riflessioni

Il mare, luogo del cuore

di Lisa Pelagatti

Sarò banale quando scrivo che il mio paesaggio preferito è il mare, ma non posso farci niente. Riflettendoci, il mare non è per niente banale, anzi, è una delle cose più misteriose e affascinanti che ci siano. Il periodo dell’anno in cui amo di più il mare è l’inverno: quando la spiaggia è deserta e il sole emette una flebile luce. Quando, mentre passeggi sulla sabbia, il vento ti spettina i capelli e ti fa lacrimare gli occhi. Le passeggiate al mare d’inverno sono il mio personale antidoto alla monotonia e alla stanchezza. L’odore del salmastro, la sabbia sotto ai piedi, il vento tra i capelli; il solo pensiero mi fa stare meglio.

Sono sempre stata legata al mare, forse anche grazie al fatto che vi abito molto vicina. Da piccola passavo talmente tanto tempo in acqua, che le labbra mi diventavano viola e la pelle delle mani si raggrinziva. 

Il mare è così grande che per un attimo avverto tutti i miei pensieri come minuscoli e insignificanti a confronto. 

Potrei stare delle ore a osservare il mare, troverei sempre qualche particolare in più, nelle onde, nella schiuma, nel modo in cui sbatte sulla battigia. 

Il mare non finirà mai di piacermi.

riflessioni

La bellezza oggi

di Ginevra Carassali

La bellezza è da sempre stata un punto focale nella vita dell’uomo. Nel corso degli anni, però, è mutato il modo in cui la si vede: se in precedenza si attribuiva molta importanza all’aspetto interiore di un individuo, oggi la situazione appare notevolmente diversa.
I giovani, forse schiavi di una società che ormai porta all’omologazione dell’individuo, tendono ad avere un ideale di bellezza che concerne solo l’estetica, seguendo stereotipi di vario genere.

Sono molti gli adolescenti che, mettendo in discussione la propria persona, cercano di cambiare tentando di rispettare i canoni di bellezza omologanti. Infatti non è raro trovare più individui indossare uno stesso capo d’abbigliamento, mostrarsi secondo una certa modalità e, perché no, usufruire di uno stesso frasario.
Quindi look, bella presenza ed apparenza sono tra i valori che più si ricercano in una società ormai seguace di stereotipi standard dai quali è difficile sfuggire.
Le stesse quotidiane pubblicità propongono modelli esteticamente invidiabili che, sovente, fanno sprofondare gli adolescenti in una crisi d’identità.

Le principali vittime sono le ragazze che, non vedendosi perfette proprio come SEMBRANO apparire, invece, quelle sui social, cadono in una delle piaghe più gravi come ad esempio l’anoressia, poiché proprio la magrezza, per le giovani d’oggi, è sinonimo di bellezza.
Ciò non è sano all’interno della società nella quale in molti e molte hanno rovinato la propria forma fisica solo per apparire belli agli occhi degli altri. È praticamente scomparsa l’idea di accettarsi così come si è, con i propri pregi e difetti che al singolo individuo possono sembrare grandi, mentre all’esterno neanche si notano.

I social hanno certamente contribuito alla sempre maggior espansione di tale fenomeno.
I cosiddetti “INFLUENCER”, sembra un gioco di parole, influiscono non troppo positivamente sulla vita dei ragazzi.

Personalmente credo che sia importante la bellezza interiore in quanto rara, e, per di più, a differenza di quella esteriore, dura nel tempo; un bel fisico a lungo andare può solo svanire, mentre l’anima bella di una persona rimane tale.
Non essendo ipocrita, affermo che, volendo l’occhio la sua parte, anche un po’ di “bellezza esteriore” non nuoce alla salute. In fondo, l’estetica è ciò che più colpisce a primo impatto, poi però credo sia fondamentale ANDARE OLTRE.

