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La Notte Nazionale del Liceo Classico

Le voci di chi ha partecipato

Le voci positive

L’11 gennaio 2019 si è svolta la Notte Bianca del liceo classico “E. Repetti” di Carrara. Si tratta di una manifestazione che ormai da cinque anni si svolge in molti licei classici del territorio nazionale. L’evento, finalizzato alla pubblicizzazione del modello di studio adottato da questo particolare tipo di Liceo, ha avuto luogo attraverso la presentazione, a tutti gli ospiti, di attività laboratoriali, mostre, conferenze e spettacoli messi in opera da docenti e studenti. Il tema della serata era “La bellezza salverà il mondo”…(Aurora C.)

…La cosa che ho apprezzato di più sono stati gli alunni che hanno svolto la sorveglianza, perché hanno assicurato che non ci fossero situazioni spiacevoli e ospiti non invitati!!! Un’altra attività che ho apprezzato particolarmente è stato il banchetto di beneficenza, perché coloro che erano a fare il turno erano davvero tutti molto gentili e molto cordiali. Un’ultima idea che, secondo me, è risultata molto affascinante è stata la mostra di giornali che risalivano all’epoca fascista, perché erano veramente molto interessanti… (Giulia B.)

…Gli ospiti sono stati intrattenuti anche dal gruppo musicale composto da alcuni ex-studenti che hanno suonato e cantato diverse canzoni di musica leggera, nonché dal coro della scuola, composto da studenti di ogni classe le cui voci hanno affascinato il pubblico intonando diverse melodie.
La quinta edizione della Notte Nazionale del Liceo Classico ha goduto di grande partecipazione, grazie sia al grande impegno e alla grande passione che ogni studente mette in quello che fa sia al particolare interesse dei professori, i quali si sono adoperati per la migliore realizzazione della serata… (Aurora C.)

…Gli alunni delle IV gymnasium, o “i quartini”, come ci chiamano quelli più grandi, non hanno svolto attività come i laboratori di scienze o inglese, ma si sono occupati delle attività parallele e comunque importanti come cucinare i biscotti o creare gli oggetti per la beneficenza, gestire il guardaroba, oppure, come è capitato a me, occuparsi del buffet. Un’esperienza divertente, devo dire, peccato però che non si poteva mangiare tutto quel ben di Dio che c’era sul tavolo fino a quando non fossero arrivati gli ospiti. Un consiglio? Se in futuro vorrete partecipare aiutando con il buffet, ricordatevi di fare MERENDA! Dico, per esperienza personale, che è dura rimanere senza nulla nello stomaco dalle 17:00 fino alle 20:00 mentre quel buon cibo ti passa davanti… (Rebecca G.)

… Una volta dentro si veniva travolti da un’ondata di calore e si poteva vedere una miriade di ragazzi, tutti con maglia nera e sigla del classico in un verde discutibile che sfrecciavano su e giù per le rampe di scale… (Serena M.)

…In particolare, nel piano inferiore, si trovava il laboratorio di scienze, molto ben organizzato ed elaborato… Nel piano superiore, invece, c’erano il laboratorio di inglese, particolarmente bello e coinvolgente grazie alla bravura degli studenti e dei professori, e il laboratorio di letture teatrali, in cui i ragazzi interpretavano e leggevano alcuni passi dei poemi omerici e di altre opere classiche. L’unica nota negativa dei laboratori, in particolare gli ultimi due che ho elencato, è che non davano la possibilità di essere visti da tutte le persone che avrebbero voluto essere presenti, sia per la poca disponibilità di spazio, sia per il numero limitato di ripetizione degli spettacoli… (Serena M.)

Sono Fabio e frequento la quarta ginnasio. Quest’anno ho partecipato per la prima volta alla Notte Nazionale del Liceo Classico nella mia scuola, il Liceo Classico “Emanuele Repetti”. Devo dire che, se dovessi dare un voto da 1 a 10 alla serata, darei un bel 9! Ho partecipato alla conferenza nell’Aula Magna e l’ho trovata molto interessante. Una conferenza basata sul tema della serata, “Il Bello”. Parlava non solo della bellezza del liceo classico, ma anche di quanto questa scuola sia importante per la vita in qualsiasi ambito; infatti alla conferenza hanno parlato ex alunni che, dopo il Liceo, hanno raggiunto ottimi livelli, anche nell’ambito scientifico… (Fabio B.)

