bela me Carara, Comunicazioni

Bela me Carara

di Serena Mazzoni

Salve a tutti, come state? Come procedono le vacanze?

Sicuramente in modo diverso rispetto agli anni precedenti, dato che il 2020 ci ha portati ad affrontare situazioni che mai nessuno avrebbe immaginato e adesso dobbiamo rispettare le conseguenze con consapevolezza e responsabilità.

Per questo molti di noi stanno trascorrendo la propria estate qua, a Carrara e dintorni. Incredibile, vero?

Sempre deserta e snobbata, in questo periodo la nostra città viene rispolverata da noi cittadini che diventiamo quasi turisti nel riscoprire le bellezze che ci circondano, mentre siamo sempre stati abituati a cercare il “bello” in posti lontani.

In onore di questa riscoperta abbiamo deciso di creare una nuova categoria “Bela me Carara” per ricordarci e ricordarvi i meravigliosi posti che viviamo, sempre sotto il nostro naso, ma che fino ad ora magari non erano stati presi molto in considerazione. Troverete poesie, testi, fotografie, schizzi, disegni, tutti per testimoniare le nostre radici apuane.

Speriamo vi possa piacere quanto a noi questa idea, buon proseguimento di vacanze a tutti!

riflessioni

Voglia d’estate

di Serena Mazzoni

La “via dei bagni” a Marina, così mi piace chiamarla. Sì, direi che questo sia il mio posto speciale. La parte che preferisco costeggia l’entrata negli stabilimenti balneari, dall’inizio del porto fino alla Rotonda; altrimenti continuerebbe anche molto più avanti. Lungo tutta questa strada c’è un muretto su cui chiunque può sedersi, con i cespugli usati come schienali che aprono la vista alla pineta principale.

Il momento migliore, secondo me, è d’estate: l’odore di salmastro che arriva dal mare, il sole forte che picchia sull’asfalto e ti scalda, il vento leggero che accarezza il viso e i capelli. Al tramonto tutto si colora di arancione, talvolta un arancione tenue, talvolta un arancione molto acceso, con delle sfumature rossastre.

Verso sera si vedono anche gli ultimi rimasti in spiaggia che abbandonano gli ombrelloni per tornare a casa, tutti con il sorriso e con un’espressione serafica e rilassata che quasi solo d’estate si vede dipinta sui volti.

Ho bellissimi ricordi di questo posto: infatti, anche solo passandoci, mi ritorna alla mente la sensazione di tranquillità e spensieratezza tipica di quelle giornate così libere, che ogni volta suscitano la nostalgia che tutti conosciamo.

Mi rammento inoltre di momenti, attimi di assoluta serenità, fermi nel tempo, perché impressi nella mia memoria che ogni tanto rispolvero. E mi immergo così di nuovo nella mia felicità.

recensioni

“La chimera”, recensione

di Serena Mazzoni

“La chimera” è un romanzo storico scritto da Sebastiano Vassalli che ho letto di recente. Lo sfondo del libro è il secolo del ‘600, un secolo come sappiamo buio a causa dell’ignoranza ed avvolto dal mistero, analizzato dall’autore sotto i punti di vista dei vari personaggi. La protagonista, una ragazza bellissima e fuori dagli schemi, di nome Antonia, per la sua bellezza e per la sua diversità nel modo di pensare, per la paura che gli altri cittadini hanno di chi non si omologa, viene accusata di stregoneria, causa della sua morte precoce. Vassalli riesce a far capire al lettore le motivazioni delle persone che accusano Antonia, trasmettendo il pensiero tipico di una popolazione del Seicento.