riflessioni

La pena di morte, da Socrate a Dostoevskij

La pena di morte nell’età contemporanea

di Alessia D’Amico, Matteo Lugeri, Alessia Paffici

Dopo più di duemila anni dall’esecuzione di Socrate, cominciarono ad alzarsi in età illuministica le prima voci contrarie all’esecuzione capitale. A Milano, Cesare Beccaria e Pietro Verri pubblicarono a metà Settecento rispettivamente “Dei delitti e delle pene” e “Osservazioni sulla tortura” che mossero tutta l’Europa a una discussione. Questa discussione ispirò Pietro Leopoldo ad abolire la pena di morte dal granducato di Toscana per la prima volta nella storia. Nel giro di un secolo la pena di morte fu eliminata in totale da ben quattro altri stati: Portogallo, Olanda, Belgio e Danimarca.

A maggior ragione le voci che erano contrarie all’esecuzione capitale non cessarono d’alzarsi, ma, al contrario, si fecero sentire ancora di più, sempre più forti. Per esempio, nella Russia ottocentesca governata dallo zar Nicola I, Fëdor Dostoevskij intraprese attraverso i suoi romanzi una persistente politica contro la pena di morte. In particolare, la sua pubblicazione del 1869, “L’Idiota”, nata dall’idea di scrivere riguardo a un uomo “assolutamente buono”, contiene molte considerazioni in favore alla sua abolizione.

In realtà, la pesante polemica di Dostoevskij contro la pena di morte è in parte dovuta ad una sua esperienza personale che lo influenzò fortemente. Infatti, sotto l’accusa di aver partecipato a una società segreta in scontro col potere assoluto dello zar, Dostoevskij fu condannato alla fucilazione. La grazia gli fu annunciata soltanto il mese successivo, quando era già arrivato sul patibolo rassegnato a morire.

L’estratto che ora andremo a proporre appartiene alla prima parte de “L’Idiota”. Il protagonista, un principe assolutamente buono chiamato Lev Myskin, di ritorno a San Pietroburgo dopo aver vissuto per quattro anni in una clinica svizzera per curare la sua epilessia, si trova a far visita per la prima volta in casa del generale Epancin, marito di una sua lontana parente, e in attesa d’esser ricevuto espone al servo Aleksei la sua personale riflessione sulla pena di morte.

Questa riflessione è la prima di tante, ma la più significativa ed esplicita, perciò non è necessario commentarla.

«Laggiù, all’estero, c’è forse più giustizia che qui?»

«Non saprei. Della nostra giustizia non ho sentito che lodi. Noi, per esempio, non abbiamo la pena di morte».

«All’estero sì?»

«Sì, in Francia, a Lione, ho assistito a un’esecuzione capitale. Ci andai con Schneider».

«Impiccano?»

«No, tagliano la testa».

«E il condannato grida?»

«No, non fa in tempo, è un attimo. Lo mettono al suo posto, sul ceppo, e dall’alto gli piomba sul collo una lama pesante. Si chiama ghigliottina. Cade con violenza e tronca la testa in un batter d’occhio. I preparativi, quelli sì che sono penosi. Quando si legge al condannato la sentenza, quando poi lo vestono, gli radono i capelli, lo legano, lo portano sul patibolo… allora, sebbene molti lo disapprovino, per vedere quello che succede si raduna una gran folla, vengono perfino le donne».

«Non è uno spettacolo per loro»

«Si capisce. Il condannato era un uomo intelligente, coraggioso, forte, d’età matura, chiamato Legros. Ebbene, ve lo dico io, potete credermi o no, saliva sul patibolo e piangeva, bianco come la carta. È mai possibile? Non è forse un orrore? Chi mai piange di paura? Io non credevo che potesse mettersi a piangere di paura uno che non fosse un bambino, un uomo che non aveva mai pianto, un uomo di quarantacinque anni. Che accade all’anima in quel momento, a quali convulsioni la portano?  La pena di morte è un affronto fatto all’anima, nient’altro! È detto: «non uccidere» e allora, perché uno ha ucciso, s’ha da uccidere anche lui? No, non è lecito. È ormai un mese che l’ho visto, ma è come l’avessi davanti agli occhi ancora adesso. L’ho sognato forse cinque volte».