…Erano le otto di sera e la folla poco ordinata stava spingendo con molta forza, quando le porte di accesso al buffet sono state aperte e tutti sono “saltati” sui tavoli come animali feroci… Passavo da un’aula all’altra e, come su un set, la scenografia cambiava di volta in volta. Ho visitato il laboratorio d’ inglese e il laboratorio di scienze, fantastici entrambi. La scuola era allegra, piena di cose curiose da scoprire… È stata una splendida serata nella quale ho avuto l’opportunità di conoscere tante persone, anche nella classe a fianco alla mia, e non vedo l’ora che questa esperienza si possa ripetere. (Benedetta P.)

Le voci contrarie di esterni

…Secondo me la festa non era organizzata in malo modo, ma ci sono state due cose che non mi sono andate a genio. La prima è che quando sono arrivato non avevo compreso subito se mi trovassi nel posto giusto, perché la scuola, dalla strada, non si vede. Quando poi sono entrato nel vialetto d’ingresso, devo dire che non era molto messo bene e soprattutto sembrava che fosse infinito. E dentro? La struttura del labirinto. La seconda è che, siccome la struttura non è molto grande e c’era un ammasso di gente, se si voleva andare ad un laboratorio (come ad esempio quello di inglese, scienze e letture teatrali) si doveva correre per trovare un posto e riuscirne a vedere almeno uno… (Giulia B.)

…Il liceo classico, la scuola più difficile e più noiosa che possa esistere. Pensate che quei secchioni del classico riescono addirittura a festeggiarla. Tranquilli, non è una vera festa come quelle che organizziamo noi “scienziati”: tra laboratori teatrali, mostre su vecchi libri e conferenze la noia è assicurata. Pensate che gli studenti sono anche “obbligati” a fare attività come garantire la sicurezza dei corridoi, stare al banco della beneficenza o al guardaroba. Quegli sf…ortunati hanno addirittura formato una band per suonare. L’unica cosa bella di tutta la serata è stato il buffet. Insomma questa festa, anche se chiamarla così è un affronto al nome festa, è la manifestazione più noiosa a cui abbia mai assistito. La cosa che mi infastidisce di più è il fatto che loro si reputano migliori di noi solo perché parlano due lingue morte, ma non capiscono che il futuro è la matematica. (Mattia C.)

…Era un bel venerdì sera e io me ne sarei volentieri andato in qualche locale a divertirmi, ma non potevo deludere il mio amico Marco che mi aveva chiesto di andare alla “festa” della sua scuola, il liceo classico. Per le otto mi sono alzato dal divano e ho iniziato a preparami svogliatamente, ho messo un paio di jeans comodi, una maglietta e il mio solito giubbotto di pelle. Sono uscito in motorino e, dopo aver patito molto freddo sul viale XX Settembre, ho impiegato almeno 10 minuti a cercare quella maledetta scuola che sembrava essere stata inghiottita da un buco nero; il localizzatore diceva che ero arrivato, ma davanti a me c’era il vuoto! Ho telefonato a Marco che mi ha risposto solo dopo tre chiamate perse e mi ha detto di girarmi verso sinistra; solo allora ho individuato un lungo e stretto vialetto e finalmente sono arrivato all’entrata. Una volta dentro mi sono sentito in imbarazzo, perché molte persone erano vestite come se fossero appena uscite da uno spettacolo di teatro ma, per fortuna, è arrivato Marco che come me aveva un abbigliamento sportivo.
La scuola era un po’ come me l’aspettavo: molto spaziosa, luminosa, calda e tenuta molto bene. Devo dire che sono rimasto impressionato, mi aspettavo che in un liceo classico tutto sarebbe stato ben organizzato, ma non che ci fosse così tanta gente e tantomeno che gli alunni di quella scuola, che in molti descrivono come antipatici, capaci solo di studiare e vanitosi, fossero così ospitali e simpatici. Durante la serata Marco mi ha presentato un sacco di suoi amici e amiche e devo dire che mi sono trovato benissimo con tutti.
C’erano musica, laboratori, mostre… ma quasi tutte le aule erano piene di persone così io, Marco e altri suoi amici abbiamo passato la serata a girovagare tra un piano e altro e ogni tanto facevamo anche un passo fuori. Devo dire che mi ero creato delle false aspettative, pensavo che sarei finito dentro un noiosissimo congresso di adulti e invece c’erano moltissimi ragazzi della mia età e alla fine la serata è passata in fretta. (Sofia A.)