Ho trovato particolarmente interessante la parte finale del libro, in cui vengono descritte le torture inflitte ad Antonia durante la sua permanenza in carcere: molestie mentali e fisiche da parte dei due carcerieri, pene fisiche infernali e interrogatori mirati solo a sentire il falso, per poter confermare le convinzioni imposte dalla Chiesa: la presenza del diavolo, delle streghe, dei sabba. I temi analizzati dall’autore mi hanno colpito, come uno schiaffo, e mi hanno fatto riflettere sul fatto che, per tanti aspetti, la società rispetto al Seicento si sia evoluta, mentre per altri, seppure in contesti diversi, si ripete sempre la solita storia…

Nonostante alcune descrizioni eccessivamente prolisse, la narrazione è abbastanza scorrevole; lo consiglio molto, non a chi vuole una lettura leggera, ma per chi vuole conoscere un po’ del passato che, alla fine, se confrontato con il nostro presente, non è poi così diverso.

fantasie ecologiche, NNLC Notte Nazionale del Liceo Classico

Portafoto che rispettano l’ambiente

di Serena Mazzoni e Sara Tesconi

In occasione della Notte Nazionale del Liceo Classico del 17 Gennaio scorso, la nostra classe ha preparato portafoto fantasiosi e colorati da poter vendere nel banco di beneficenza durante la serata.

Per realizzare questi portafoto abbiamo utilizzato moltissimi materiali di riuso tra cui: tappi di bottiglie di plastica, fogli di riviste, cartoncini e altri oggetti di uso decorativo come tempere e glitter. Si sa, le cose fai da te richiedono una buona dose di pazienza, voglia di fare e fantasia che, per fortuna, non ci sono mancate.

La realizzazione del progetto si è svolta come una vera e propria macchina di montaggio: chi si occupava della base del portafoto, chi delle decorazioni, chi dell’assemblaggio. I portafoto sono stati realizzati con cartoncini colorati, che venivano prima piegati a metà, poi ritagliati solo su una faccia per formare il bordo della cornice. Le decorazioni invece sono formate da “rotolini” e da tappi di bottiglia. I primi sono fogli di riviste arrotolati inizialmente a formare una sorta di cannuccia, poi su loro stessi, ricoperti di colla vinilica e colorati con le tempere una volta asciutti. Sui tappi delle bottiglie sono stati disegnati diversi paesaggi (del resto la Terra ci regala straordinari squarci di natura, quindi perché rovinarli?) con grande bravura, nonostante i pennelli decisamente non adatti ad un tipo di lavoro così minuzioso. La fase di assemblaggio e ritocco prevedeva l’uso delle decorazioni, di nastri dorati, glitter, molta colla e precisione.

Alcuni ragazzi si sono poi dedicati alla ricerca di frasi d’autore (scritte in hand lettering) per ricordare l’importanza dell’ambiente, tema centrale dell’evento.

questione di prospettiva

Adolescenti VS adulti: lo smartphone

di Serena Mazzoni

Ragazzo. Oh, finalmente oggi esco dopo una mattinata orribile a scuola. Non ho voglia di vedere nessuno, se non i miei amici, non ho voglia di ascoltare le domande e i problemi di nessuno, se non quelli di chi mi sento di ascoltare e a cui voglio rispondere.  Meno male che ho il telefono per evitare sguardi e chiacchiere con mia madre, così fra un like su Instagram, una foto, una canzone, arriva l’ora che attendevo per uscire di casa e andare a fare un giro con le mie amiche. Ecco, appena fuori di casa mi accorgo che …ops, batteria scarica!

Adulto. Oggi la vedo che è successo qualcosa, con quello sguardo preoccupato ed assente che evita ogni domanda… incredibile quanto mi fa preoccupare quando fa così, la sento distante, sempre con quel telefono…Però mi sembra contenta di uscire un po’ e non posso non esserlo anch’io, spero solo di non dover fare i salti mortali per sentirla sull’orario di rientro. La chiamo e puntualmente non risponde, così si attiva come un allarme nella mia mente, già inizio ad agitarmi fingendo di essere totalmente calma… mi farà impazzire a forza di non rispondere alle mie chiamate!

classici e moderni dall'infanzia all'adolescenza, recensioni

“We are family”, recensione

di Serena Mazzoni

La proposta che mi ha maggiormente interessato è sicuramente il libro “We are family” di Fabio Bartolomei che tratta di un bambino estremamente intelligente e della sua famiglia. La particolarità è che il bambino riesce a vedere e ad analizzare le situazioni in maniera del tutto anomala rispetto alla sua età e in qualche modo con maggiore superiorità e maturità, differentemente dagli adulti che compongono la sua famiglia, cioè e i suoi genitori e la nonna. Mi sento di consigliarlo caldamente per il modo in cui è scritto: semplice, leggero, ma d’effetto; inoltre ho trovato che l’argomento di cui parla sia estremamente interessante e coinvolgente, sia per ragazzi della mia età, sia per lettori adulti. 