«Meno male però. Che non si soffre molto, quando salta via la testa.»

«Ma sapete? Ecco, voi avete fatto quest’osservazione, e tutti la fanno proprio come voi, e quella macchina, la ghigliottina, è stata inventata apposta. A me invece allora venne in mente un’idea: e se fosse ancora peggio? A voi sembrerà buffo, strano, eppure, con un po’ di immaginazione, può venire in testa anche un’idea simile. Pensate: c’è la tortura, per esempio; sono sofferenze e piaghe, è un tormento fisico, e perciò tutte le cose che distraggono l’animo dalle sofferenze morali, sicché non sono altro che le ferite che tormentano fino al momento stesso in cui si muore. Ma forse il dolore principale, il più forte, non è quello delle ferite; è invece la certezza, che fra un’ora, poi fra dieci minuti, poi fra mezzo minuto, poi ora, subito, l’anima si staccherà dal corpo, e che tu, uomo, cesserai irrevocabilmente di essere un uomo. Questa certezza è spaventosa. Tu metti la testa sotto la mannaia, senti strisciare il ferro, e quel quarto di secondo è più atroce di qualunque agonia. Questa non è una mia fantasia; ce ne sono moltissimi che la pensano come me… E ve ne dico anche un’altra. Uccidere chi ha ucciso è, secondo me, un castigo non proporzionato al delitto. L’assassinio legale è assai più spaventoso di quello perpetrato da un brigante. La vittima del brigante è assalita di notte, in un bosco, con questa o quell’arma; e spera sempre, fino all’ultimo, di potersi salvare. Ci sono stati casi in cui l’assalito, anche con la gola tagliata, è riuscito a fuggire, e casi in cui l’assalito, supplicando, ha ottenuto la grazia dei suoi assalitori. Ma con la legalità, quest’ultima speranza, la speranza che attenua lo spavento della morte, vi viene tolta con una certezza matematica, spietata. Attaccate un soldato alla bocca di un cannone e accostatevi con la miccia: chi sa! Penserà il disgraziato, tutto è possibile… Ma leggetegli la sentenza di morte e lo vedrete piangere o impazzire. Chi ha mai detto che la natura umana può sopportare un colpo simile senza impazzire? E allora, a cosa può mai essere utile una pena così mostruosa? C’è solo un uomo che potrebbe chiarire questo punto; un uomo a cui abbiano letto la sentenza di morte e poi detto: “Va’, ti è fatta la grazia!”. Di un simile strazio ha parlato anche Cristo… No, no, la pena di morte è disumana, è selvaggia e non può né deve essere lecito applicarla all’uomo.

riflessioni

La pena di morte, da Socrate a Dostoevskij

Introduzione

Venerdì 29 Novembre si è tenuta presso il Comune di Carrara una seduta straordinaria del Consiglio Comunale in occasione della festa della Regione Toscana, che ricorda il 30 Novembre 1786, quando l’allora Granducato di Toscana, sotto l’illuminato governo di Pietro Leopoldo, divenne il primo stato nella storia mondiale ad abolire la pena e la tortura.

Una delegazione del Liceo Classico Repetti, l’attuale II B, ha partecipato alla seduta.

Ai ragazzi è stata offerta l’opportunità di presentare un elaborato di massimo quindici minuti sul tema, e dopo l’intervento del Presidente del consiglio comunale, del Sindaco e del presidente provinciale dell’ANPI, i ragazzi hanno presentato il loro lavoro.

Gli alunni di II B hanno scelto di esporre una presentazione sul ruolo della pena di morte nella storia, di come essa fosse già attestata con la Stele di Hammurabi, ma soprattutto come essa abbia privato, o rischiato di privare, il mondo di illustri personaggi, sia nell’antichità, che durante la storia contemporanea. I personaggi al centro dell’esposizione sono stati due: Socrate, uno dei più grandi filosofi dell’antichità ed uno dei padri della cultura occidentale, e Dostoevskij, la cui esecuzione di condanna a morte fu sospesa quando era già sul patibolo.

