riflessioni

C’era un sogno che era Roma

Testo di Fabio Baldelli, illustrazione di Andrea Ussi

“Il Gladiatore”, di Ridley Scott, 2000, vincitore di cinque premi Oscar e due Golden Globes, è un famoso film storico-drammatico che ho avuto la fortuna di vedere più volte, ma che mai ho apprezzato quanto adesso, avendolo rivisto proprio durante lo studio degli imperatori del II secolo, in particolare di Marco Aurelio (161-180 d.C.) e del figlio Commodo (180-192 d.C.), e che mi ha aiutato a comprendere il contesto storico e civile dell’Urbe in epoca imperiale. Una storia toccante per la commovente trama, ma anche eccitante per le emozionanti scene d’azione, accompagnate dalla fantastica colonna sonora di Hans Zimmer.

Massimo Decimo Meridio, proveniente dalle campagne dell’Ispania, è un rispettabile generale delle legioni romane, che durante il principato di Marco Aurelio ha portato grandi vittorie all’impero, soprattutto contro le popolazioni nordiche. Il film infatti si apre con una battaglia campale, mostrandoci la brutalità della guerra e il senso di sacrificio che i soldati nutrivano per l’impero e per il proprio generale. Dopo una serie di guerre e di vittorie sui nordici, Marco Aurelio, provato da un senso di rimorso per quegli anni di impero, è intento a nominare Massimo suo successore al posto del dispotico figlio, in modo che il generale possa instaurare un regime repubblicano. Commodo, assai irato per la decisione del padre, lo assassina in segreto e in seguito ordina alle guardie pretoriane di giustiziare Massimo e trucidare la sua famiglia. Il generale ispanico riesce a sfuggire grazie alla sua insigne abilità ai soldati del nuovo imperatore e tenta inutilmente di andare a salvare la moglie e il figlio che da anni non vedeva. Disperato per l’enorme perdita e rimasto ferito dallo scontro con i pretoriani, vaga sfinito, fino ad essere trovato da una carovana di schiavi che vengono condotti in Africa. Qui viene comprato da Proximo, ex gladiatore che ha ricevuto la libertà da Marco Aurelio in persona.
Quindi ora ci troviamo in una situazione dove, in breve tempo, un illustre generale è diventato uno schiavo costretto a lottare in un’arena, osservato da cittadini allietati da ferro e sangue.
Grazie alle sue doti militari, il “generale divenuto schiavo” si distingue nell’arena fino ad ottenere l’occasione di recarsi a Roma per combattere nel Colosseo.
A Roma Commodo è stato ufficialmente proclamato imperatore e comincia a manifestare arroganza nei confronti del Senato. Anche la sorella Lucilla, vecchia fiamma di Massimo, è assai preoccupata per l’immenso potere che il fratello ha nelle mani ed è sottomessa psicologicamente a lui.

In questo modo il film, nonostante alcuni errori storici, come l’assassinio di Marco Aurelio da parte del figlio, attraverso gli atteggiamenti sfrenati e crudeli di Commodo ci fa entrare nell’ottica di quanto un giovane sovrano potesse essere viziato, narcisista e autocratico. Una cosa che mi colpisce, oltre alle scelleratezze del giovane princeps, è la totale mancanza di empatia da parte della folla spettatrice: una caratteristica agghiacciante, che per quanto più moderata si è mantenuta nell’uomo fino alla storia contemporanea; da eventi terribili come l’olocausto al riprendere con il cellulare una rissa tra adolescenti. In fondo non ci siamo allontanati da quella che era la civiltà romana, o meglio l’inciviltà. Per certi aspetti io ritengo che i Romani non siano così diversi dai “barbari” che tanto hanno combattuto.