L'angolo del dibattito, riflessioni

Il libro che non c’è

di Serena Mazzoni

Penso che per ognuno di noi esista “il libro che non c’è”, un libro perfetto per ognuno di noi e diverso da tutti gli altri. Qual è il mio? Non penso di saperlo; ho talmente tante idee, convinzioni, principi e valori che il mio libro che non c’è sarebbe più confuso di quello che ho dentro la testa. Credo però che servirebbe un libro per vivere, per dare a tutti quel sostegno in più, un libro dove poter trovare delle risposte alle miriadi di domande che nascono nella mente come i fiori in primavera, un libro che ti guidi quando non ricordi nemmeno come fermarti per respirare un po’, un libro che ci segni per tutta la vita. Mi sembra quasi che i libri importanti, che ti insegnano qualcosa, che capiscono il lettore portandolo all’interno della trama, facendolo immedesimare nel personaggio, siano finiti. Ma continuerò sempre a sperare che, prima o poi, il libro che non c’è cominci ad esistere.

racconti brevi

Dove i desideri si avverano

di Serena Mazzoni

I corridoi erano freddi e come al solito Noemi camminava avvolta nel suo giubbotto per passare il più possibile inosservata. Era una ragazza diversa dalle altre sedicenni: non amava farsi notare, osservava i dettagli delle cose, capiva sempre tutto, senza però mai mettersi in mostra, parlava poco, ma esprimeva tutto attraverso i suoi disegni, che riuscivano a toccare l’anima delle persone. Ecco, era in quel momento, con la matita in mano, che non si nascondeva davanti a nessuno. Nonostante la sua grande empatia non aveva molti amici, anzi, a dirla tutta, non ne aveva nessuno: forse per invidia le altre ragazze non volevano stare con lei, si sentivano sopraffatte dalla sua semplicità e bellezza: aveva i capelli castani, leggermente ondulati e lunghi fino all’ ombelico, gli occhi azzurri e il viso ricoperto di lentiggini, che le donavano un’aria dolce e innocente. Le spalle leggermente larghe a causa dei molti anni di nuoto, la vita stretta e le dolci curve sui fianchi la rendevano affascinante. Era l’ultima ora e c’era la solita moltitudine di ragazzi e professori che, in fretta, volevano uscire da scuola per iniziare a godersi il weekend. Per evitare di incontrare i suoi compagni che tanto detestava decise di passare per un altro corridoio, che portava all’uscita sul retro e che quindi non veniva quasi mai utilizzato, se non in caso di necessità. Nonostante la polvere e la sporcizia, Noemi amava quel corridoio, perché sulle pareti erano appesi dei disegni bellissimi e lei si perdeva ad ammirarli tutti, a cercare di capirne il significato e la tecnica: era come se lei riuscisse a parlare con quei fogli di carta F4, alcuni usurati, altri del tutto rovinati; inoltre, sempre in quel corridoio, c’era una stanza in cui venivano tenuti altri disegni, di ex studenti, di concorsi e di ragazzi che semplicemente volevano lasciare qualcosa di loro a quella enorme scuola. Essendo una dei rappresentanti d’istituto e la migliore tra gli studenti, poteva accedervi tranquillamente, chiedendo la chiave ad una delle bidelle, di cui ormai era diventata amica. Come al solito però, si stava facendo tardi e così si affrettò ad uscire per tornare a casa, ma la miriade di studenti del Liceo Artistico e il traffico persistente di Roma non l’aiutarono, facendola arrivare in ritardo per l’ennesima volta. Nadia, la mamma di Noemi, una bella donna di quarant’ anni, era diventata sempre più isterica e apprensiva da quando il padre, a causa del lavoro, non era quasi mai a casa. “Noemi mi spieghi che diamine combini ogni volta? Possibile che debba stare sempre in ansia?” disse Nadia. “Non è colpa mia! C’era un traffico immenso e ho perso il primo autobus.” rispose Noemi. La conversazione andò avanti così per qualche minuto, fino a quando non intervenne Chiara, sorella minore di Noemi, che aveva solo otto anni, ma che era estremamente sveglia e perspicace; le interruppe chiedendo di