riflessioni

C’era un sogno che era Roma

Testo di Fabio Baldelli, illustrazione di Andrea Ussi

“Il Gladiatore”, di Ridley Scott, 2000, vincitore di cinque premi Oscar e due Golden Globes, è un famoso film storico-drammatico che ho avuto la fortuna di vedere più volte, ma che mai ho apprezzato quanto adesso, avendolo rivisto proprio durante lo studio degli imperatori del II secolo, in particolare di Marco Aurelio (161-180 d.C.) e del figlio Commodo (180-192 d.C.), e che mi ha aiutato a comprendere il contesto storico e civile dell’Urbe in epoca imperiale. Una storia toccante per la commovente trama, ma anche eccitante per le emozionanti scene d’azione, accompagnate dalla fantastica colonna sonora di Hans Zimmer.

Massimo Decimo Meridio, proveniente dalle campagne dell’Ispania, è un rispettabile generale delle legioni romane, che durante il principato di Marco Aurelio ha portato grandi vittorie all’impero, soprattutto contro le popolazioni nordiche. Il film infatti si apre con una battaglia campale, mostrandoci la brutalità della guerra e il senso di sacrificio che i soldati nutrivano per l’impero e per il proprio generale. Dopo una serie di guerre e di vittorie sui nordici, Marco Aurelio, provato da un senso di rimorso per quegli anni di impero, è intento a nominare Massimo suo successore al posto del dispotico figlio, in modo che il generale possa instaurare un regime repubblicano. Commodo, assai irato per la decisione del padre, lo assassina in segreto e in seguito ordina alle guardie pretoriane di giustiziare Massimo e trucidare la sua famiglia. Il generale ispanico riesce a sfuggire grazie alla sua insigne abilità ai soldati del nuovo imperatore e tenta inutilmente di andare a salvare la moglie e il figlio che da anni non vedeva. Disperato per l’enorme perdita e rimasto ferito dallo scontro con i pretoriani, vaga sfinito, fino ad essere trovato da una carovana di schiavi che vengono condotti in Africa. Qui viene comprato da Proximo, ex gladiatore che ha ricevuto la libertà da Marco Aurelio in persona.
Quindi ora ci troviamo in una situazione dove, in breve tempo, un illustre generale è diventato uno schiavo costretto a lottare in un’arena, osservato da cittadini allietati da ferro e sangue.
Grazie alle sue doti militari, il “generale divenuto schiavo” si distingue nell’arena fino ad ottenere l’occasione di recarsi a Roma per combattere nel Colosseo.
A Roma Commodo è stato ufficialmente proclamato imperatore e comincia a manifestare arroganza nei confronti del Senato. Anche la sorella Lucilla, vecchia fiamma di Massimo, è assai preoccupata per l’immenso potere che il fratello ha nelle mani ed è sottomessa psicologicamente a lui.

In questo modo il film, nonostante alcuni errori storici, come l’assassinio di Marco Aurelio da parte del figlio, attraverso gli atteggiamenti sfrenati e crudeli di Commodo ci fa entrare nell’ottica di quanto un giovane sovrano potesse essere viziato, narcisista e autocratico. Una cosa che mi colpisce, oltre alle scelleratezze del giovane princeps, è la totale mancanza di empatia da parte della folla spettatrice: una caratteristica agghiacciante, che per quanto più moderata si è mantenuta nell’uomo fino alla storia contemporanea; da eventi terribili come l’olocausto al riprendere con il cellulare una rissa tra adolescenti. In fondo non ci siamo allontanati da quella che era la civiltà romana, o meglio l’inciviltà. Per certi aspetti io ritengo che i Romani non siano così diversi dai “barbari” che tanto hanno combattuto.