La pena di morte nell’antichità

di Rodolfo Bianchini, Alessandro Figaia, Vittorio Fiaschi, Enrico Franchini e Vittoria Molendi

Secondo gli studiosi, potrebbero essere state applicate sentenze capitali a chi veniva giudicato colpevole dai capi tribù già nella preistoria. In assenza di prove scritte, tuttavia, non tutti concordano con questa interpretazione, mentre c’è unanimità nell’indicare il codice di Hammurabi quale prima fonte di diritto nella quale fu esplicitamente indicata la condanna a morte.

Il 30 novembre del 1786 Pietro Leopoldo Asburgo-Lorena, granduca di Toscana, emanò il Codice Leopoldino, grazie al quale la Toscana divenne il primo stato al Mondo ad abolire la pena di morte.

Anche nell’antica Grecia venivano decretate condanne a morte. Nel mondo ellenico, infatti, crimini contro lo Stato, sacrilegi, omicidi premeditati, uccisioni dei genitori o altri parenti prossimi potevano essere puniti con la morte del reo.

Questa pratica ha privato il mondo greco anche di alcuni illustri cittadini, spesso condannati ingiustamente, primo fra tutti il grande filosofo Socrate.

Socrate fu condannato con due capi d’accusa: empietà, perché non aveva riconosciuto gli dei tradizionali della Polis, e corruzione dei giovani. Infatti, molti figli delle classi colte divennero discepoli di Socrate, imparando a dubitare delle credenze tradizionali e costituendo un pericolo per la morale. I responsabili dell’accusa furono Anito e Licone. In quel momento Atene viveva una fase delicata della vita politica: la democrazia era stata reintrodotta, ma al governo c’erano personalità corrotte, incapaci di fare gli interessi collettivi. Per questo, l’azione filosofica di Socrate lo rendeva un personaggio scomodo.

La morte di Socrate è l’evento meglio documentato della sua vita ed “il cronista” di questo evento è Platone, che lo descrive in due dialoghi: l’Apologia e il Fedone. Nell’autodifesa Socrate condannò la classe politica e difese la libertà di coscienza del filosofo. Per questo, Socrate diventerà il simbolo dell’intellettuale che non si sottomette al potere ma lo combatte. L’accusa condannò Socrate: molto probabilmente gli accusatori si sarebbero accontentati di allontanare Socrate dalla città e l’amico Critone lo avrebbe aiutato a fuggire, ma egli rifiutò ogni aiuto; ritenne che sottoporsi al processo rappresentasse il compimento della sua missione di educatore e di filosofo per continuare a seguire la giustizia, pur essendo stato condannato ingiustamente. Quindi con la sua morte, riaffermò la fedeltà alla legge.

(Dall’Apologia di Socrate XXV – XXVI)

XXV Concorrono molte ragioni, o cittadini Ateniesi, a non farmi sentire depresso per quanto è avvenuto, vale a dire per il fatto che mi avete giudicato colpevole: la cosa infatti non mi è giunta inaspettata e sono invece molto più meravigliato del numero dei voti che definiscono le due posizioni. Io infatti non mi aspettavo proprio che ci sarebbe stata una così piccola differenza, ma pensavo al contrario che sarebbe stata molto più rilevante. A conti fatti, come pare, se solo una trentina di voti fossero andati dall’altra parte, ne sarebbe derivata la mia assoluzione. A me pare dunque di averla spuntata con Meleto, non solo, ma una cosa almeno è chiara per tutti, che se Anito e Licone non si fossero fatti avanti per accusarmi egli, non avendo ottenuto la quinta parte dei voti, mi sarebbe stato debitore di mille dracme.