Ma torniamo alla nostra storia. Massimo si distingue per la sua esimia forza anche all’interno del Colosseo, attirando l’attenzione dello stesso Commodo, il quale scoprendolo vivo rimane atterrito e ha subito intenzione di servirsi del pollice verso; il Gladiatore in un emozionante discorso giura vendetta al princeps per la perdita della propria famiglia e tuttavia, poiché il più grande desiderio del giovane imperatore è quello di essere amato, soprattutto dal popolo, che amava Massimo, decide di risparmiarlo.
Lucilla, di nascosto durante la notte si reca da Massimo e gli confessa la ripugnanza e la paura che prova verso il fratello e le sue crudeltà, compresa la crocifissione della famiglia di Massimo, mostrando dunque di essere sempre rimasta fedele al generale ispanico.
Massimo giorno dopo giorno diventa il gladiatore più insigne di tutta Roma e il popolo lo acclama molto più di quanto acclami Commodo, il quale a tutti costi desidera l’amore e l’approvazione del popolo, della povera sorella e del Senato.
Il Gladiatore tra la folla scopre il suo vecchio e fedele scudiero Cicero e lo incarica di mettere l’esercito al corrente che il suo generale è ancora in vita. Di notte Lucilla e il senatore Gracco si incontrano con Massimo per progettare una fuga notturna.
Commodo nutre seri sospetti circa gli atteggiamenti della sorella e capisce che lei è dalla parte Massimo; così con estrema crudeltà minaccia indirettamente Lucilla di fare del male al piccolo Lucio Vero, figlio di lei, in modo che ella gli riveli ogni cosa. Così Massimo fallisce miseramente la sua fuga e tutti i suoi amici e alleati, Cicero, Proximo, Gracco e i gladiatori, vengono uccisi dalle guardie pretoriane.
L’ostinato princeps vuole mettere la parola fine a questa storia una volta per tutte e decide di affrontare Massimo nel Colosseo di fronte alla folla. Il Gladiatore in catene viene pugnalato dallo stesso Commodo prima del duello, così da poter essere battuto. Nonostante la ferita mortale al torace, verso la fine di questo emozionante duello finale tra schiavo e imperatore, Massimo riesce a disarmare Commodo e la guardia pretoriana si rifiuta di assistere nuovamente la crudeltà e la scelleratezza di “colui che si credeva Ercole”. Così Commodo viene sgozzato dalla vendicativa mano del misero padre e marito ispanico. Il protagonista in punto di morte cade a terra, lasciando spazio secondo me ad una scena emozionante e commovente, dove Massimo, è pronto a incontrare sua moglie e suo figlio nei Campi Elisi e rivolge a Lucilla le sue ultime parole:<<C’era un sogno che era Roma>>; frase che ricorre spesso nel corso del film e che invoca la fine del principato e il ritorno alla Repubblica.
Commodo muore disprezzato, il Gladiatore muore amato e verrà ricordato da tutti.

Nella storia reale non poteva essere che una congiura a togliere la vita all’imperatore che aveva instaurato un regime autocratico guadagnandosi l’odio del Senato, che gli riservò la damnatio memoriae. Lo stesso imperatore che riaprì i suoi amati giochi gladiatori in onore del padre defunto, dopoché lo stesso Marco Aurelio li aveva chiusi. Come ben sappiamo inoltre il sogno dell’imperatore filosofo di far tornare Roma ad essere una Repubblica nella storia non si è mai avverato, ma comunque il messaggio trasmesso alla fine del film è un messaggio di speranza e anche di resistenza contro i tanti “Commodo” che abitano il mondo.

Illustrazione di Andrea Ussi




racconti brevi

Memorie dalle guerre sannitiche

Testo di Fabio Baldelli, illustrazione di Andrea Ussi

Il mio nome è Adimeto e, con le poche forze che la vecchiaia ancora mi concede, ci terrei molto a narrarvi una storia. Mi sembra giusto partire dal principio.

Erano trascorsi 432 anni dalla fondazione di Roma e da tempo ormai persisteva la minaccia sannitica. La battaglia si spostò a Caudio, dove Gaio Ponzio avrebbe provocato ai Romani una delle più grandi cicatrici nella storia dell’Urbe. Quando baciai sulla fronte il mio piccolo Acaio ebbi paura di non rivederlo e quando guardai mia moglie negli occhi non le diedi neanche qualche briciola di speranza. Fu così che marciai verso quella guerra nefasta; fu una lunga e faticosa marcia ma tale fatica fu alleggerita dalla presenza del mio fedele amico Paconio. Egli aveva un carattere molto diverso dal mio: riusciva a sorridere anche nei momenti più bui e allo stesso tempo era dotato di una grande audacia. L’ho sempre stimato tantissimo.