mangiare. Noemi adorava la sua sorellina, solo che a causa della differenza di età ci litigava spesso e quindi finivano per non parlarsi quasi mai, inoltre nutriva una qualche gelosia verso di lei, poiché le poche volte in cui il padre tornava a casa prestava, secondo lei, molte più attenzioni alla sorella. Così, subito dopo pranzo, turbata dai soliti dilemmi adolescenziali e nervosa per la situazione a scuola e a casa, decise di buttarsi nel letto e provare ad addormentarsi. Subito le palpebre si chiusero e lei cadde in un sonno profondo, come inglobata dal materasso e un’immagine, precisamente un ricordo che non sapeva di avere, le si presentò nella mente: lei, piccola, ma con lo stesso sguardo curioso di adesso, passeggiava mano nella mano con sua nonna materna Ada, che, frettolosa e preoccupata, la portava in quello che sembrava un edificio grandissimo, forse una scuola, dai caratteri estremamente famigliari… sì, era il Liceo Artistico che adesso frequentava. Entrate, la nonna aveva chiesto subito alla bidella se poteva lasciare un suo disegno alla scuola, come era solita fare ogni anno, prima dell’inizio delle lezioni. La bidella l’aveva portata in una stanza che era sommersa di scatoloni, la stessa in cui Noemi curiosava ogni giorno prima di tornare a casa da scuola: “Prego, scegliete uno scatolone e lasciatevi il vostro disegno, quando avete finito chiudete la porta, grazie. Io vi aspetto all’uscita.” aveva detto la bidella che se ne era poi andata lasciandole sole. La nonna aveva scelto lo scatolone più usurato, impolverato e nascosto che ci fosse e aveva posato sul fondo il disegno, non prima però, di averlo mostrato a Noemi: era interamente bianco, con disegnata al centro una porta in legno, rappresentata in modo molto realistico, che subito aveva affascinato la piccola: “Vedi cara, questo disegno l’avevamo comprato io e tuo nonno durante la nostra luna di miele, da un uomo che sembrava volesse sbarazzarsene il prima possibile, come se fosse l’arma di un delitto. Noi però non ci badammo molto, alla fine era solo un disegno e così accettammo di acquistarlo; solo dopo del tempo, un po’ per caso, un po’ per il destino, capimmo il potere straordinario che possedeva: può esaudire ogni tuo desiderio, basta pensarci profondamente e toccare due volte di seguito la porta, che subito si avvera. Lì per lì lo considerammo come un dono immenso, poco dopo però orribili avvenimenti cominciarono ad accadere: pedinamenti, inseguimenti in auto, ricatti di persone che volevano averlo.  Decidemmo allora di non utilizzarlo più e di tenerlo nascosto. Quando tuo nonno è morto, però, avere quel peso sulle spalle ha cominciato a prosciugarmi, rovinandomi e stravolgendo completamente la mia persona, per questo io e tua madre parliamo poco e, se lo facciamo, è per litigare; lei mi odia e in un certo senso mi odio anche io, perché, per via di un disegno, ho rovinato la mia famiglia. Un disegno che sembra una cosa fantastica, vero? Prova a pensare se finisse nelle mani sbagliate però, che posto diventerebbe il mondo? Verrebbe usato per scopi umanitari? Io non penso proprio. Oggetti troppo preziosi portano sempre a dei problemi, ricordatelo. Quando sarà il momento, saprai cosa fare, lo sentirai, grazie al tuo istinto. Non dovrai mai farne parola con nessuno, inoltre, giunto il momento, dovrai distruggerlo. Adesso ascoltami bene: l’unica cosa che so è che la risposta è sempre nel disegno, basta saper fare la giusta domanda, ma quale sia dovrai scoprirlo tu. Ricordati però, che dovrà essere distrutto prima della mezzanotte del terzo giorno dal ritrovamento che farai, altrimenti sarà stato tutto inutile. Mi dispiace lasciarti in questa situazione, darti questo peso, ma sei l’unica che può farlo. Ti voglio un bene immenso nipotina mia.” aveva concluso la nonna con il viso rigato di lacrime calde e salate. “Non piangere nonna, anche io ti voglio bene. Ti aiuterò.” aveva risposto la voce infantile di Noemi.