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Una parola di troppo

di Alice Paglini

Mi ritrovo di nuovo davanti ad un esempio plateale della spietata crudeltà umana, ma ogni volta è come se fosse la prima, perché non ti abitui mai a scenari del genere, o almeno cerchi di non farlo; abituarsi sarebbe un po’ come arrendersi di fronte al crimine e permettere a questo di proseguire senza ostacoli. Ah, quasi dimenticavo, io sono il detective Spencer Morgan, appartenente alla task force di New York; mentre mi trovavo a South Beach, in Florida, per trascorrere le mie vacanze in compagnia di qualche amico, sono stato brutalmente riportato alla realtà dagli squilli del mio cellulare e costretto a lasciare in anticipo quel meraviglioso paradiso terrestre per recarmi a lavoro. Ma ora, tornando a noi, mi trovo in un appartamento di Brooklyn e un uomo giace, senza vita, ai miei piedi: a occhio potrei dire che è stato ucciso da un colpo di pistola alla testa, ma è ancora troppo presto per fare supposizioni, il cadavere va portato da Margareth, mia coroner di fiducia. Mentre i colleghi fotografano il cadavere e lo trasportano in laboratorio, inizio a girare per la stanza, guardandomi intorno e pensando: non poteva essere stato un suicidio, anche se molto probabilmente l’intento dell’assassino era proprio far apparire quello, quasi un peccato che non ci sia riuscito, vero? Mentre volo con la mente sulle possibili ipotesi sulla morte dell’uomo, ecco che arriva il mio assistente Simon Fitz, ancora prima di voltarmi so già che è lui: perché lo so? Semplice, ho sentito il rumore assordante di un tizio che cadeva sul pavimento liscio, chi poteva mai essere se non quell’incompetente di Fitz? “Fitz, ma cosa cavolo fai?! Rialzati subito! Stai contaminando la scena del delitto, idiota!” stava urlando Steven, l’ematologo forense che da anni lavora con noi. Fitz si è scusato e si è avvicinato a me: “Trovato niente, capo?”. Io bellamente, l’ho ignorato, come sempre. Sono tornato a guardarmi intorno e a osservare il sangue per terra, com’era possibile? Dalle tracce sembrava che il corpo fosse stato continuamente spostato da una parte all’altra, ma perché? L’unico modo per scoprirlo era recarmi nel laboratorio di Margareth, per saperne di più. Una volta sul posto, sono venuto a sapere fatti agghiaccianti: Josh Gordon, uomo di quarantadue anni, sposato e padre di due figli, era stato ucciso in una maniera brutale: la sua gola era completamente bruciata, insieme agli organi interni, l’assassino gli aveva fatto ingerire della candeggina e poi, solo dopo aver aspettato che questa gli distruggesse lo stomaco, gli aveva sparato un colpo di pistola alla testa. L’assassino doveva aver avuto un movente ben chiaro per uccidere un uomo così violentemente, non c’erano dubbi, lo conosceva.
“Andiamo” ho detto a Fitz, passandogli le chiavi della macchina. “Dove, capo?”
“A casa della vittima, dobbiamo interrogare la moglie.”
Una volta davanti a casa Gordon, ho intimato al mio assistente di tacere e di scrivere tutto ciò che la signora Gordon avrebbe raccontato. Ho suonato il campanello e quando la donna ha aperto la porta non ha nemmeno chiesto chi fossimo, era certa che qualcuno sarebbe arrivato per farle delle domande, così ci ha fatto accomodare. “Che lei sappia, suo marito aveva dei nemici? Chi erano le persone che frequentava solitamente? Aveva dei problemi a lavoro? Con colleghi o magari con lo stesso capo? Aveva mai ricevuto delle minacce?” Ho continuato con domande del genere, quelle di routine, ancora per una mezz’ora e quando ho capito di non avere prove concrete, ho salutato la donna.
Una volta a casa ho continuato a pensare all’omicidio, non riuscivo a togliermelo dalla testa, il problema mi attanagliava, ma non sapevo dargli una soluzione. Il signor Gordon era un uomo perbene, uno di quelli sempre tranquilli e sereni, ma doveva avere il suo lato oscuro, insomma, nessuno è perfetto. La moglie, una donna rispettabile, tutta d’un pezzo, aveva cercato in ogni modo di sviare il discorso sul passato del marito: il signor Gordon era stato in gioventù un ragazzo scapestrato, che abitava in uno dei quartieri più poveri e disagiati di New York, ma che, all’età di venticinque anni, aveva ereditato l’azienda del nonno deceduto.
Non è che forse il signor Gordon aveva un conto in sospeso con qualcuno dei suoi compagni di gioventù? Un risentimento portato avanti per la bellezza di diciassette anni? Sono andato a letto, ma non ho chiuso occhio, troppo agitato dal fatto che il giorno dopo mi sarei dovuto dirigere nel distretto natale di Josh Gordon, un luogo molto restio agli agenti di polizia: il Bronx.