Ma torniamo alla nostra storia. Massimo si distingue per la sua esimia forza anche all’interno del Colosseo, attirando l’attenzione dello stesso Commodo, il quale scoprendolo vivo rimane atterrito e ha subito intenzione di servirsi del pollice verso; il Gladiatore in un emozionante discorso giura vendetta al princeps per la perdita della propria famiglia e tuttavia, poiché il più grande desiderio del giovane imperatore è quello di essere amato, soprattutto dal popolo, che amava Massimo, decide di risparmiarlo.
Lucilla, di nascosto durante la notte si reca da Massimo e gli confessa la ripugnanza e la paura che prova verso il fratello e le sue crudeltà, compresa la crocifissione della famiglia di Massimo, mostrando dunque di essere sempre rimasta fedele al generale ispanico.
Massimo giorno dopo giorno diventa il gladiatore più insigne di tutta Roma e il popolo lo acclama molto più di quanto acclami Commodo, il quale a tutti costi desidera l’amore e l’approvazione del popolo, della povera sorella e del Senato.
Il Gladiatore tra la folla scopre il suo vecchio e fedele scudiero Cicero e lo incarica di mettere l’esercito al corrente che il suo generale è ancora in vita. Di notte Lucilla e il senatore Gracco si incontrano con Massimo per progettare una fuga notturna.
Commodo nutre seri sospetti circa gli atteggiamenti della sorella e capisce che lei è dalla parte Massimo; così con estrema crudeltà minaccia indirettamente Lucilla di fare del male al piccolo Lucio Vero, figlio di lei, in modo che ella gli riveli ogni cosa. Così Massimo fallisce miseramente la sua fuga e tutti i suoi amici e alleati, Cicero, Proximo, Gracco e i gladiatori, vengono uccisi dalle guardie pretoriane.
L’ostinato princeps vuole mettere la parola fine a questa storia una volta per tutte e decide di affrontare Massimo nel Colosseo di fronte alla folla. Il Gladiatore in catene viene pugnalato dallo stesso Commodo prima del duello, così da poter essere battuto. Nonostante la ferita mortale al torace, verso la fine di questo emozionante duello finale tra schiavo e imperatore, Massimo riesce a disarmare Commodo e la guardia pretoriana si rifiuta di assistere nuovamente la crudeltà e la scelleratezza di “colui che si credeva Ercole”. Così Commodo viene sgozzato dalla vendicativa mano del misero padre e marito ispanico. Il protagonista in punto di morte cade a terra, lasciando spazio secondo me ad una scena emozionante e commovente, dove Massimo, è pronto a incontrare sua moglie e suo figlio nei Campi Elisi e rivolge a Lucilla le sue ultime parole:<<C’era un sogno che era Roma>>; frase che ricorre spesso nel corso del film e che invoca la fine del principato e il ritorno alla Repubblica.
Commodo muore disprezzato, il Gladiatore muore amato e verrà ricordato da tutti.

Nella storia reale non poteva essere che una congiura a togliere la vita all’imperatore che aveva instaurato un regime autocratico guadagnandosi l’odio del Senato, che gli riservò la damnatio memoriae. Lo stesso imperatore che riaprì i suoi amati giochi gladiatori in onore del padre defunto, dopoché lo stesso Marco Aurelio li aveva chiusi. Come ben sappiamo inoltre il sogno dell’imperatore filosofo di far tornare Roma ad essere una Repubblica nella storia non si è mai avverato, ma comunque il messaggio trasmesso alla fine del film è un messaggio di speranza e anche di resistenza contro i tanti “Commodo” che abitano il mondo.

Illustrazione di Andrea Ussi




riflessioni

Il fascino del mare

di Matilde Dell’Amico

La mia città è caratterizzata da una varietà di paesaggi che va dalle montagne al mare, dalle colline ad ampi spazi occupati da campi e prati. Ciò che più mi attira è però proprio il mare, soprattutto nelle stagioni in cui è meno frequentato. D’estate la spiaggia è infatti coperta da distese di ombrelloni e persone schiamazzanti, che ne fanno decisamente perdere il fascino. Negli altri mesi dell’anno invece il mare si riveste di una placida quiete, interrotta soltanto dai suoni cadenzati prodotti dall’infrangersi delle onde sugli scogli. Il mare si tinge spesso di colori scuri: quando il cielo è grigio e risulta in sé minaccioso, proprio in quei momenti per me invece rappresenta uno spazio di riflessione, in cui i miei pensieri hanno voce. Come le onde, a volte alte, a volte quasi impercettibili, muovono la superficie del mare, così le sensazioni mi sconvolgono, ora si infrangono sulla battigia, ora tornano indietro. I suoni ritmati rilassano i muscoli, fanno chiudere gli occhi, infondono una certa sicurezza che ha l’effetto di allentare le tensioni di tutta la giornata. Niente è banale, neppure poter guardare i colori del mare.

riflessioni

Voglia d’estate

di Serena Mazzoni

La “via dei bagni” a Marina, così mi piace chiamarla. Sì, direi che questo sia il mio posto speciale. La parte che preferisco costeggia l’entrata negli stabilimenti balneari, dall’inizio del porto fino alla Rotonda; altrimenti continuerebbe anche molto più avanti. Lungo tutta questa strada c’è un muretto su cui chiunque può sedersi, con i cespugli usati come schienali che aprono la vista alla pineta principale.

Il momento migliore, secondo me, è d’estate: l’odore di salmastro che arriva dal mare, il sole forte che picchia sull’asfalto e ti scalda, il vento leggero che accarezza il viso e i capelli. Al tramonto tutto si colora di arancione, talvolta un arancione tenue, talvolta un arancione molto acceso, con delle sfumature rossastre.