XXVI   Quest’uomo comunque reputa che io meriti la morte. E va bene; che pena vi proporrò da parte mia come contropartita, o cittadini Ateniesi? Non è evidente che proporrò una pena adeguata? Quale dunque? Quale pena fisica o pecuniaria mi compete, perché non ho fatto una vita tranquilla, trascurando le cose che interessano ai più, vale a dire la ricchezza e gli interessi familiari, nonché l’autorità, gli appelli al popolo, le varie magistrature, le consorterie e le fazioni politiche; perché, pensando di valere troppo per poter trovare la salvezza cacciandomi in mezzo a faccende di questo genere, non mi sono dedicato ad attività che, se avessi intrapreso, non sarei stato di alcuna utilità né a me stesso né a voi, ma, teso a fare il massimo bene possibile a ogni persona in privato mi sono dato, come io sostengo, a convincere ognuno di voi a non curarsi di nessuno dei suoi interessi prima che di se stesso, per diventare il migliore e il più saggio possibile, e non degli affari della città prima che della città stessa e in tutto ad agire secondo questo criterio; quale pena dunque mi compete, avendo agito così? Un premio, cittadini Ateniesi, se si deve fare una valutazione conforme alla verità secondo il merito, e precisamente un tipo di premio che vada bene per me. Che cosa dunque si confà a un uomo povero che vi ha fatto del bene, il quale ha bisogno di poter disporre di tutto il tempo per indurvi alla virtù? Non c’è più conveniente ricompensa, cittadini Ateniesi, che il mantenere un uomo simile nel Pritaneo, e a molto maggior ragione che se si trattasse di un vincitore con il cavallo, la biga o la quadriga alle Olimpiadi. Costui infatti ottiene che voi sembriate felici, mentre io opero perché lo siate veramente, e mentre lui non ha bisogno di essere mantenuto, io ne ho bisogno. Se dunque bisogna che io proponga una giusta pena secondo il merito, mi si configura come il mantenimento nel Pritaneo.

(Dal Fedone LXVI-LXVII)

E poi ancora gli premette le gambe. E così, risalendo via via con la mano, ci faceva vedere com’egli si raffreddasse e si irrigidisse. E tuttavia non restava di toccarlo; e ci disse che, quando il freddo fosse giunto al cuore, allora sarebbe morto. E oramai intorno al basso ventre era quasi tutto freddo; ed egli si scoprì — perché s’era coperto — e disse, e fu l’ultima volta che udimmo la sua voce, — O Critone, disse, noi siamo debitori di un gallo ad Asclèpio: dateglielo e non ve ne dimenticate. — Sì, disse Critone, sarà fatto: ma vedi se hai altro da dire. A questa domanda egli non rispose più: passò un po’ di tempo, e fece un movimento; e l’uomo lo scoprì; ed egli restò con gli occhi aperti e fissi. E Critone, veduto ciò, gli chiuse le labbra e gli occhi.

LXVII. Questa, o Echècrate, fu la fine dell’amico nostro: un uomo, noi possiamo dirlo, di quelli che allora conoscemmo il migliore; e senza paragone il più savio e il più giusto.

L'angolo del dibattito, riflessioni

Il libro che non c’è

di Serena Mazzoni

Penso che per ognuno di noi esista “il libro che non c’è”, un libro perfetto per ognuno di noi e diverso da tutti gli altri. Qual è il mio? Non penso di saperlo; ho talmente tante idee, convinzioni, principi e valori che il mio libro che non c’è sarebbe più confuso di quello che ho dentro la testa. Credo però che servirebbe un libro per vivere, per dare a tutti quel sostegno in più, un libro dove poter trovare delle risposte alle miriadi di domande che nascono nella mente come i fiori in primavera, un libro che ti guidi quando non ricordi nemmeno come fermarti per respirare un po’, un libro che ci segni per tutta la vita. Mi sembra quasi che i libri importanti, che ti insegnano qualcosa, che capiscono il lettore portandolo all’interno della trama, facendolo immedesimare nel personaggio, siano finiti. Ma continuerò sempre a sperare che, prima o poi, il libro che non c’è cominci ad esistere.

