatore e comincia a manifestare arroganza nei confronti del Senato. Anche la sorella Lucilla, vecchia fiamma di Massimo, è assai preoccupata per l’immenso potere che il fratello ha nelle mani ed è sottomessa psicologicamente a lui.

In questo modo il film, nonostante alcuni errori storici, come l’assassinio di Marco Aurelio da parte del figlio, attraverso gli atteggiamenti sfrenati e crudeli di Commodo ci fa entrare nell’ottica di quanto un giovane sovrano potesse essere viziato, narcisista e autocratico. Una cosa che mi colpisce, oltre alle scelleratezze del giovane princeps, è la totale mancanza di empatia da parte della folla spettatrice: una caratteristica agghiacciante, che per quanto più moderata si è mantenuta nell’uomo fino alla storia contemporanea; da eventi terribili come l’olocausto al riprendere con il cellulare una rissa tra adolescenti. In fondo non ci siamo allontanati da quella che era la civiltà romana, o meglio l’inciviltà. Per certi aspetti io ritengo che i Romani non siano così diversi dai “barbari” che tanto hanno combattuto.

Ma torniamo alla nostra storia. Massimo si distingue per la sua esimia forza anche all’interno del Colosseo, attirando l’attenzione dello stesso Commodo, il quale scoprendolo vivo rimane atterrito e ha subito intenzione di servirsi del pollice verso; il Gladiatore in un emozionante discorso giura vendetta al princeps per la perdita della propria famiglia e tuttavia, poiché il più grande desiderio del giovane imperatore è quello di essere amato, soprattutto dal popolo, che amava Massimo, decide di risparmiarlo.
Lucilla, di nascosto durante la notte si reca da Massimo e gli confessa la ripugnanza e la paura che prova verso il fratello e le sue crudeltà, compresa la crocifissione della famiglia di Massimo, mostrando dunque di essere sempre rimasta fedele al generale ispanico.
Massimo giorno dopo giorno diventa il gladiatore più insigne di tutta Roma e il popolo lo acclama molto più di quanto acclami Commodo, il quale a tutti costi desidera l’amore e l’approvazione del popolo, della povera sorella e del Senato.
Il Gladiatore tra la folla scopre il suo vecchio e fedele scudiero Cicero e lo incarica di mettere l’esercito al corrente che il suo generale è ancora in vita. Di notte Lucilla e il senatore Gracco si incontrano con Massimo per progettare una fuga notturna.
Commodo nutre seri sospetti circa gli atteggiamenti della sorella e capisce che lei è dalla parte Massimo; così con estrema crudeltà minaccia indirettamente Lucilla di fare del male al piccolo Lucio Vero, figlio di lei, in modo che ella gli riveli ogni cosa. Così Massimo fallisce miseramente la sua fuga e tutti i suoi amici e alleati, Cicero, Proximo, Gracco e i gladiatori, vengono uccisi dalle guardie pretoriane.
L’ostinato princeps vuole mettere la parola fine a questa storia una volta per tutte e decide di affrontare Massimo nel Colosseo di fronte alla folla. Il Gladiatore in catene viene pugnalato dallo stesso Commodo prima del duello, così da poter essere battuto. Nonostante la ferita mortale al torace, verso la fine di questo emozionante duello finale tra schiavo e imperatore, Massimo riesce a disarmare Commodo e la guardia pretoriana si rifiuta di assistere nuovamente la crudeltà e la scelleratezza di “colui che si credeva Ercole”. Così Commodo viene sgozzato dalla vendicativa mano del misero padre e marito ispanico. Il protagonista in punto di morte cade a terra, lasciando spazio secondo me ad una scena emozionante e commovente, dove Massimo, è pronto a incontrare sua moglie e suo figlio nei Campi Elisi e rivolge a Lucilla le sue ultime parole:<<C’era un sogno che era Roma>>; frase che ricorre spesso nel corso del film e che invoca la fine del principato e il ritorno alla Repubblica.
Commodo muore disprezzato, il Gladiatore muore amato e verrà ricordato da tutti.

Nella storia reale non poteva essere che una congiura a togliere la vita all’imperatore che aveva instaurato un regime autocratico guadagnandosi l’odio del Senato, che gli riservò la damnatio memoriae. Lo stesso imperatore che riaprì i suoi amati giochi gladiatori in onore del padre defunto, dopoché lo stesso Marco Aurelio li aveva chiusi. Come ben sappiamo inoltre il sogno dell’imperatore filosofo di far tornare Roma ad essere una Repubblica nella storia non si è mai avverato, ma comunque il messaggio trasmesso alla fine del film è un messaggio di speranza e anche di resistenza contro i tanti “Commodo” che abitano il mondo.

