impressioni di viaggio

…dal Giglio, con uno sguardo al recente passato

di Benedetta Parodi

Come e dove mi rivedrei in futuro? Questo, si può dire, è un quesito molto semplice da porsi, ma come tutte le domande ha sempre quel pizzico di dubbio che ti fa rimanere lì fermo a pensare.

Mi siedo su uno scoglio che accoglie con sguardo scettico la docile forza di quelle ondine delle 19:00 di sera, stanche e anche per certi versi annoiate della monotona giornata che sapranno sarà la stessa anche l’indomani. La mente diventa come un’autostrada trafficata ed inizio a pensare al periodo di chiusura completa (la quarantena), un tempo che cerchiamo sempre di più di allontanare da noi, come un uomo che cerca di scappare da un animale feroce, ma è così vicino che un solo errore potrebbe farcelo toccare.

È stato un periodo pieno di scoperte, di nostalgia per ciò che credevamo fosse nostro senza prezzo e ci ha fatto scoprire il vero lato delle persone, quello più diffidente. Mi viene infatti da paragonare questo lasso di tempo ad una cala: quei piccoli angoli di paradiso, con quelle acque limpide illuminate dai caldi raggi del sole, chiuse da grandi massi che poi vanno a dissolversi timidi verso le acque marine. Sono quei luoghi in cui sembra che il tempo non passi mai, ma in un solo schiocco di dita possono portare morte e tristezza.

Mi viene in mente questa rappresentazione, perché durante il periodo del virus io insieme a tutte le altre persone eravamo parte della cala. In questa infatti ci sono alghe, sassi, pesci rimasti intrappolati a causa della risacca e della corrente. Noi infatti siamo finiti in questa finta prigione di cristallo, da cui però tutti non sono riusciti ad uscire.

Le alghe che sono secche e immobili sul bagnasciuga rappresentano chi più fragile, più anziano,  ma anche meno prudente, non ce l’ha fatta, rimanendo lì, ammucchiato e omologato a tutti gli altri, lontano da un mondo fatto di freschezza e vita.

I pesci sia grandi che piccoli che sono riusciti ad uscire, sono coloro che hanno visto davanti ai proprio occhi ciò che era l’ignoto, ma con uno sforzo in più sono riusciti a tornare al presente (i superstiti).

Spesso durante il periodo del virus il “mare” non è stato sempre calmo, perché la sua forza ha causato numerosi movimenti e vittime.

Ma in seguito arriva quella calma, con le onde che danno origine a un suono ritmato e allo stesso tempo piacevole, accompagnato dalle cicale e dal cinguettio degli uccelli che fanno largo ad un periodo, “l’estate”, che si spera duri a lungo (per i suoi effetti).

Questa dell’isolamento è stata una grande difficoltà, ma bisogna sapere come ritrovare lo sbocco per la libertà.

Io in un futuro mi rivedrò proprio così, una parte quasi impercettibile che compone la caletta, che con tanta speranza vuole trovare un collegamento con il mare.

La cala come anche la vita ha sempre le proprie farfalle.