L'angolo del dibattito, riflessioni

Felicità e dintorni

Gesualdo Bufalino, da Argo il cieco

Voglio la felicità, avevo deciso dentro di me il primo gennaio di quell’anno. Per un mese, per un’ora la voglio. E che era mai, in fondo, la felicità? Avevo pensato un tempo che nascesse dall’amare. Poi dall’essere amati. Ora mi convincevo che il suo fiore fosse vicino a sbocciare pronto a essere colto dalle mie dita, come il primo fiore di mandorlo… O non era forse la felicità, il sentimento di una sospensione, il sentimento di un tempo immobile e d’oro? L’inganno cioè che il sole si impetri dov’è, e la luna; che nel nostro sangue nessuna cellula invecchi di un attimo in quest’attimo stesso che sembra passare e non passa, sembra non passare ed è già passato. Oh interromperlo, sospenderlo, il tempo: sicché tutto, pietre, pesci, uccelli, foglie, frutti e io e tu, Maria Venera, siano e siamo fulminati dalla luce in un radioso e incorruttibile “ora”: immobili, senza più la risacca, dei nostri ieri, a sommergerci a crescerci fin sopra le labbra, senza più la scogliera dei domani, irta di punte e coltelli, a minacciarci malanno e morte; niente più passato, niente futuro, ma solamente presente, con noi tutti beati e belli e addormentati nel bosco, re, regina, cortigiani, principessa, lo stesso principe… in un presente invariabile.

E voi cosa pensate della felicità? Queste sono le nostre voci.


Che cos’è la felicità? Alcuni risponderebbero in modo oggettivo, dicendo che è un’emozione positiva che ha la durata di un attimo.

Secondo un pilastro della musica italiana la felicità è “un bicchiere di vino con un panino…è tenersi per mano e andare lontano”, mentre per noi arriva con l’estate quando siamo liberi dalle preoccupazioni. Forse la vera felicità è un’altra: pensiamo di non essere felici quando in realtà viviamo la felicità ogni istante della nostra vita. (Alice P., Aurora C., Selene G.)

È difficile descrivere la felicità a parole. Per noi la felicità è un attimo, un momento, in quanto non si è felici sempre, anzi, nel periodo dell’adolescenza ci si sente spesso affranti. Perciò crediamo che ci sia differenza tra serenità e felicità. 

La serenità, infatti, è una sensazione continua, un periodo, mentre la felicità è il culmine di quel periodo stesso. Concretamente riteniamo la felicità, ad esempio, il momento prima di partire per un viaggio, una gita o il momento che precede l’incontro con una persona importante o che non si vede da tempo. (Ginevra C., Elena P., Alessia R.)

Secondo me non possiamo dire cos’è o cosa non è la felicità perché la felicità è qualcosa di diverso per ognuno di noi. La felicità è un ideale, qualcosa che aspettiamo a lungo ma che arriva senza far rumore e che quando se ne va lascia un amaro in bocca.            

Quindi cos’è la felicità? Qualcuno ti direbbe un bel voto a scuola, qualcuno un messaggio inaspettato, qualcuno l’essersi fatto una famiglia, ma c’è addirittura chi considera felicità guardare un tramonto. Allora cos’è la felicità? Tutto questo e niente.  (Sofia A.)

                                                                                                          

È difficile spiegare cosa sia la felicità perché sempre la nominiamo senza sapere cosa sia.

Per me, la felicità è quel dolce profumo di fiori che si può sentire solo in primavera o un fuoco d’artificio che splende con vari colori solo per pochi secondi. È quel forte abbraccio che ti fa vedere tutto il mondo in un modo diverso: colorato, allegro, senza niente che non va. È l’emozione più importante che fa percepire tutte le altre, ma è anche breve e intensa provocando dopo poco la malinconia di non poterla rivivere per tutta la vita.  (Benedetta P.)