Giungemmo a Caudio. Non fu una battaglia gloriosa; l’esimio vigore dei consoli Spurio Postumio e Tiberio Veturio Calvino non fu sufficiente a contrastare la forza del nemico. Date le circostanze disastrose si giunse alla resa. Due legioni di soldati rimasero intrappolate e tra questi vi eravamo sia Paconio che io. I nemici con le loro aste crearono un giogo, sotto il quale tutti noi passammo in segno di umiliazione. Uno dopo l’altro ci piegammo e camminammo sconfitti e umiliati sotto quelle forche funeste. Ricordo ancora, quando fu il mio turno, la turpe espressione di un sannita che mi sputava addosso. Invece il mio fedele amico Paconio non venne sottoposto a tale umiliazione. Il suo destino fu differente: nel pieno della battaglia un avversario lo trafisse con il giavellotto davanti ai miei occhi. Non dimenticherò mai il suo volto spento dalla paura e i suoi occhi spalancati. Per anni mi sono chiesto perché lui e non me, per anni mi sono chiesto perché morire in una guerra così inutile. Ancora non sapevo che 17 anni dopo avrei vendicato la sua morte.

Erano trascorsi 499 anni dalla fondazione e i manipoli, guidati dai consoli Marco Fulvio Petino e Lucio Postumio, guidarono Roma contro la città di Boviano, generando la scintilla che in futuro avrebbe bruciato la minaccia sannitica. Rammenterò per sempre quella gloriosa battaglia, alla quale presi parte assieme a mio figlio. Da quel giorno imparai una lezione importante: imparai ad avere speranza, e da quel momento guardai mia moglie con occhi diversi.

Conservo ancora la mia armatura, il mio scudo e la mia spada, che fino al mio ultimo respiro non smetteranno mai di farmi ricordare il mio ruolo da soldato romano e il sorriso del mio fedele amico Paconio.

Soldato romano – Illustrazione di Andrea Ussi
racconti brevi

Memorie dalla spedizione di Alessandro Magno

Testo di Fabio Baldelli, illustrazione di Andrea Ussi

Unire i Greci, liberare le poleis greche d’Asia, diffondere i costumi greci nel medio-oriente, annientare il nemico persiano. Pura utopia. Tuttavia bastarono un padre e un figlio per portare a compimento tutto questo: gli illustri re di Macedonia Filippo II e Alessandro III, discendenti di Eracle.

Le poleis greche erano così occupate a rivaleggiare continuamente tra loro, da non capire quale fosse il loro obiettivo comune, ma nella gloriosa battaglia di Cheronea furono sbaragliate dalle falangi macedoni, guidate da Filippo nel terzo anno della 110° Olimpiade. Fu così che quest’ultimo ottenne il comando della Lega di Corinto. Il suo progetto tuttavia rischiò di andare in fumo a causa ella sua prematura morte. Poiché la mela non cade mai lontana dall’albero, il figlio Alessandro III di Macedonia stabilizzò la situazione radendo al suolo la ribelle polis di Tebe e prendendo il comando della Lega di Corinto. Il giovane, divenuto re, marciò in Asia per completare il disegno del padre a capo di un vasto esercito. È proprio di questo esercito che ho fatto parte. È proprio in questa spedizione che ho avuto l’onore di combattere in prima fila a fianco del più grande eroe, condottiero, re, che il mondo greco abbia mai conosciuto. Abbiamo respinto l’esercito persiano presso il fiume Granico, ma Alessandro il Grande ha ottenuto la vera gloria quando ha sconfitto i Persiani, guidati da Dario III, a Isso nel quarto anno della 111° Olimpiade. È in questo luogo che il nemico comune dei Greci è stato ferito, per perire infine a Gaugamela due anni dopo.    

Soldato macedone – Illustrazione di Andrea Ussi