Strade vuote, edifici distrutti e brutte facce, ecco cosa vedevo dal finestrino della mia auto mentre procedevo sulla strada principale di quel quartiere; man mano qualche delinquente lanciava dei sassi contro l’auto, invano, visto che i vetri erano antiproiettile e poi se avessero recato dei danni, non me ne importava molto, la macchina era della task force, mica mia “E vorrei anche vedere! Già mi mandano ad ammazzarmi e che dovrei fare? Andarci con la mia auto?” ho pensato. “Capo, sa dove andare, vero?” Oddio mi ero quasi dimenticato di lui, ma perché a me tutte queste scocciature? “Taci, Fitz, siamo arrivati” Sono sceso dall’auto e ho bussato alla porta dell’amico di infanzia del signor Gordon; come avevo fatto a trovarlo?
Semplice, mi era bastato dare un’occhiata alla fedina penale di Gordon e da lì sono riuscito ad arrivare al suo compagno di bravate, un certo Derek Blake, ex galeotto accusato di detenzione e spaccio di droga nel 2009. Mi sono fatto coraggio e ho bussato alla porta, appena l’uomo ha capito che eravamo due agenti, ha iniziato a correre, brutto segno. Pistola in pugno l’ho inseguito, non avevo più l’età per certe cose, ma ho continuato lo stesso a correre. Ad un tratto la fuga del sospettato è stata bloccata da un’auto che si è messa di traverso sulla strada: con mia grande sorpresa, l’uomo alla guida era Fitz, incredibile, per la prima volta in vita sua era stato utile a qualcosa! Mi sono avvicinato all’uomo e bruscamente gli ho messo le manette per portarlo in caserma, dove l’avrei interrogato considerandolo il sospettato numero uno. “Hai visto, capo?” ha commentato orgoglioso Fitz. Mi sono voltato verso di lui incenerendolo con lo sguardo, ah! se gli sguardi potessero uccidere! “Hai fatto solo il tuo lavoro, Fitz, lo so che per te è una cosa eccezionale, ma stai calmo” Il ragazzo ha alzato gli occhi al cielo e sbuffato, ma non mi importa, deve imparare che nessuno ti gratifica se fai semplicemente ciò che è scontato e giusto fare.
Una volta in caserma ho tartassato Blake di domande, l’ho messo con le spalle al muro, ma nulla, non ha confessato di aver ucciso Gordon, per il semplice fatto che non è stato lui a farlo, era colpevole di decine e decine di crimini ma non di aver ucciso l’ex amico.
Non ci potevo credere, era l’uomo sbagliato, non era lui l’assassino; ma poi, quando tutto sembrava ormai perduto Blake ha parlato: “Lo sa perché io e Gordon abbiamo litigato? Non so se le può servire, ma anni fa lui ereditò un’azienda da suo nonno, un’azienda di successo, che possedeva numerosi clienti, un bell’affare, insomma, peccato che appena Gordon si rese conto della ricchezza che aveva tra le mani, se ne andò, si trasferì in un attico a Brooklyn; lo incontrai per caso, qualche giorno dopo, non mi rivolgeva nemmeno la parola, aveva avuto fortuna e i soldi gli avevano dato alla testa, in confronto io ero solo un poveraccio e lui un ricco signore, ma sa che c’è? Il passato non lo puoi cancellare, perché nel bene o nel male, ti rende ciò che sei nel presente. Nonostante il mio disprezzo nei suoi confronti non l’avrei mai ucciso, anzi io l’avvertii, lo misi in guardia dalla sua famiglia e da sua moglie, erano persone talmente avide che avrebbero fatto di tutto per i soldi. Quindi chieda a loro, chieda al fratello di Josh, Peter, e vedrà che risolverà il caso.”
Ho ringraziato l’uomo e gli ho detto che poteva tornare a casa, era stato di molto aiuto, chissà come mai la moglie di Gordon non mi aveva detto che il marito aveva un fratello. Sono tornato a bussare alla porta della donna e mi sono stupito di trovarla in compagnia di un uomo, soprattutto quando sono venuto a sapere che l’uomo portava il nome di Peter, ma non Gordon, bensì Hopkins: o aveva cambiato cognome o non era il Peter che cercavo io, ma non mi importava al momento, io volevo sapere. Ho interrogato e poi arrestato l’uomo per omicidio. Se c’era una cosa che avevo capito in tutta quella storia era che Peter era un uomo facilmente arrendevole. In meno di ora confessò tutto: quando suo nonno morì, gli lasciò solo trenta mila dollari, mentre al fratello un’azienda intera; questa situazione lo portò a litigare col fratello che, durante la lite, confessò che il nonno gli aveva lasciato l’azienda perché era il vero nipote, mentre Peter solo un “bastardo”, nato da una storia fuori dal matrimonio. Così Peter aveva deciso di fargliela pagare, rubandogli la moglie, con la quale aveva una relazione, ma alla fine non gli era bastato e aveva deciso di togliergli per sempre la possibilità di ferirlo con parole taglienti. Per questo aveva usato la candeggina, voleva zittirlo, ma quando si era reso conto che il fratello stava soffrendo terribilmente per via degli organi che bruciavano, aveva preso la pistola e gli aveva sparato alla testa, per evitargli ulteriori sofferenze. Dal canto mio, sono rimasto molto turbato dalla risoluzione del caso, come può un fratello uccidere il suo stesso sangue?
Come può il denaro rendere le persone così abominevoli? Non ho voluto passare altro tempo a pensare, così sono tornato a casa e mi sono seduto sul divano, nella speranza che quel maledetto telefono non suoni mai più.