                                                                                        

L'angolo del dibattito, riflessioni

Ti racconto di quando sono stata felice

di Lisa Pelagatti

Ero felice quando da piccola guardavo Cars con mio fratello, stesi sul pavimento del salotto con una miriade di cuscini e coperte; ero felice quando pranzavo da mia nonna la domenica e lei faceva da mangiare per tutto il vicinato anche se in realtà poi eravamo in quattro seduti alla sua tavola. Sono stata felice quando mi hanno dato la mia prima macchina fotografica, sono andata avanti per una settimana a fotografare tutto ciò che avevo davanti, esaurendo presto gli scatti disponibili. Ero felice quando mia mamma prima di andare a dormire mi leggeva una fiaba, e se era corta poi me ne leggeva anche un’altra. Mi sono sentita felice quando in prima elementare feci la mia prima recita di teatro, le luci, i costumi, le battute da imparare e la mia prima vera responsabilità. Mi sono sentita felice quando a dodici anni presi il mio primo aereo direzione Londra, città che non dimenticherò mai. Sono felice anche ora, quando torno a casa dopo cinque ore di scuola e mia mamma mi chiede: ”Com’è andata oggi?” anche se molte volte non ho voglia di risponderle. Mi sento felice quando metto le cuffiette e faccio partire la playlist, non sento più niente se non la musica che scorre nelle mie orecchie, se non le parole delle mie canzoni preferite, non penso più a nulla, tutto scompare.
Forse però non sono felice, sono solo abbastanza contenta da pensare che no, più di così non posso fare, questo è il massimo grado di felicità che potrò mai raggiungere. Mi accontento di un momento che dura tre o sei minuti, il tempo di una canzone. Mi accontento di una serata, quando mi lacrimano gli occhi per le troppe risate. Mi accontento di una foto per catturare proprio quello che mi sembra essere un momento di felicità.
Forse la vera felicità non sta nell’avvenimento ma nell’attesa. Quando per dieci mesi di scuola non pensi ad altro se non alle vacanze più vicine e ti crei tutti i tuoi piani, le tue aspettative. Quando fai il conto alla rovescia a Capodanno e aspetti i fuochi d’artificio, in quei dieci secondi sei felice, pensi che forse stavolta, per quest’anno, riuscirai a mantenere i tuoi propositi. Quando ad un concerto aspetti fin dal primo secondo la tua canzone preferita per cantarla a squarciagola. E così aspettiamo, per un minuto, per un’ora, per una vita. Aspettiamo, e questa attesa in qualche modo ci piace, è snervante e appagante allo stesso tempo. Erigiamo nella nostra mente questa casa di carta in cui abita la felicità e poi la chiudiamo a chiave, pronti ad aprirla in ”quel” momento.
La nostra felicità aspetta e mentre col tempo si consuma sempre di più, le nostre aspettative diventano sempre più grandi. Ogni volta che si presenta un’occasione per aprire la porta di casa abbiamo troppa paura di sbagliare, di consumare troppa felicità in una sola volta; e alla fine non la apriamo. La casa rimane chiusa. E quindi che fare per avere l’impressione di essere felici? Usiamo tutte le emozioni a nostra disposizione, frughiamo nei cassetti, rispolveriamo gli angoli più cupi e lontani pur di trovare qualcosa che le somiglia almeno vagamente. Pur di non rovinarla, di non correre il rischio di distruggerla non ci curiamo più della nostra piccola casa di carta. E proprio lei, il nostro piccolo tesoro, quello che non avevamo voluto rovinare per nulla al mondo inizia a disfarsi, a bruciare, in quel momento è troppo tardi per essere felici. Quando poi arriva ”quel” momento le nostre aspettative si sono fatte troppo grandi, così grandi che, alla fine, la felicità che avevamo conservato con tanto amore ci delude o non è abbastanza. Allora ricominciamo, ci costruiamo altre aspettative, altre infinite case di carta.