Verso sera si vedono anche gli ultimi rimasti in spiaggia che abbandonano gli ombrelloni per tornare a casa, tutti con il sorriso e con un’espressione serafica e rilassata che quasi solo d’estate si vede dipinta sui volti.

Ho bellissimi ricordi di questo posto: infatti, anche solo passandoci, mi ritorna alla mente la sensazione di tranquillità e spensieratezza tipica di quelle giornate così libere, che ogni volta suscitano la nostalgia che tutti conosciamo.

Mi rammento inoltre di momenti, attimi di assoluta serenità, fermi nel tempo, perché impressi nella mia memoria che ogni tanto rispolvero. E mi immergo così di nuovo nella mia felicità.

riflessioni

Dalla finestra

di Broccolo

Dalla finestra di camera mia, che si trova a Carrara in collina, quando mi affaccio vedo il boschetto di fronte, i tetti della mia città,  ma soprattutto…il mare! Il paesaggio davanti a me è davvero fantastico.

Le mie sensazioni sono diverse a seconda del meteo o dell’ora della giornata.

Infatti, quando piove, è uggioso, oppure le nuvole grigie si addensano nel cielo, il mare visto dalla mia finestra appare grigio, a volte ancora più scuro, quasi nero; appare minaccioso; alcune volte, sembra quasi di vedere le onde o sentire fin da qui il rumore! La sensazione è quasi di paura, anche se io sono al sicuro dietro un vetro e ben lontano!

Preferisco osservarlo quando c’è il tempo bello: il mare al mattino è azzurro, così azzurro che quasi sembra confondersi con il cielo all’orizzonte. Poi il paesaggio cambia colore durante la giornata, a seconda della luce più o meno intensa.

Il mio momento preferito di osservazione è al tramonto: dopo una giornata di studio, compiti e problemi vari, posso finalmente rilassarmi di fronte ad uno spettacolo meraviglioso. Il cielo diventa rosso, con sfumature arancioni e spesso anche rosa; il sole si prepara a “tuffarsi” nel mare… piano piano la palla dorata sparisce, colorando tutto quello che c’è intorno. Dentro di me, sento tranquillità e gioia.

Adoro soprattutto quando ci sono le nuvole, perché anche loro vengono dipinte con tutti i toni del rosso, rosa, arancione. In quell’attimo dimentico tutto e mi perdo nel paesaggio.

riflessioni

La montagna dei ricordi

di Giulia Eschini

Ho vividi ricordi di una montagna verdeggiante, che visitavo sempre nella calda estate.

Ci andavo spesso quando ero più piccola, con la mia famiglia e gli amici dei miei genitori che hanno un figlio della mia stessa età. Per arrivare sulla sommità del monte bisognava percorrere una faticosa ed interminabile scalinata rudimentale, fatta di sassi traballanti e una ringhiera di legno corroso dalle intemperie. Gli scalini allora mi sembravano infiniti, probabilmente perché, essendo piccola, mi sentivo solo un sassolino tra macigni e tutto mi appariva più largo, alto e vasto. In più si doveva percorrere un lunghissimo sentiero sterrato, talmente stretto che poteva passare non più di una persona alla volta. Quindi procedevamo in fila indiana, però sempre vicini per non perderci. Spesso trovavo fosse o sassi che mi facevano inciampare; tutto intorno, a delimitare il sentiero, c’era una fitta erba alta, di un verde smeraldo molto vivido, intervallata a fili di erba secca, marroncina. Tra questo prato si sentiva il fruscio dei serpenti, delle vipere, di alcuni insetti oppure il ronzio di api o zanzare…la dolce melodia di una natura splendente, viva. Avevo sempre paura di essere attaccata da una serpe, ne ero terrorizzata, ma venivo costantemente tranquillizzata dalla voce rassicurante di mio padre.

Non ho mai visto cadere una goccia di pioggia su questo luogo, infatti percorrere il sentiero era molto faticoso anche perché eravamo baciati da un sole alto, rovente e abbagliante. La gente che era presente era veramente poca e tutti camminavano con sguardo basso e sfiancato…non capivo perché fossero tutti giù di morale: io amavo camminare per quel sentiero, anche se era molto faticoso e non ero atletica, però mi dava un senso di serenità e gioia nello stare a contatto con la natura.