Di soprassalto Noemi si svegliò, accorgendosi di aver bagnato le lenzuola di sudore e di lacrime. In preda ad uno stato d’ansia e confusione, l’unica cosa che le venne in mente di fare era la doccia. E così fece. L’acqua calda la tranquillizzò, rischiarandole le idee. Voleva chiedere informazioni alla madre riguardo alla nonna, ma sapeva che sarebbe stato completamente inutile, perché tutte le volte che ci provava sua madre sviava il discorso arrabbiata, quasi infastidita dalla domanda, così non le rimaneva altro che aspettare che finisse il weekend e alla prima occasione andare alla ricerca del disegno. Le ore passavano lente e l’attesa del lunedì si era fatta ingestibile, rendendo Noemi più nervosa del solito. Finalmente il lunedì arrivò e, quando il suono della campanella dell’ultima ora risuonò in tutto il liceo, Noemi si lanciò giù per la rampa di scale, andando dalla bidella per chiederle la chiave del ripostiglio in cui erano posti tutti i disegni, inventandosi la scusa che le serviva per un compito. Entrata nella stanza rimase immobile, pur conoscendo la posizione di quegli scatoloni a memoria non sapeva da dove cominciare e così ripensò alle parole della nonna: doveva solo lasciarsi trasportare dal suo istinto. Chiuse gli occhi e si concentrò: sentì che i suoi piedi cominciavano a muoversi autonomamente, così come le braccia e le mani, che improvvisamente si appoggiarono su uno scatolone: l’aveva trovato. Lo aprì, lo svuotò e, proprio come nel sogno, il disegno poggiava sul fondo. Lo tirò fuori e subito lo nascose fra gli altri disegni che teneva nella cartellina e con aria innocente riportò la chiave alla bidella; corse poi a casa. Era da tempo che non si sentiva così: felice, fiera di se stessa e orgogliosa. Aveva fatto la prima mossa, adesso non le restava che capire come distruggere quel disegno e avrebbe salvato il suo destino e quello di tutto il mondo.

