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“Il Signore delle Mosche”, recensione

di Lorenzo Beccaria

Quando il libraio mi ha detto: “Questo è un libro che ogni adolescente dovrebbe leggere!”, sulle prime ero molto scettico, ma mi ha convinto la trama avventurosa descritta nella quarta di copertina e, devo ammettere, alla fine non sono rimasto affatto deluso da questo “classico”!

L’avventura inizia con un aereo che cade nell’Oceano Pacifico; al disastro sopravvive un gruppo di ragazzi inglesi, che si trovano a vivere su un’isola sperduta, totalmente soli. All’inizio, cercano di organizzarsi per sopravvivere e di aiutarsi, ma, purtroppo, i lati peggiori dei vari personaggi prendono il sopravvento e, con il passare dei giorni, cominciano discussioni e inimicizie.

Dapprima Ralph diventa leader del gruppo e cerca di coordinare il lavoro di tutti, ma soprattutto si attiva, in ogni modo, a trovare una soluzione per attirare soccorsi, purtroppo senza risultati.

C’è quindi Jack, che vuole prendere il comando e cerca di convincere i ragazzi a vivere “alla giornata”, procacciandosi cibo e provando a sopravvivere come possono, senza sperare che qualcuno possa salvarli.

Quando pensano che sull’isola ci sia un mostro, che rende la vita impossibile a chiunque abiti quel luogo, i ragazzi decidono di offrirgli un totem, costruito con una testa di maiale mozzata, che, con il passare del tempo, si riempie di mosche (da qui il titolo del libro).

Purtroppo, alcuni seguaci di Jack, andando a caccia, uccidono alcuni amici di Ralph, che è disperato ed ha paura anche per la sua vita; Jack vuole dare anche fuoco a tutto, ormai è totalmente fuori controllo.

Per fortuna, Ralph viene salvato da un ufficiale, la cui nave era arrivata sull’isola proprio incuriosita dal fumo; l’uomo rimane sconvolto quando viene a conoscenza di tutto quello che è successo sull’isola. I ragazzi rimasti singhiozzano e vengono finalmente portati via da quell’incubo.

Ho trovato questo romanzo molto originale, perché a volte poco verosimile ed altre volte invece molto realistico. Molto nitida e presente l’immagine del fuoco, spesso usato come simbolo dell’uomo contro l’animale, della ragione contro il buio dell’ignoranza.

Il fatto che i protagonisti siano ragazzi, inevitabilmente mi ha fatto immedesimare nei personaggi, parteggiando per Ralph; il libro è, in alcuni punti, molto crudo e, fino all’ultima pagina, si teme per la sorte dei personaggi.

Sicuramente, anche se la descrizione dei luoghi è un po’ troppo lunga e particolareggiata per i miei gusti, comunque lo consiglierei perché è un romanzo che tiene con il fiato sospeso.

Illustrazione di Broccolo
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“Troy”, recensione