Arrivati alla fine del percorso si apriva uno spazio aperto delimitato su due lati da un fitto bosco, un vera e propria prateria. Il luogo ideale per fare un bellissimo campeggio all’aperto. L’ho sempre amato, perché mi dava un senso di incredibile libertà. Era bellissimo vedere così tanto verde e poter correre da ogni parte; respiravo a pieni polmoni l’aria pura e fresca e stavo molto tempo ad ascoltare il cinguettio degli uccelli. Non era un luogo piano, ma aveva delle leggere rientranze nel terreno o, al contrario, piccoli dossi. Mi raccontavano che dove c’erano queste buche era perché erano caduti dei fulmini, anche a ciel sereno, ma ad oggi non ne sono così sicura. L’erba era sempre verdeggiante e si trovavano anche dei fiori stupendi, di ogni tipo e di mille colori. Non c’era nessun tipo di albero, era semplicemente un vastissimo prato. Gli unici alberi erano quelli del bosco, un posto più freddo e buio, poiché la luce che filtrava era poca. Lì era dove il mio amico ed io andavamo a prendere la legna per accendere il fuoco del campeggio. Adoravo quell’odore particolare di abeti che c’era e il rumore dei picchi che ogni tanto si sentiva. Sul lato scoperto dal bosco c’era un precipizio, un altissimo burrone. La vista da lì era davvero spettacolare, l’aspetto migliore di quel luogo: si vedeva tutta la città, addirittura fino al mare. Potevo rimanere incantata lì per parecchio tempo, a godermi quello splendido panorama, finché poi mi richiamavano alla realtà i rumori dei bambini che mi invitavano a giocare con i loro aquiloni.

Nel tardo pomeriggio percorrevamo un sentiero ancora più fitto per andare a raccogliere more, lamponi e mirtilli. Avevano un sapore molto diverso rispetto a quelli che vendono normalmente, un sapore più puro, naturale, anche più aspro. Alla sera poi iniziava a fare freddissimo: l’escursione termica era incredibile, potevano esserci trenta gradi al giorno e quindici di notte. Così accendevamo il fuoco e mi pervadeva quel senso di calore e sicurezza che si prova quando si sta nel luogo giusto con le persone giuste. Il cielo era sempre stellato e limpido, libero dall’inquinamento luminoso che incombe sulle città. Si vedevano tutti i tipi di stelle: quelle più brillanti, quelle più opache, quelle che in realtà erano pianeti, quelle che formavano bellissime costellazioni. Si poteva perfino vedere la Via Lattea. Un giorno un ragazzo mi fece vedere dal telescopio Saturno: si vedeva benissimo, era molto nitido e riuscii a distinguerne gli anelli. Sembrava che fosse molto vicino. Vidi anche la Luna, con tutti i suoi crateri.

Le notti in montagna erano sempre molto magiche; rimarranno indelebili tutti questi piacevoli ricordi.

riflessioni, sport

“Lasciate ogni speranza o voi che entrate”

di Ludovico Begali

Prima di ogni partita con la mia squadra di calcio, mi immergo nei miei ricordi calcistici. Dai primissimi calci al pallone fino ad oggi, mi tornano in  mente le stesse emozioni che da quando ero piccolo riempiono la mia anima di gioia e amore per questo sport.

Uno dei miei luoghi calcistici preferiti è la “Fossa dei Leoni”, attuale campo della Società Atletico Carrara Dei Marmi, nella quale io gioco. Il campo della Fossa, come è comunemente conosciuto a Carrara, ha un grande valore storico perché è il campo che ha ospitato, dalla sua fondazione fino al 1955, la Carrarese, la principale squadra della mia città che oggi milita in serie C. Questo campo ha visto imprese epiche ed anche il periodo di massimo splendore della squadra locale: tra il 1946 e il 1948, infatti, la Carrarese ha partecipato al campionato di serie B, tuttora miglior risultato sportivo avuto dal club. La Fossa, chiamata così per il suo dislivello rispetto alla strada, diventò in quegli anni un fortino inespugnabile per qualunque squadra venisse a giocare a Carrara. La vicinanza del campo ai tifosi carraresi, sicuramente tra i più “rumorosi” e appassionati di tutti i campionati, creava un ambiente molto minaccioso che impauriva gli avversari della squadra locale e gli arbitri.

Lì, in quel campo, si è scritta la storia calcistica della mia città. Pensarci, ogni volta che batto con le mie scarpette su quel terreno, mi dà una motivazione smisurata. Nel mio piccolo, ritengo che giocare alla Fossa dei leoni sia un grande onore per l’importanza che ha avuto quel campo. Su uno dei muri che circonda il perimetro di gioco, vi è dipinta una scritta che dice “Lasciate ogni speranza o voi che entrate”:  il verso di un canto dell’Inferno dantesco che si addice pienamente alla caratteristica di questo posto: chiunque entri qua, non ha speranza di uscire vittorioso. La stessa scritta che leggevano gli storici giocatori della Carrarese negli anni della B, ogni volta che entravano in campo. Quelli che ottennero questo grande risultato sportivo soprattutto grazie alla spinta emotiva che porta con sé la mitica Fossa Dei Leoni.

