riflessioni

La montagna dei ricordi

di Giulia Eschini

Ho vividi ricordi di una montagna verdeggiante, che visitavo sempre nella calda estate.

Ci andavo spesso quando ero più piccola, con la mia famiglia e gli amici dei miei genitori che hanno un figlio della mia stessa età. Per arrivare sulla sommità del monte bisognava percorrere una faticosa ed interminabile scalinata rudimentale, fatta di sassi traballanti e una ringhiera di legno corroso dalle intemperie. Gli scalini allora mi sembravano infiniti, probabilmente perché, essendo piccola, mi sentivo solo un sassolino tra macigni e tutto mi appariva più largo, alto e vasto. In più si doveva percorrere un lunghissimo sentiero sterrato, talmente stretto che poteva passare non più di una persona alla volta. Quindi procedevamo in fila indiana, però sempre vicini per non perderci. Spesso trovavo fosse o sassi che mi facevano inciampare; tutto intorno, a delimitare il sentiero, c’era una fitta erba alta, di un verde smeraldo molto vivido, intervallata a fili di erba secca, marroncina. Tra questo prato si sentiva il fruscio dei serpenti, delle vipere, di alcuni insetti oppure il ronzio di api o zanzare…la dolce melodia di una natura splendente, viva. Avevo sempre paura di essere attaccata da una serpe, ne ero terrorizzata, ma venivo costantemente tranquillizzata dalla voce rassicurante di mio padre.

Non ho mai visto cadere una goccia di pioggia su questo luogo, infatti percorrere il sentiero era molto faticoso anche perché eravamo baciati da un sole alto, rovente e abbagliante. La gente che era presente era veramente poca e tutti camminavano con sguardo basso e sfiancato…non capivo perché fossero tutti giù di morale: io amavo camminare per quel sentiero, anche se era molto faticoso e non ero atletica, però mi dava un senso di serenità e gioia nello stare a contatto con la natura.

Arrivati alla fine del percorso si apriva uno spazio aperto delimitato su due lati da un fitto bosco, un vera e propria prateria. Il luogo ideale per fare un bellissimo campeggio all’aperto. L’ho sempre amato, perché mi dava un senso di incredibile libertà. Era bellissimo vedere così tanto verde e poter correre da ogni parte; respiravo a pieni polmoni l’aria pura e fresca e stavo molto tempo ad ascoltare il cinguettio degli uccelli. Non era un luogo piano, ma aveva delle leggere rientranze nel terreno o, al contrario, piccoli dossi. Mi raccontavano che dove c’erano queste buche era perché erano caduti dei fulmini, anche a ciel sereno, ma ad oggi non ne sono così sicura. L’erba era sempre verdeggiante e si trovavano anche dei fiori stupendi, di ogni tipo e di mille colori. Non c’era nessun tipo di albero, era semplicemente un vastissimo prato. Gli unici alberi erano quelli del bosco, un posto più freddo e buio, poiché la luce che filtrava era poca. Lì era dove il mio amico ed io andavamo a prendere la legna per accendere il fuoco del campeggio. Adoravo quell’odore particolare di abeti che c’era e il rumore dei picchi che ogni tanto si sentiva. Sul lato scoperto dal bosco c’era un precipizio, un altissimo burrone. La vista da lì era davvero spettacolare, l’aspetto migliore di quel luogo: si vedeva tutta la città, addirittura fino al mare. Potevo rimanere incantata lì per parecchio tempo, a godermi quello splendido panorama, finché poi mi richiamavano alla realtà i rumori dei bambini che mi invitavano a giocare con i loro aquiloni.

Nel tardo pomeriggio percorrevamo un sentiero ancora più fitto per andare a raccogliere more, lamponi e mirtilli. Avevano un sapore molto diverso rispetto a quelli che vendono normalmente, un sapore più puro, naturale, anche più aspro. Alla sera poi iniziava a fare freddissimo: l’escursione termica era incredibile, potevano esserci trenta gradi al giorno e quindici di notte. Così accendevamo il fuoco e mi pervadeva quel senso di calore e sicurezza che si prova quando si sta nel luogo giusto con le persone giuste. Il cielo era sempre stellato e limpido, libero dall’inquinamento luminoso che incombe sulle città. Si vedevano tutti i tipi di stelle: quelle più brillanti, quelle più opache, quelle che in realtà erano pianeti, quelle che formavano bellissime costellazioni. Si poteva perfino vedere la Via Lattea. Un giorno un ragazzo mi fece vedere dal telescopio Saturno: si vedeva benissimo, era molto nitido e riuscii a distinguerne gli anelli. Sembrava che fosse molto vicino. Vidi anche la Luna, con tutti i suoi crateri.

Le notti in montagna erano sempre molto magiche; rimarranno indelebili tutti questi piacevoli ricordi.