di Lorenzo Pezzica

Troy è un film di guerra e avventura di produzione statunitense e inglese uscito nel 2004, con la regia di Wolfgang Peterson.
Il film tratta delle celebri vicende della guerra di Troia, benché la sceneggiatura non sia totalmente derivata dall’Iliade omerica, poiché la narrazione va oltre a quella raccontata dall’opera.
Il principe troiano Paride scappa con la moglie di Menelao, re di Sparta. Allora gli Achei attaccano Troia e dopo una lunga e logorante guerra, grazie al famoso tranello del cavallo di legno, conquistano la città.
Il film non ha narratore ma le vicende vengono raccontate ruotando intorno ai personaggi principali, che sono gli eroi del poema epico.
Un tratto che differisce molto dall’opera da cui è tratto il film è la mancata presenza degli dei, che secondo l’epica sono causa scatenate del conflitto, definibili addirittura “burattinai” così come gli uomini i loro “burattini”.
Come già detto la storia gira quasi totalmente intorno agli eroi e alle loro mogli, per il resto gli altri personaggi fanno da “contorno”. La distinzione fra protagonisti ed antagonisti è molto soggettiva; i personaggi si schierano in due fazioni che combattono una guerra e giudicare le ragioni spetta al singolo spettatore.
Tra gli Achei, quello più importante è sicuramente Achille, interpretato dal famosissimo Brad Pitt, il quale impersona il giovane eroe ritenuto da tutti invincibile, facendolo apparire arrogante, sconsiderato, accecato dal suo stesso onore; tuttavia durante il corso del film subisce dei cambiamenti importanti, innamoratosi della sua schiava Briseide la quale uccide Agamennone. Il re dei Mirmidoni intrattiene pochi e difficili rapporti interpersonali; sicuramente il più stretto è quello con il cugino Patroclo, al momento della cui morte, preso dall’ira, affronta e sconfigge Ettore, il più abile guerriero troiano, nonché principe; quest’ultimo fa un po’ da vittima delle vicende, poiché il suo unico scopo era quello di difendere la patria e i suoi cari, non voleva il conflitto ed aveva assecondato l’egoistico desiderio del fratello Paride solo per non farlo morire.
Achille inoltre ripone la sua fiducia anche in Ulisse, scaltro e intelligente re di Itaca, forse l’unico rappresentante del senno dei Greci, poiché risolve le situazioni non solo con la violenza ma principalmente con l’astuzia.
D’altra parte Achille ha un pessimo e teso rapporto con Agamennone, al quale sottostà solo per il suo ruolo di comandante della spedizione. Dipinto come un sovrano arrogante, crudele ed egoista che accetta di aiutare il fratello Menelao, sfrutta il movente del rapimento di Elena solo perché vuole conquistare la città, mentre la stessa Elena, in questa rappresentazione della guerra di Troia, non viene rapita, ma accetta sua sponte la fuga con Paride odiando il marito spartano.
In quanto film di guerra molte delle scene rappresentano combattimenti, ai quali però prendono parte anche i soldati comuni, ripresi prevalentemente con inquadrature da lontano, per evidenziare il loro numero. Gli eroi invece in combattimento compiono mosse ricche di maestria, anche se spesso inverosimili, in quanto un solo eroe riesce a sconfiggere cinque o sei nemici contemporaneamente senza ricevere un graffio. Le scene dei duelli però seguono in parte il modello dell’aristia omerica. Molto importanti sono le inquadrature: ad esempio se un personaggio viene ripreso dal basso verso l’alto è per evidenziare la sua superiorità in un dato momento, al contrario per metterlo in una posizione di svantaggio.
Inoltre l’uso di colonne sonore “auliche” è fondamentale per evidenziare momenti di azione, una loro interruzione invece crea suspense e attesa.
Particolare attenzione va prestata al rumore della marcia dei soldati che risalta accompagnato da leggere ma esaltanti colonne sonore e inquadrature dalla distanza che lasciano vedere la totalità dello schieramento, mettendo in evidenza la sua imponenza.
Nel complesso si tratta di una produzione colossal che ha sicuramente richiesto un enorme budget e la collaborazione di attori veramente abili e, benché non incarni totalmente la realtà dell’opera letteraria, è diventato famosa più come film d’azione che storico.
Nella mia opinione è un film d’intrattenimento che, nonostante la durata di quasi tre ore, non va ad annoiare lo spettatore e risulta piacevole alla visione.