Illustrazione di Andrea Ussi




riflessioni

Il fascino del mare

di Matilde Dell’Amico

La mia città è caratterizzata da una varietà di paesaggi che va dalle montagne al mare, dalle colline ad ampi spazi occupati da campi e prati. Ciò che più mi attira è però proprio il mare, soprattutto nelle stagioni in cui è meno frequentato. D’estate la spiaggia è infatti coperta da distese di ombrelloni e persone schiamazzanti, che ne fanno decisamente perdere il fascino. Negli altri mesi dell’anno invece il mare si riveste di una placida quiete, interrotta soltanto dai suoni cadenzati prodotti dall’infrangersi delle onde sugli scogli. Il mare si tinge spesso di colori scuri: quando il cielo è grigio e risulta in sé minaccioso, proprio in quei momenti per me invece rappresenta uno spazio di riflessione, in cui i miei pensieri hanno voce. Come le onde, a volte alte, a volte quasi impercettibili, muovono la superficie del mare, così le sensazioni mi sconvolgono, ora si infrangono sulla battigia, ora tornano indietro. I suoni ritmati rilassano i muscoli, fanno chiudere gli occhi, infondono una certa sicurezza che ha l’effetto di allentare le tensioni di tutta la giornata. Niente è banale, neppure poter guardare i colori del mare.

riflessioni

Voglia d’estate

di Serena Mazzoni

La “via dei bagni” a Marina, così mi piace chiamarla. Sì, direi che questo sia il mio posto speciale. La parte che preferisco costeggia l’entrata negli stabilimenti balneari, dall’inizio del porto fino alla Rotonda; altrimenti continuerebbe anche molto più avanti. Lungo tutta questa strada c’è un muretto su cui chiunque può sedersi, con i cespugli usati come schienali che aprono la vista alla pineta principale.

Il momento migliore, secondo me, è d’estate: l’odore di salmastro che arriva dal mare, il sole forte che picchia sull’asfalto e ti scalda, il vento leggero che accarezza il viso e i capelli. Al tramonto tutto si colora di arancione, talvolta un arancione tenue, talvolta un arancione molto acceso, con delle sfumature rossastre.

Verso sera si vedono anche gli ultimi rimasti in spiaggia che abbandonano gli ombrelloni per tornare a casa, tutti con il sorriso e con un’espressione serafica e rilassata che quasi solo d’estate si vede dipinta sui volti.

Ho bellissimi ricordi di questo posto: infatti, anche solo passandoci, mi ritorna alla mente la sensazione di tranquillità e spensieratezza tipica di quelle giornate così libere, che ogni volta suscitano la nostalgia che tutti conosciamo.

Mi rammento inoltre di momenti, attimi di assoluta serenità, fermi nel tempo, perché impressi nella mia memoria che ogni tanto rispolvero. E mi immergo così di nuovo nella mia felicità.

riflessioni

Dalla finestra

di Broccolo

Dalla finestra di camera mia, che si trova a Carrara in collina, quando mi affaccio vedo il boschetto di fronte, i tetti della mia città,  ma soprattutto…il mare! Il paesaggio davanti a me è davvero fantastico.

Le mie sensazioni sono diverse a seconda del meteo o dell’ora della giornata.

Infatti, quando piove, è uggioso, oppure le nuvole grigie si addensano nel cielo, il mare visto dalla mia finestra appare grigio, a volte ancora più scuro, quasi nero; appare minaccioso; alcune volte, sembra quasi di vedere le onde o sentire fin da qui il rumore! La sensazione è quasi di paura, anche se io sono al sicuro dietro un vetro e ben lontano!

Preferisco osservarlo quando c’è il tempo bello: il mare al mattino è azzurro, così azzurro che quasi sembra confondersi con il cielo all’orizzonte. Poi il paesaggio cambia colore durante la giornata, a seconda della luce più o meno intensa.

Il mio momento preferito di osservazione è al tramonto: dopo una giornata di studio, compiti e problemi vari, posso finalmente rilassarmi di fronte ad uno spettacolo meraviglioso. Il cielo diventa rosso, con sfumature arancioni e spesso anche rosa; il sole si prepara a “tuffarsi” nel mare… piano piano la palla dorata sparisce, colorando tutto quello che c’è intorno. Dentro di me, sento tranquillità e gioia.