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V Notte Nazionale del Liceo Classico

L’esperienza di Lorenzo Beccaria

Lo scorso 11 gennaio, dalle 18 fino alla mezzanotte, 443 licei Classici hanno festeggiato, tutta la notte, con diversi laboratori d’arte, letteratura e teatro.

La mia scuola lasciava invitare chi volevi: infatti ho invitato un mio amico proveniente dal liceo scientifico. All’inizio sembrava riluttante a venire, per tutte le idee (false) che gli avevano infilato in testa riguardo al classico, poi, una volta immerso nel clima della serata, mi è sembrato molto più contento e voglioso di esplorare con me l’edificio in cui ha sede il “Repetti”.

Personalmente il laboratorio che mi è piaciuto di più è stato quello d’arte, collocato al piano superiore; purtroppo mi è sembrato che a molti dei miei compagni non interessasse…

Il laboratorio d’arte, realizzato da una studentessa di III A, Emma Brambilla, era molto semplice: sulle pareti venivano esposti dei disegni realizzati da Emma digitalmente, i quali a mano a mano che si andava avanti ad osservarli diventavano più intensi; i quadri erano appesi uno dopo l’altro a formare come una catena e alla fine di questo percorso il visitatore trovava un tavolo con un quaderno in cui apporre la propria firma e lasciare le proprie impressioni; l’atmosfera era resa piacevole da una base musicale: il suono di un pianoforte.

Al piano inferiore invece, seguendo il corridoio in cui si trovano i laboratori di informatica e di lingua inglese, potevi trovare un posto magico nascosto dietro ad una comune porta di metallo: il laboratorio di scienze, meravigliosamente allestito per l’occasione. Tutto l’ambiente era illuminato dalla luce di tantissimi led ed erano illuminate le diverse teche di vetro che contengono preziosi oggetti di varia tipologia. La stanza, rettangolare, ha alle pareti anche alcune teche contenenti animali, mentre al centro si trova un grande tavolo su cui sono esposti diversi macchinari. Su tutto il pavimento del laboratorio era steso un tappeto rosso il quale rendeva tutto ancora più magico. Se si seguiva il tappeto rosso, esso ti portava ad una seconda stanza, accanto a quella principale. Questa era la stanza che noi studenti fino a pochi giorni fa usavamo per fare ginnastica, prima che ci fosse restituita la palestra. Per la sera dell’evento questa stanza è diventata una specie di laboratorio alchemico dove i ragazzi del liceo, sotto la guida del prof. Bruno, hanno esposto diverse “pozioni” e hanno fatto osservare agli ospiti, da vicino, i tessuti con i microscopi elettrici.