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“Viceversa”, recensione

di Giacomo Bianchini

Nell’intervista che ha preceduto il festival di Sanremo, Gabbani descrive il suo nuovo album dove ogni brano è legato dal filo conduttore del rapporto tra individualità e collettività e della convivenza tra il “te stesso” e “gli altri”. Tali sono anche le tematiche affrontate nel brano che il cantautore carrarese ha portato sul palco dell’Ariston. “Viceversa” è una canzone ricca delle consapevoli contraddizioni che sono presenti nell’amore, il rapporto più intimo che anche nella letteratura ha avuto un’importanza tale che autori come Catullo, Saffo, Dante e gli stilnovisti, fino ad arrivare ai poeti della letteratura moderna, hanno trattato in maniera profonda e approfondita. Gabbani presenta l’amore mediante ossimori e la contrapposizione di idee e concetti per sottolineare la sua visione di un sentimento contraddittorio, dove l’equilibrio lascia spazio all’irrazionalità delle emozioni che si oppongono alla ragione in una sorta di trionfo del motivo epicureo nei confronti di quella razionalità arbitraria di cui parla Cicerone nel “De officiis”. E così antitesi come “libri aperti che celano segreti”, “anime pure che contengono sporchi difetti” e “la solitudine nella condivisione”, riassumono il bifrontismo dell’amore che “di normale non ha neanche le parole”. Perciò Gabbani, nell’assenza di una soluzione per spiegare razionalmente il sentimento, invita a rassegnarsi all’abbandono, all’emozione. Se però l’amore è irrazionalità, nella canzone è anche descritto come una forza inesorabile in grado di rinchiudere “l’universo in una stanza”, una forza inspiegabile capace di creare “abbondanza nella mancanza”, una forza inaspettata ed implacabile come “l’abitudine nella sorpresa”, o una “vittoria poco prima della resa”, una forza ossimorica e tale da colmare tutto ciò di cui l’uomo è privo. L’amore non è dunque per Gabbani un sentimento carnale ed erotico, colmo però di sofferenza come quello di Catullo, non è nemmeno la venerazione della donna-angelo dantesca o quella sofferta e inappagata petrarchesca; l’amore è una forza basata sulla reciprocità del dare e del ricevere che porta in maniera naturale e fisiologica al manifestarsi del sentimento. 

La canzone, sebbene il suo testo possa sembrare elementare, merita decisamente un ascolto più curato e approfondito per poter godere non solo della sua musicalità accompagnata dall’apprezzabile personalità di Francesco, ma anche della profondità di un testo piacevole e ricco di spunti di riflessione.

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“La chimera”, recensione

di Serena Mazzoni

“La chimera” è un romanzo storico scritto da Sebastiano Vassalli che ho letto di recente. Lo sfondo del libro è il secolo del ‘600, un secolo come sappiamo buio a causa dell’ignoranza ed avvolto dal mistero, analizzato dall’autore sotto i punti di vista dei vari personaggi. La protagonista, una ragazza bellissima e fuori dagli schemi, di nome Antonia, per la sua bellezza e per la sua diversità nel modo di pensare, per la paura che gli altri cittadini hanno di chi non si omologa, viene accusata di stregoneria, causa della sua morte precoce. Vassalli riesce a far capire al lettore le motivazioni delle persone che accusano Antonia, trasmettendo il pensiero tipico di una popolazione del Seicento.

Ho trovato particolarmente interessante la parte finale del libro, in cui vengono descritte le torture inflitte ad Antonia durante la sua permanenza in carcere: molestie mentali e fisiche da parte dei due carcerieri, pene fisiche infernali e interrogatori mirati solo a sentire il falso, per poter confermare le convinzioni imposte dalla Chiesa: la presenza del diavolo, delle streghe, dei sabba. I temi analizzati dall’autore mi hanno colpito, come uno schiaffo, e mi hanno fatto riflettere sul fatto che, per tanti aspetti, la società rispetto al Seicento si sia evoluta, mentre per altri, seppure in contesti diversi, si ripete sempre la solita storia…

Nonostante alcune descrizioni eccessivamente prolisse, la narrazione è abbastanza scorrevole; lo consiglio molto, non a chi vuole una lettura leggera, ma per chi vuole conoscere un po’ del passato che, alla fine, se confrontato con il nostro presente, non è poi così diverso.

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“Terre selvagge”, recensione

di Federico Nicodemi

Il romanzo “Terre selvagge” di Sebastiano Vassalli è un romanzo storico ambientato durante le guerre tra Cimbri e Romani. Il testo è molto scorrevole e piacevole nella lettura, ma secondo me, per comprenderlo appieno, bisogna avere una conoscenza minima del latino e della storia romana. All’inizio di ogni capitolo vi è una descrizione del luogo dove si svolgeranno i fatti, che, a mio parere, fa perdere il filo del discorso rendendo tutto più macchinoso…poi pian piano la narrazione ritorna al suo equilibrio. L’autore utilizza molti riferimenti storici e non manca mai di farlo notare al lettore, fornendo molte informazioni sui più svariati argomenti.