riflessioni

Il mare, luogo del cuore

di Lisa Pelagatti

Sarò banale quando scrivo che il mio paesaggio preferito è il mare, ma non posso farci niente. Riflettendoci, il mare non è per niente banale, anzi, è una delle cose più misteriose e affascinanti che ci siano. Il periodo dell’anno in cui amo di più il mare è l’inverno: quando la spiaggia è deserta e il sole emette una flebile luce. Quando, mentre passeggi sulla sabbia, il vento ti spettina i capelli e ti fa lacrimare gli occhi. Le passeggiate al mare d’inverno sono il mio personale antidoto alla monotonia e alla stanchezza. L’odore del salmastro, la sabbia sotto ai piedi, il vento tra i capelli; il solo pensiero mi fa stare meglio.

Sono sempre stata legata al mare, forse anche grazie al fatto che vi abito molto vicina. Da piccola passavo talmente tanto tempo in acqua, che le labbra mi diventavano viola e la pelle delle mani si raggrinziva. 

Il mare è così grande che per un attimo avverto tutti i miei pensieri come minuscoli e insignificanti a confronto. 

Potrei stare delle ore a osservare il mare, troverei sempre qualche particolare in più, nelle onde, nella schiuma, nel modo in cui sbatte sulla battigia. 

Il mare non finirà mai di piacermi.

riflessioni

La bellezza oggi

di Ginevra Carassali

La bellezza è da sempre stata un punto focale nella vita dell’uomo. Nel corso degli anni, però, è mutato il modo in cui la si vede: se in precedenza si attribuiva molta importanza all’aspetto interiore di un individuo, oggi la situazione appare notevolmente diversa.
I giovani, forse schiavi di una società che ormai porta all’omologazione dell’individuo, tendono ad avere un ideale di bellezza che concerne solo l’estetica, seguendo stereotipi di vario genere.

Sono molti gli adolescenti che, mettendo in discussione la propria persona, cercano di cambiare tentando di rispettare i canoni di bellezza omologanti. Infatti non è raro trovare più individui indossare uno stesso capo d’abbigliamento, mostrarsi secondo una certa modalità e, perché no, usufruire di uno stesso frasario.
Quindi look, bella presenza ed apparenza sono tra i valori che più si ricercano in una società ormai seguace di stereotipi standard dai quali è difficile sfuggire.
Le stesse quotidiane pubblicità propongono modelli esteticamente invidiabili che, sovente, fanno sprofondare gli adolescenti in una crisi d’identità.

Le principali vittime sono le ragazze che, non vedendosi perfette proprio come SEMBRANO apparire, invece, quelle sui social, cadono in una delle piaghe più gravi come ad esempio l’anoressia, poiché proprio la magrezza, per le giovani d’oggi, è sinonimo di bellezza.
Ciò non è sano all’interno della società nella quale in molti e molte hanno rovinato la propria forma fisica solo per apparire belli agli occhi degli altri. È praticamente scomparsa l’idea di accettarsi così come si è, con i propri pregi e difetti che al singolo individuo possono sembrare grandi, mentre all’esterno neanche si notano.

I social hanno certamente contribuito alla sempre maggior espansione di tale fenomeno.
I cosiddetti “INFLUENCER”, sembra un gioco di parole, influiscono non troppo positivamente sulla vita dei ragazzi.

Personalmente credo che sia importante la bellezza interiore in quanto rara, e, per di più, a differenza di quella esteriore, dura nel tempo; un bel fisico a lungo andare può solo svanire, mentre l’anima bella di una persona rimane tale.
Non essendo ipocrita, affermo che, volendo l’occhio la sua parte, anche un po’ di “bellezza esteriore” non nuoce alla salute. In fondo, l’estetica è ciò che più colpisce a primo impatto, poi però credo sia fondamentale ANDARE OLTRE.

riflessioni

La pena di morte, da Socrate a Dostoevskij

La pena di morte nell’età contemporanea

di Alessia D’Amico, Matteo Lugeri, Alessia Paffici

Dopo più di duemila anni dall’esecuzione di Socrate, cominciarono ad alzarsi in età illuministica le prima voci contrarie all’esecuzione capitale. A Milano, Cesare Beccaria e Pietro Verri pubblicarono a metà Settecento rispettivamente “Dei delitti e delle pene” e “Osservazioni sulla tortura” che mossero tutta l’Europa a una discussione. Questa discussione ispirò Pietro Leopoldo ad abolire la pena di morte dal granducato di Toscana per la prima volta nella storia. Nel giro di un secolo la pena di morte fu eliminata in totale da ben quattro altri stati: Portogallo, Olanda, Belgio e Danimarca.