Adoro soprattutto quando ci sono le nuvole, perché anche loro vengono dipinte con tutti i toni del rosso, rosa, arancione. In quell’attimo dimentico tutto e mi perdo nel paesaggio.

riflessioni

La montagna dei ricordi

di Giulia Eschini

Ho vividi ricordi di una montagna verdeggiante, che visitavo sempre nella calda estate.

Ci andavo spesso quando ero più piccola, con la mia famiglia e gli amici dei miei genitori che hanno un figlio della mia stessa età. Per arrivare sulla sommità del monte bisognava percorrere una faticosa ed interminabile scalinata rudimentale, fatta di sassi traballanti e una ringhiera di legno corroso dalle intemperie. Gli scalini allora mi sembravano infiniti, probabilmente perché, essendo piccola, mi sentivo solo un sassolino tra macigni e tutto mi appariva più largo, alto e vasto. In più si doveva percorrere un lunghissimo sentiero sterrato, talmente stretto che poteva passare non più di una persona alla volta. Quindi procedevamo in fila indiana, però sempre vicini per non perderci. Spesso trovavo fosse o sassi che mi facevano inciampare; tutto intorno, a delimitare il sentiero, c’era una fitta erba alta, di un verde smeraldo molto vivido, intervallata a fili di erba secca, marroncina. Tra questo prato si sentiva il fruscio dei serpenti, delle vipere, di alcuni insetti oppure il ronzio di api o zanzare…la dolce melodia di una natura splendente, viva. Avevo sempre paura di essere attaccata da una serpe, ne ero terrorizzata, ma venivo costantemente tranquillizzata dalla voce rassicurante di mio padre.

Non ho mai visto cadere una goccia di pioggia su questo luogo, infatti percorrere il sentiero era molto faticoso anche perché eravamo baciati da un sole alto, rovente e abbagliante. La gente che era presente era veramente poca e tutti camminavano con sguardo basso e sfiancato…non capivo perché fossero tutti giù di morale: io amavo camminare per quel sentiero, anche se era molto faticoso e non ero atletica, però mi dava un senso di serenità e gioia nello stare a contatto con la natura.

Arrivati alla fine del percorso si apriva uno spazio aperto delimitato su due lati da un fitto bosco, un vera e propria prateria. Il luogo ideale per fare un bellissimo campeggio all’aperto. L’ho sempre amato, perché mi dava un senso di incredibile libertà. Era bellissimo vedere così tanto verde e poter correre da ogni parte; respiravo a pieni polmoni l’aria pura e fresca e stavo molto tempo ad ascoltare il cinguettio degli uccelli. Non era un luogo piano, ma aveva delle leggere rientranze nel terreno o, al contrario, piccoli dossi. Mi raccontavano che dove c’erano queste buche era perché erano caduti dei fulmini, anche a ciel sereno, ma ad oggi non ne sono così sicura. L’erba era sempre verdeggiante e si trovavano anche dei fiori stupendi, di ogni tipo e di mille colori. Non c’era nessun tipo di albero, era semplicemente un vastissimo prato. Gli unici alberi erano quelli del bosco, un posto più freddo e buio, poiché la luce che filtrava era poca. Lì era dove il mio amico ed io andavamo a prendere la legna per accendere il fuoco del campeggio. Adoravo quell’odore particolare di abeti che c’era e il rumore dei picchi che ogni tanto si sentiva. Sul lato scoperto dal bosco c’era un precipizio, un altissimo burrone. La vista da lì era davvero spettacolare, l’aspetto migliore di quel luogo: si vedeva tutta la città, addirittura fino al mare. Potevo rimanere incantata lì per parecchio tempo, a godermi quello splendido panorama, finché poi mi richiamavano alla realtà i rumori dei bambini che mi invitavano a giocare con i loro aquiloni.