Consiglio sicuramente questo libro a chi è appassionato di storia antica; per chi non lo è comunque la vicenda risulta molto avvincente e consente di scoprire molte curiosità storiche. Inoltre ho molto apprezzato la considerazione finale dell’autore, decisamente attuale: “…l’Europa potrà tornare a essere il centro del mondo se riuscirà ad accordare tra loro le molte sue anime, come si accordano gli strumenti di un’orchestra perché suonino insieme una sola musica.”

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“La chimera”, recensione

di Matilde Dell’Amico

“La chimera” è un romanzo storico di Sebastiano Vassalli ambientato a cavallo tra ‘500 e ‘600. Il romanzo si sviluppa raccontando di una giovane di nome Antonia, protagonista, la cui nascita e morte definiscono il tempo della storia. Alla vicenda principale della giovane si collegano quelle di altri personaggi, rendendo il romanzo un complesso di storie parallele. Vassalli descrive il Seicento senza nascondere o correggere nessun aspetto, negativo o positivo che sia. La sua visione “schietta” e veritiera punta sull’accentuare i tratti fondamentali dell’epoca, sia riguardanti l’ambientazione particolare scelta per il racconto, come la digressione sul lavoro nelle risaie, sia riguardanti il periodo in generale.

In particolare il romanzo si sofferma a descrivere come in quegli anni funzionasse la Chiesa e quale fosse la mentalità ad essa collegata. L’autore infatti attribuisce alla Chiesa un’imposizione continua ed esasperata della religione nella quotidianità delle persone. A questo proposito non si può non ricordare il Tribunale dell’Inquisizione, che condanna la ragazza a morte, in seguito ad un “accumulo” di invidia da parte dei compaesani: Antonia infatti sarà accusata di stregoneria in seguito ad alcuni avvenimenti, interpretati come oscuri, ma in realtà totalmente innocui.

Romanzo apparentemente noioso, è invece una lettura interessante e coinvolgente.

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La fine di Guernica, recensione

di Ginevra Carassali e Alessia Ravenna

Dopo aver ascoltato attentamente la canzone “La fine di Guernica” di Lodovica Lazzerini, ex studentessa del nostro liceo, anche rappresentante di istituto nell’a.s. 2017/2018, abbiamo ritenuto fosse opportuno dare un nostro parere.
Pur non essendo esperte di musica e di ciò che riguarda quell’ambito, possiamo affermare che sia testo che voce della cantante siano molto profondi e comunicativi.
In particolar modo ha rapito la nostra attenzione una frase ripetuta nel ritornello: “Ricordati che i mostri non esistono solo nei sogni”.
Reputiamo che quella frase, molto significativa, sia purtroppo vera poiché nella vita capita sempre più di frequente che anche le persone che ci sembrano più fidate, oppure alle quali teniamo maggiormente, possano rivelarsi in svariati modi dei mostri.
Che dire…concludiamo con il ripetere che musicalità e testo combaciano perfettamente. 

Complimenti Lodovica! Per noi vali un bel 9. Veramente meriti di essere nella classifica delle migliori giovani cantanti emergenti!

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“Twelve Conversations”, lungometraggio, recensione

di Giancarlo Santini

“Twelve Conversations” è un lungometraggio diretto da Emanuele Valla molto stimolante, che prova ad insegnarci il vero valore delle conversazioni “faccia a faccia”. Considerando che il regista non disponeva di un budget elevato, penso che sia comunque riuscito a realizzare un buon film. Anche se potrebbe non essere apprezzato all’istante, con un’analisi più accurata ci si può accorgere che al suo interno è presente un messaggio molto suggestivo. Ciò che Emanuele Valla cerca di spiegarci è che al giorno d’oggi le conversazioni hanno perso di importanza e che dovremmo intrattenere discussioni più spesso con le altre persone.

I protagonisti, Noah e Jane, sono due perfetti sconosciuti con esperienze di vita differenti, ma le stesse riluttanze verso il passato. Quando iniziano a conversare, le loro vite cambiano e scopriranno di avere qualcosa in comune (i loro padri lavoravano insieme) e capiranno di amarsi. Infine si trasferiranno insieme in Islanda.

Questo film nella sua semplicità è molto profondo e lo consiglierei a tutti coloro a cui piacciono le storie d’amore basate sull’intensità dei dialoghi.