A maggior ragione le voci che erano contrarie all’esecuzione capitale non cessarono d’alzarsi, ma, al contrario, si fecero sentire ancora di più, sempre più forti. Per esempio, nella Russia ottocentesca governata dallo zar Nicola I, Fëdor Dostoevskij intraprese attraverso i suoi romanzi una persistente politica contro la pena di morte. In particolare, la sua pubblicazione del 1869, “L’Idiota”, nata dall’idea di scrivere riguardo a un uomo “assolutamente buono”, contiene molte considerazioni in favore alla sua abolizione.

In realtà, la pesante polemica di Dostoevskij contro la pena di morte è in parte dovuta ad una sua esperienza personale che lo influenzò fortemente. Infatti, sotto l’accusa di aver partecipato a una società segreta in scontro col potere assoluto dello zar, Dostoevskij fu condannato alla fucilazione. La grazia gli fu annunciata soltanto il mese successivo, quando era già arrivato sul patibolo rassegnato a morire.

L’estratto che ora andremo a proporre appartiene alla prima parte de “L’Idiota”. Il protagonista, un principe assolutamente buono chiamato Lev Myskin, di ritorno a San Pietroburgo dopo aver vissuto per quattro anni in una clinica svizzera per curare la sua epilessia, si trova a far visita per la prima volta in casa del generale Epancin, marito di una sua lontana parente, e in attesa d’esser ricevuto espone al servo Aleksei la sua personale riflessione sulla pena di morte.

Questa riflessione è la prima di tante, ma la più significativa ed esplicita, perciò non è necessario commentarla.

«Laggiù, all’estero, c’è forse più giustizia che qui?»

«Non saprei. Della nostra giustizia non ho sentito che lodi. Noi, per esempio, non abbiamo la pena di morte».

«All’estero sì?»

«Sì, in Francia, a Lione, ho assistito a un’esecuzione capitale. Ci andai con Schneider».

«Impiccano?»

«No, tagliano la testa».

«E il condannato grida?»

«No, non fa in tempo, è un attimo. Lo mettono al suo posto, sul ceppo, e dall’alto gli piomba sul collo una lama pesante. Si chiama ghigliottina. Cade con violenza e tronca la testa in un batter d’occhio. I preparativi, quelli sì che sono penosi. Quando si legge al condannato la sentenza, quando poi lo vestono, gli radono i capelli, lo legano, lo portano sul patibolo… allora, sebbene molti lo disapprovino, per vedere quello che succede si raduna una gran folla, vengono perfino le donne».

«Non è uno spettacolo per loro»

«Si capisce. Il condannato era un uomo intelligente, coraggioso, forte, d’età matura, chiamato Legros. Ebbene, ve lo dico io, potete credermi o no, saliva sul patibolo e piangeva, bianco come la carta. È mai possibile? Non è forse un orrore? Chi mai piange di paura? Io non credevo che potesse mettersi a piangere di paura uno che non fosse un bambino, un uomo che non aveva mai pianto, un uomo di quarantacinque anni. Che accade all’anima in quel momento, a quali convulsioni la portano?  La pena di morte è un affronto fatto all’anima, nient’altro! È detto: «non uccidere» e allora, perché uno ha ucciso, s’ha da uccidere anche lui? No, non è lecito. È ormai un mese che l’ho visto, ma è come l’avessi davanti agli occhi ancora adesso. L’ho sognato forse cinque volte».

«Meno male però. Che non si soffre molto, quando salta via la testa.»