L’acqua calda le riscaldava il corpo infreddolito e nella mente le parole della nonna si ripetevano e ripetevano a non finire, come un lunghissimo eco, ma non riusciva a trovare la soluzione e tutta la risolutezza che aveva avuto fino a un secondo prima iniziò a scivolare via, come l’acqua sulla sua pelle. Come se non bastasse la mattina seguente ci sarebbe stata la vendita dei disegni e il ricavato sarebbe andato in beneficenza, uno dei progetti più sensati che la sua scuola avesse mai attuato, pensò Noemi. La cosa peggiore però, era che adesso non sapeva se sarebbe riuscita a disegnare, a causa del compito assegnatole dalla nonna. All’improvviso un senso di rabbia verso quella situazione, la nonna e tutto ciò che li riguardava la avvolse, facendola scoppiare in un pianto isterico che, per fortuna, sua madre non sentì. Sconsolata, non fece nulla tutto il pomeriggio, crogiolandosi sul divano davanti ad un film ed una tazza di cioccolata calda, fino a quando non decise di uscire e di andare alla ricerca del soggetto del suo disegno. Camminò per un sacco di tempo, percorrendo strade che prima d’allora non aveva mai percorso, con in mano il cellulare per immortalare la prima cosa che l’avrebbe colpita, ma niente. Il mondo le sembrò talmente frivolo, una superficie immensa, ricoperta solo da cose superficiali, fino a quando non si ritrovò di fronte ad un semplice albero: era un ciliegio, il tronco, di un marrone intenso, a tratti lucido, da cui si diramavano i rami, ricoperti da centinaia di fiori, dalle sfumature bianche, rosa tenue, fino ad un rosa più acceso. Non era la prima volta che ne vedeva uno, eppure le sembrava di non averne mai visto uno tanto bello. Lo fotografò nei minimi dettagli: i petali, la corteccia, i rami, dal basso, persino dall’alto, salendo su un muretto rischiando quasi di cadere, ma non le importava, perché finalmente aveva trovato il soggetto perfetto per il suo disegno. Tornò a casa di corsa, appena in tempo per la cena, che si consumò fra una litigata e un’altra con la madre e la sorellina. Di nuovo nervosa, si chiuse in camera e cominciò a disegnare: prese i suoi acquerelli, ne aveva di mille colori, il telefono e cominciò a scorrere la galleria, analizzando tutte le foto che aveva scattato nel pomeriggio e così passò tutta la notte a disegnare, cancellare e colorare. La mattina seguente era distrutta, ma almeno il disegno era pronto e così poté portarlo a scuola e consegnarlo per la vendita. Dopo un’intera mattinata passata a tentare di tenere le palpebre sollevate, finalmente una buona notizia: il suo disegno era stato venduto al prezzo più alto e Noemi rimase estasiata da quella notizia, tanto da andare a festeggiare con i suoi compagni che, per la prima volta, non le sembrarono tanto noiosi. Stette via tutto il giorno, era da tanto che non si divertiva così, esattamente da quando la sua migliore amica Vanessa aveva dovuto cambiare città, ma adesso non ci pensava più, forse sarebbe riuscita ad avere finalmente delle nuove amiche. Tornò a casa felice e per la prima volta dopo tanto tempo raccontò a sua madre della giornata, dei suoi nuovi amici e riuscì a non litigare, né con lei, né con la sorellina, con cui si mise a guardare un cartone. Era ormai tardi quando mise a letto la piccola Chiara e si coricò anche lei nelle coperte, dove si abbandonò ad un sonno profondo e tranquillo. Il giorno dopo andò a scuola, si fermò a parlare con i ragazzi con cui aveva festeggiato il giorno prima, cominciò le lezioni, tranquilla e felice. Dopo pranzo decise di riposarsi un po’ e di nuovo, nella sua mente si proiettò il sogno della nonna. Si svegliò e si rese conto che il giorno della scadenza era proprio quel giorno, a mezzanotte, e lei non aveva ancora trovato la soluzione. Pensa, pensa, pensa, si ripeteva inutilmente. Dopo qualche minuto capì: non doveva pensare alla risposta, ma alla domanda. La nonna non aveva suggerito la cosa più ovvia: poteva chiedere aiuto al disegno stesso. Così lo prese, picchiò due volte sulla porta e a voce alta, un po’ imbarazzata, chiese: “Come faccio a distruggerti?” e subito sul disegno comparve una scritta: “Posso essere distrutto solo dove i desideri si avverano.” Qualche secondo dopo, la scritta scomparve e Noemi rimase solo più confusa. Decise di non starsene lì impalata, ma di andare a fare una passeggiata, per cercare di schiarirsi le idee e così si recò in centro. Era davanti alla fontana di Trevi, a guardare le persone che lanciavano le monetine per esprimere i loro desideri, quando, improvvisamente, tutto le sembrò chiaro. Corse fino a casa, prese il disegno e aspettò fino all’ora di cena, quando uscì, dicendo a sua madre che sarebbe stata con degli amici. Detestava mentirle, soprattutto ora che si stavano riavvicinando, ma doveva farlo, per la nonna e per tutti, così, pur essendo una cosa folle e l’unica che le fosse venuta in mente, gettò il disegno nell’acqua della fontana e pian piano i colori si dissolsero, la carta si ammorbidì, fino a diventare della semplice poltiglia. C’era riuscita, aveva superato la prova, ora poteva tornarsene a casa.

I mesi seguenti passarono velocemente, leggeri come una piuma: aveva degli amici, non litigava più tanto spesso con sua madre e sua sorella e suo padre era tornato a casa. Conobbe anche un ragazzo, Noa, con il quale legò moltissimo e con cui si fidanzò. La vita da adolescente adesso non le sembrava più tanto invivibile, ma solo un’altra sfida da superare.