La locandina dell’evento
al Cinema Garibaldi di Carrara

Valutazione:


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“Medea. La donna, la madre, la straniera”, recensione

di Matilde Dell’Amico

Lo spettacolo a cui ho partecipato con i miei compagni a fine ottobre è stato molto interessante e coinvolgente, sotto ogni aspetto. I personaggi erano caratterizzati con cura e nell’interpretazione erano comunicati in modo realistico i vari stati d’animo. Personalmente mi è piaciuto molto il personaggio di Medea, soprattutto per il messaggio che voleva trasmettere. La ragazza che la interpretava aveva infatti dei nastri legati ai polsi che stavano secondo me a significare una sorta di “fili della coscienza”; la figura stessa della protagonista era accompagnata da altre donne, in cui si può leggere a mio avviso quasi l’eco della sua coscienza. Infatti la messa in scena voleva rappresentare in qualche modo la condizione di tutte le donne, partendo dall’esempio di Medea stessa.

Mi è sembrata una scelta efficace anche quella dell’ambiente in cui si è svolto lo spettacolo, l’ex Ospedale San Giacomo: assistere ad una rappresentazione itinerante si è rivelata per noi giovani spettatori una soluzione coinvolgente…insomma il tutto ha contribuito alla curiosità e all’attenzione nella visione.

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“Senza salutare nessuno. Un ritorno in Istria”, recensione

di Giada Bernabè

L’ultima uscita nelle librerie della scrittrice pontremolese Silvia Dai Pra’, con Editori Laterza, affronta uno degli argomenti più spinosi dell’ultimo secolo: i giochi di potere, gli spostamenti di confine, i maltrattamenti e le uccisioni che hanno tormentato la penisola istriana e le zone circostanti dai primi anni fascisti al termine della Seconda Guerra mondiale.

A fare da filo conduttore del libro è la volontà dell’autrice di conoscere più a fondo il fenomeno delle foibe, per arrivare a comprendere il motivo per il quale il bisnonno, commerciante del piccolo paese di Santa Domenica di Albona, fosse stato perseguitato ed ucciso dai partigiani titini e sua moglie, costretta a rifugiarsi in Italia con i figli, fosse scappata da un giorno all’altro, proprio “senza salutare nessuno”.

Un piccolo volume, di appena 150 pagine, che, a metà tra giornalismo e autobiografia, inaspettatamente cela tra le sue righe un intreccio corposo e variegato di storie, dalle memorie d’infanzia dell’autrice al reportage di un viaggio in cerca di risposte piuttosto difficili da ottenere – per via di testimoni che perlopiù scelgono una manzoniana reticenza o addirittura sono troppo anziani per ricordare bene l’accaduto -, passando per le vite di parenti mai conosciuti, che sono stati inghiottiti dal silenzio del passato e di nonna Iole.

Sarà proprio nonna Iole quella sorta di “motore immobile” dal quale prendono vita la ricerca e il libro di Silvia: una nonna assai particolare, che, al contrario di quanto siano solite fare le altre, rifiutava di parlare della sua giovinezza, scoppiava a piangere nei momenti più improbabili, si infuriava se qualcuno faceva uso delle parole slavi e comunisti e semplicemente spariva quando qualcosa non andava come avrebbe voluto. Scoprire la dinamica degli eventi che segnarono così profondamente la donna in gioventù sarà l’obiettivo principale dell’autrice durante il suo viaggio in Istria.

Una lettura vivace e piacevole, che riesce a conciliare la precisione storica e l’ironia; quest’ultima risulta molto efficace nello sdrammatizzare momenti troppo carichi di tristezza oppure troppo seri, i quali, se affrontati con la “dovuta” serietà, sfocerebbero in discorsi banali e moralisti.

Così, tra le patate fritte “come verdura” di Nonna Iole e la montagna di bottiglie di grappa ricevute in dono da ogni istriano che l’abbia ospitata, Silvia Dai Pra’ illustra i drammi dei singoli in rapporto con la Storia e, portando i lettori con sé nelle tappe di un’inusuale vacanza, li invita a studiare e riflettere bene prima di trarre conclusioni affrettate sulle vicende del confine Orientale, perché, prima delle stragi attuate dai comunisti slavi, ne erano state compiute altrettante dai tedeschi e non solo, anche dagli italiani.