«Ma sapete? Ecco, voi avete fatto quest’osservazione, e tutti la fanno proprio come voi, e quella macchina, la ghigliottina, è stata inventata apposta. A me invece allora venne in mente un’idea: e se fosse ancora peggio? A voi sembrerà buffo, strano, eppure, con un po’ di immaginazione, può venire in testa anche un’idea simile. Pensate: c’è la tortura, per esempio; sono sofferenze e piaghe, è un tormento fisico, e perciò tutte le cose che distraggono l’animo dalle sofferenze morali, sicché non sono altro che le ferite che tormentano fino al momento stesso in cui si muore. Ma forse il dolore principale, il più forte, non è quello delle ferite; è invece la certezza, che fra un’ora, poi fra dieci minuti, poi fra mezzo minuto, poi ora, subito, l’anima si staccherà dal corpo, e che tu, uomo, cesserai irrevocabilmente di essere un uomo. Questa certezza è spaventosa. Tu metti la testa sotto la mannaia, senti strisciare il ferro, e quel quarto di secondo è più atroce di qualunque agonia. Questa non è una mia fantasia; ce ne sono moltissimi che la pensano come me… E ve ne dico anche un’altra. Uccidere chi ha ucciso è, secondo me, un castigo non proporzionato al delitto. L’assassinio legale è assai più spaventoso di quello perpetrato da un brigante. La vittima del brigante è assalita di notte, in un bosco, con questa o quell’arma; e spera sempre, fino all’ultimo, di potersi salvare. Ci sono stati casi in cui l’assalito, anche con la gola tagliata, è riuscito a fuggire, e casi in cui l’assalito, supplicando, ha ottenuto la grazia dei suoi assalitori. Ma con la legalità, quest’ultima speranza, la speranza che attenua lo spavento della morte, vi viene tolta con una certezza matematica, spietata. Attaccate un soldato alla bocca di un cannone e accostatevi con la miccia: chi sa! Penserà il disgraziato, tutto è possibile… Ma leggetegli la sentenza di morte e lo vedrete piangere o impazzire. Chi ha mai detto che la natura umana può sopportare un colpo simile senza impazzire? E allora, a cosa può mai essere utile una pena così mostruosa? C’è solo un uomo che potrebbe chiarire questo punto; un uomo a cui abbiano letto la sentenza di morte e poi detto: “Va’, ti è fatta la grazia!”. Di un simile strazio ha parlato anche Cristo… No, no, la pena di morte è disumana, è selvaggia e non può né deve essere lecito applicarla all’uomo.

riflessioni

La pena di morte, da Socrate a Dostoevskij

Introduzione

Venerdì 29 Novembre si è tenuta presso il Comune di Carrara una seduta straordinaria del Consiglio Comunale in occasione della festa della Regione Toscana, che ricorda il 30 Novembre 1786, quando l’allora Granducato di Toscana, sotto l’illuminato governo di Pietro Leopoldo, divenne il primo stato nella storia mondiale ad abolire la pena e la tortura.

Una delegazione del Liceo Classico Repetti, l’attuale II B, ha partecipato alla seduta.

Ai ragazzi è stata offerta l’opportunità di presentare un elaborato di massimo quindici minuti sul tema, e dopo l’intervento del Presidente del consiglio comunale, del Sindaco e del presidente provinciale dell’ANPI, i ragazzi hanno presentato il loro lavoro.

Gli alunni di II B hanno scelto di esporre una presentazione sul ruolo della pena di morte nella storia, di come essa fosse già attestata con la Stele di Hammurabi, ma soprattutto come essa abbia privato, o rischiato di privare, il mondo di illustri personaggi, sia nell’antichità, che durante la storia contemporanea. I personaggi al centro dell’esposizione sono stati due: Socrate, uno dei più grandi filosofi dell’antichità ed uno dei padri della cultura occidentale, e Dostoevskij, la cui esecuzione di condanna a morte fu sospesa quando era già sul patibolo.

La pena di morte nell’antichità

di Rodolfo Bianchini, Alessandro Figaia, Vittorio Fiaschi, Enrico Franchini e Vittoria Molendi

Secondo gli studiosi, potrebbero essere state applicate sentenze capitali a chi veniva giudicato colpevole dai capi tribù già nella preistoria. In assenza di prove scritte, tuttavia, non tutti concordano con questa interpretazione, mentre c’è unanimità nell’indicare il codice di Hammurabi quale prima fonte di diritto nella quale fu esplicitamente indicata la condanna a morte.

Il 30 novembre del 1786 Pietro Leopoldo Asburgo-Lorena, granduca di Toscana, emanò il Codice Leopoldino, grazie al quale la Toscana divenne il primo stato al Mondo ad abolire la pena di morte.

Anche nell’antica Grecia venivano decretate condanne a morte. Nel mondo ellenico, infatti, crimini contro lo Stato, sacrilegi, omicidi premeditati, uccisioni dei genitori o altri parenti prossimi potevano essere puniti con la morte del reo.

Questa pratica ha privato il mondo greco anche di alcuni illustri cittadini, spesso condannati ingiustamente, primo fra tutti il grande filosofo Socrate.

Socrate fu condannato con due capi d’accusa: empietà, perché non aveva riconosciuto gli dei tradizionali della Polis, e corruzione dei giovani. Infatti, molti figli delle classi colte divennero discepoli di Socrate, imparando a dubitare delle credenze tradizionali e costituendo un pericolo per la morale. I responsabili dell’accusa furono Anito e Licone. In quel momento Atene viveva una fase delicata della vita politica: la democrazia era stata reintrodotta, ma al governo c’erano personalità corrotte, incapaci di fare gli interessi collettivi. Per questo, l’azione filosofica di Socrate lo rendeva un personaggio scomodo.

