questione di prospettiva

Adolescenti VS adulti: lo smartphone

di Lisa Pelagatti

Ragazzo. Dopo tre ore di studio me la merito una bella pausa, prendo il telefono e inizio a controllare i messaggi. Due dal gruppo della classe, che salto a pie’ pari, dieci dalla mia amica Noemi e tre da Matteo. I loro li leggo. E rido anche. Poi apro Instagram e inizio a vedere un po’ di video sulla home. Sto per prendere le cuffiette per ascoltare la musica: mia madre è appena entrata di sfondamento in camera mia e so che sta per farmi la solita ramanzina, senza nemmeno ascoltare quello che ho da dire.

Adulto. Ogni volta che entro in camera sua è al telefono e ha sempre le cuffiette, così quando la chiamo non mi sente mai. Che poi tiene sempre i libri sulla scrivania, ma ogni volta la vedo col telefono in mano. Non riesco a non arrabbiarmi. Non che io sia contenta di prendermela con mia figlia, ma non posso nemmeno lasciare che non studi. Ogni volta sembra che nemmeno mi stia ascoltando, forse sto diventando ripetitiva…

classici e moderni dall'infanzia all'adolescenza, recensioni

“Io non ho paura”, recensione

di Lisa Pelagatti

Il libro che maggiormente mi ha colpito è quello di Nicolò Ammaniti “Io non ho paura”. Il libro tratta di temi importanti come la malavita e il rapimento. Il protagonista del libro è un ragazzino che vive in un paesino di invenzione dell’autore; un giorno, mentre gioca con gli amici, scopre una buca nel terreno al cui interno –  poi si scoprirà –  è prigioniero un bambino. Il libro si sviluppa attorno all’amicizia che si crea tra il protagonista Michele e il bambino che alla fine, proprio grazie al nuovo amico, riesce anche a scappare. Il libro spiega anche come la mafia possa influire in modo non indifferente sulla quotidianità di una normale famiglia. Molto significative sono, secondo me, le reazioni della madre del protagonista la quale cerca di proteggere il figlio dalla situazione che si è creata nella sua casa. Lo consiglio molto per le descrizioni ed ho trovato molto interessante anche la parte in cui l’autore descrive nel dettaglio tutte le fantasie che Michele fa per dare una spiegazione alla presenza del bambino.

L'angolo del dibattito, riflessioni

Ti racconto di quando sono stata felice

di Lisa Pelagatti

Ero felice quando da piccola guardavo Cars con mio fratello, stesi sul pavimento del salotto con una miriade di cuscini e coperte; ero felice quando pranzavo da mia nonna la domenica e lei faceva da mangiare per tutto il vicinato anche se in realtà poi eravamo in quattro seduti alla sua tavola. Sono stata felice quando mi hanno dato la mia prima macchina fotografica, sono andata avanti per una settimana a fotografare tutto ciò che avevo davanti, esaurendo presto gli scatti disponibili. Ero felice quando mia mamma prima di andare a dormire mi leggeva una fiaba, e se era corta poi me ne leggeva anche un’altra. Mi sono sentita felice quando in prima elementare feci la mia prima recita di teatro, le luci, i costumi, le battute da imparare e la mia prima vera responsabilità. Mi sono sentita felice quando a dodici anni presi il mio primo aereo direzione Londra, città che non dimenticherò mai. Sono felice anche ora, quando torno a casa dopo cinque ore di scuola e mia mamma mi chiede: ”Com’è andata oggi?” anche se molte volte non ho voglia di risponderle. Mi sento felice quando metto le cuffiette e faccio partire la playlist, non sento più niente se non la musica che scorre nelle mie orecchie, se non le parole delle mie canzoni preferite, non penso più a nulla, tutto scompare.
Forse però non sono felice, sono solo abbastanza contenta da pensare che no, più di così non posso fare, questo è il massimo grado di felicità che potrò mai raggiungere. Mi accontento di un momento che dura tre o sei minuti, il tempo di una canzone. Mi accontento di una serata, quando mi lacrimano gli occhi per le troppe risate. Mi accontento di una foto per catturare proprio quello che mi sembra essere un momento di felicità.
Forse la vera felicità non sta nell’avvenimento ma nell’attesa. Quando per dieci mesi di scuola non pensi ad altro se non alle vacanze più vicine e ti crei tutti i tuoi piani, le tue aspettative. Quando fai il conto alla rovescia a Capodanno e aspetti i fuochi d’artificio, in quei dieci secondi sei felice, pensi che forse stavolta, per quest’anno, riuscirai a mantenere i tuoi propositi. Quando ad un concerto aspetti fin dal primo secondo la tua canzone preferita per cantarla a squarciagola. E così aspettiamo, per un minuto, per un’ora, per una vita. Aspettiamo, e questa attesa in qualche modo ci piace, è snervante e appagante allo stesso tempo. Erigiamo nella nostra mente questa casa di carta in cui abita la felicità e poi la chiudiamo a chiave, pronti ad aprirla in ”quel” momento.
La nostra felicità aspetta e mentre col tempo si consuma sempre di più, le nostre aspettative diventano sempre più grandi. Ogni volta che si presenta un’occasione per aprire la porta di casa abbiamo troppa paura di sbagliare, di consumare troppa felicità in una sola volta; e alla fine non la apriamo. La casa rimane chiusa. E quindi che fare per avere l’impressione di essere felici? Usiamo tutte le emozioni a nostra disposizione, frughiamo nei cassetti, rispolveriamo gli angoli più cupi e lontani pur di trovare qualcosa che le somiglia almeno vagamente. Pur di non rovinarla, di non correre il rischio di distruggerla non ci curiamo più della nostra piccola casa di carta. E proprio lei, il nostro piccolo tesoro, quello che non avevamo voluto rovinare per nulla al mondo inizia a disfarsi, a bruciare, in quel momento è troppo tardi per essere felici. Quando poi arriva ”quel” momento le nostre aspettative si sono fatte troppo grandi, così grandi che, alla fine, la felicità che avevamo conservato con tanto amore ci delude o non è abbastanza. Allora ricominciamo, ci costruiamo altre aspettative, altre infinite case di carta.