Nel tardo pomeriggio percorrevamo un sentiero ancora più fitto per andare a raccogliere more, lamponi e mirtilli. Avevano un sapore molto diverso rispetto a quelli che vendono normalmente, un sapore più puro, naturale, anche più aspro. Alla sera poi iniziava a fare freddissimo: l’escursione termica era incredibile, potevano esserci trenta gradi al giorno e quindici di notte. Così accendevamo il fuoco e mi pervadeva quel senso di calore e sicurezza che si prova quando si sta nel luogo giusto con le persone giuste. Il cielo era sempre stellato e limpido, libero dall’inquinamento luminoso che incombe sulle città. Si vedevano tutti i tipi di stelle: quelle più brillanti, quelle più opache, quelle che in realtà erano pianeti, quelle che formavano bellissime costellazioni. Si poteva perfino vedere la Via Lattea. Un giorno un ragazzo mi fece vedere dal telescopio Saturno: si vedeva benissimo, era molto nitido e riuscii a distinguerne gli anelli. Sembrava che fosse molto vicino. Vidi anche la Luna, con tutti i suoi crateri.

Le notti in montagna erano sempre molto magiche; rimarranno indelebili tutti questi piacevoli ricordi.

riflessioni, sport

“Lasciate ogni speranza o voi che entrate”

di Ludovico Begali

Prima di ogni partita con la mia squadra di calcio, mi immergo nei miei ricordi calcistici. Dai primissimi calci al pallone fino ad oggi, mi tornano in  mente le stesse emozioni che da quando ero piccolo riempiono la mia anima di gioia e amore per questo sport.

Uno dei miei luoghi calcistici preferiti è la “Fossa dei Leoni”, attuale campo della Società Atletico Carrara Dei Marmi, nella quale io gioco. Il campo della Fossa, come è comunemente conosciuto a Carrara, ha un grande valore storico perché è il campo che ha ospitato, dalla sua fondazione fino al 1955, la Carrarese, la principale squadra della mia città che oggi milita in serie C. Questo campo ha visto imprese epiche ed anche il periodo di massimo splendore della squadra locale: tra il 1946 e il 1948, infatti, la Carrarese ha partecipato al campionato di serie B, tuttora miglior risultato sportivo avuto dal club. La Fossa, chiamata così per il suo dislivello rispetto alla strada, diventò in quegli anni un fortino inespugnabile per qualunque squadra venisse a giocare a Carrara. La vicinanza del campo ai tifosi carraresi, sicuramente tra i più “rumorosi” e appassionati di tutti i campionati, creava un ambiente molto minaccioso che impauriva gli avversari della squadra locale e gli arbitri.

Lì, in quel campo, si è scritta la storia calcistica della mia città. Pensarci, ogni volta che batto con le mie scarpette su quel terreno, mi dà una motivazione smisurata. Nel mio piccolo, ritengo che giocare alla Fossa dei leoni sia un grande onore per l’importanza che ha avuto quel campo. Su uno dei muri che circonda il perimetro di gioco, vi è dipinta una scritta che dice “Lasciate ogni speranza o voi che entrate”:  il verso di un canto dell’Inferno dantesco che si addice pienamente alla caratteristica di questo posto: chiunque entri qua, non ha speranza di uscire vittorioso. La stessa scritta che leggevano gli storici giocatori della Carrarese negli anni della B, ogni volta che entravano in campo. Quelli che ottennero questo grande risultato sportivo soprattutto grazie alla spinta emotiva che porta con sé la mitica Fossa Dei Leoni.

riflessioni

Il mare, luogo del cuore

di Lisa Pelagatti

Sarò banale quando scrivo che il mio paesaggio preferito è il mare, ma non posso farci niente. Riflettendoci, il mare non è per niente banale, anzi, è una delle cose più misteriose e affascinanti che ci siano. Il periodo dell’anno in cui amo di più il mare è l’inverno: quando la spiaggia è deserta e il sole emette una flebile luce. Quando, mentre passeggi sulla sabbia, il vento ti spettina i capelli e ti fa lacrimare gli occhi. Le passeggiate al mare d’inverno sono il mio personale antidoto alla monotonia e alla stanchezza. L’odore del salmastro, la sabbia sotto ai piedi, il vento tra i capelli; il solo pensiero mi fa stare meglio.

Sono sempre stata legata al mare, forse anche grazie al fatto che vi abito molto vicina. Da piccola passavo talmente tanto tempo in acqua, che le labbra mi diventavano viola e la pelle delle mani si raggrinziva. 

Il mare è così grande che per un attimo avverto tutti i miei pensieri come minuscoli e insignificanti a confronto. 

Potrei stare delle ore a osservare il mare, troverei sempre qualche particolare in più, nelle onde, nella schiuma, nel modo in cui sbatte sulla battigia. 

Il mare non finirà mai di piacermi.