La morte di Socrate è l’evento meglio documentato della sua vita ed “il cronista” di questo evento è Platone, che lo descrive in due dialoghi: l’Apologia e il Fedone. Nell’autodifesa Socrate condannò la classe politica e difese la libertà di coscienza del filosofo. Per questo, Socrate diventerà il simbolo dell’intellettuale che non si sottomette al potere ma lo combatte. L’accusa condannò Socrate: molto probabilmente gli accusatori si sarebbero accontentati di allontanare Socrate dalla città e l’amico Critone lo avrebbe aiutato a fuggire, ma egli rifiutò ogni aiuto; ritenne che sottoporsi al processo rappresentasse il compimento della sua missione di educatore e di filosofo per continuare a seguire la giustizia, pur essendo stato condannato ingiustamente. Quindi con la sua morte, riaffermò la fedeltà alla legge.

(Dall’Apologia di Socrate XXV – XXVI)

XXV Concorrono molte ragioni, o cittadini Ateniesi, a non farmi sentire depresso per quanto è avvenuto, vale a dire per il fatto che mi avete giudicato colpevole: la cosa infatti non mi è giunta inaspettata e sono invece molto più meravigliato del numero dei voti che definiscono le due posizioni. Io infatti non mi aspettavo proprio che ci sarebbe stata una così piccola differenza, ma pensavo al contrario che sarebbe stata molto più rilevante. A conti fatti, come pare, se solo una trentina di voti fossero andati dall’altra parte, ne sarebbe derivata la mia assoluzione. A me pare dunque di averla spuntata con Meleto, non solo, ma una cosa almeno è chiara per tutti, che se Anito e Licone non si fossero fatti avanti per accusarmi egli, non avendo ottenuto la quinta parte dei voti, mi sarebbe stato debitore di mille dracme.

XXVI   Quest’uomo comunque reputa che io meriti la morte. E va bene; che pena vi proporrò da parte mia come contropartita, o cittadini Ateniesi? Non è evidente che proporrò una pena adeguata? Quale dunque? Quale pena fisica o pecuniaria mi compete, perché non ho fatto una vita tranquilla, trascurando le cose che interessano ai più, vale a dire la ricchezza e gli interessi familiari, nonché l’autorità, gli appelli al popolo, le varie magistrature, le consorterie e le fazioni politiche; perché, pensando di valere troppo per poter trovare la salvezza cacciandomi in mezzo a faccende di questo genere, non mi sono dedicato ad attività che, se avessi intrapreso, non sarei stato di alcuna utilità né a me stesso né a voi, ma, teso a fare il massimo bene possibile a ogni persona in privato mi sono dato, come io sostengo, a convincere ognuno di voi a non curarsi di nessuno dei suoi interessi prima che di se stesso, per diventare il migliore e il più saggio possibile, e non degli affari della città prima che della città stessa e in tutto ad agire secondo questo criterio; quale pena dunque mi compete, avendo agito così? Un premio, cittadini Ateniesi, se si deve fare una valutazione conforme alla verità secondo il merito, e precisamente un tipo di premio che vada bene per me. Che cosa dunque si confà a un uomo povero che vi ha fatto del bene, il quale ha bisogno di poter disporre di tutto il tempo per indurvi alla virtù? Non c’è più conveniente ricompensa, cittadini Ateniesi, che il mantenere un uomo simile nel Pritaneo, e a molto maggior ragione che se si trattasse di un vincitore con il cavallo, la biga o la quadriga alle Olimpiadi. Costui infatti ottiene che voi sembriate felici, mentre io opero perché lo siate veramente, e mentre lui non ha bisogno di essere mantenuto, io ne ho bisogno. Se dunque bisogna che io proponga una giusta pena secondo il merito, mi si configura come il mantenimento nel Pritaneo.

(Dal Fedone LXVI-LXVII)

E poi ancora gli premette le gambe. E così, risalendo via via con la mano, ci faceva vedere com’egli si raffreddasse e si irrigidisse. E tuttavia non restava di toccarlo; e ci disse che, quando il freddo fosse giunto al cuore, allora sarebbe morto. E oramai intorno al basso ventre era quasi tutto freddo; ed egli si scoprì — perché s’era coperto — e disse, e fu l’ultima volta che udimmo la sua voce, — O Critone, disse, noi siamo debitori di un gallo ad Asclèpio: dateglielo e non ve ne dimenticate. — Sì, disse Critone, sarà fatto: ma vedi se hai altro da dire. A questa domanda egli non rispose più: passò un po’ di tempo, e fece un movimento; e l’uomo lo scoprì; ed egli restò con gli occhi aperti e fissi. E Critone, veduto ciò, gli chiuse le labbra e gli occhi.

LXVII. Questa, o Echècrate, fu la fine dell’amico nostro: un uomo, noi possiamo dirlo, di quelli che allora conoscemmo il migliore; e senza paragone il più savio e il più giusto.