Uscito dal laboratorio di scienze, era ormai ora del buffet, che era servito al piano intermedio nell’ampio atrio dove si trovano le classi del ginnasio, tra le quali anche la mia.

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Una “s” ignota

di Benedetta Parodi

Un grido… una porta sbattere… un colpo di pistola, boom!!!… Un forte tonfo proprio al piano sopra al mio, abitato dalla signora Pink: questo fu quello che sentii quella fatidica notte del 23 novembre.

Era sera, il dolce ticchettio dell’acqua che accarezzava la finestra che guardava davanti al Duomo di Milano era l’unica cosa che, insieme alle vocine che parlavano incessantemente alla televisione, mi facevano compagnia in quella desolata città, nella quale, quando il sole tramontava, lasciava le sue piazze e le sue stradine senza nessuno, come se tutti avessero paura di uscire intimoriti da quello che poteva succedere, quando le infinite tenebre calavano su di noi… ma come mai?

Erano giorni molto strani, in giro e sui giornali si sentiva che molte vecchiette erano state rapinate e uccise da un uomo o un ragazzo non ancora identificato.

Da qualche mese sentivo la signora che abitava al piano sopra il mio parlare e urlare di paura durante la notte, a tal punto che una sera, a notte fonda, si presentò al mio portone: era magra, le sue mani erano fredde di paura e il suo volto sembrava che avesse visto la morte in faccia. Mi disse, testuali parole: “Ragazza mia, vattene da questa città! Ti saluto ora perché non so se nei prossimi giorni potrò farlo”.

Queste parole mi lasciarono spiazzata e anche molto intimorita e da quel giorno incominciai a fare molta attenzione ai suoi movimenti, per appurarmi che non le accadesse niente.

Passarono giorni, settimane, quando una sera… sentii il cigolio delle scale in legno di quel palazzo ormai disabitato, nel quale vivevo anch’io. Una persona saliva ansimando, come se avesse fatto una lunga corsa. Dopo un istante, la porta sopra al mio appartamento sbatté e si sentirono due voci, un uomo e una donna, non so ancora cosa stessero dicendo, perché era come se fossero ovattate, ma la cosa che riuscii a sentire chiaramente accompagnata da una voce quasi soffocata fu… “Non farmi del male, ti darò tutto quello che vuoi” e uno sparo… boom!!!!!!!!!!!!

Rimasi pietrificata, tutto intorno a me divenne cupo e senza suono, a tal punto che non riuscii neanche ad alzarmi dalla poltrona per arrivare al portone di casa, la cui distanza da dove ero io sembrava infinita, invece nella realtà erano solo pochi metri. Rimasi in quella posizione molti minuti, il tempo di capire che cosa fosse successo. Alla fine mi feci coraggio, mi diressi verso il portone e in quel momento sentii un TONFO contro la porta come se qualcuno ci fosse andato contro e un brivido di freddo mi andò dai piedi fino alla testa facendomi cambiare colore… Aprii la porta e mi trovai di fronte la figlia della donna che lentamente e timorosamente stava cercando di raggiungere l’appartamento della madre. Ci dirigemmo al piano sopra, si sentiva ancora l’odore di polvere da sparo che girava come un uccellino indifeso nell’androne, senza sapere dove doveva uscire. Entrambe vedemmo la porta della casa aperta… entrammo e vedemmo un gran disordine, tutto era a terra, alla rinfusa, come se un piccolo uragano di terrore fosse passato in questa graziosa e accogliente casa. La figlia la vide, con gli occhi spalancati e ricoperta di sangue, sdraiata a terra, morta; con le lacrime agli occhi si gettò disperata sul corpo della madre, continuava a dire di non capire quale odiosa persona avesse potuto fare una cosa del genere. Era una donna piena di gioia, dolce e altruista che, anche se anziana, aveva voglia di aiutare e fare come fosse una giovane. La ragazza infine si alzò e quasi svenendo si gettò nelle mie braccia, con le lacrime che solcavano il suo splendido viso come piccoli torrentini in piena che non smettevano mai di scendere impetuosamente e mi disse: “Tu mi aiuterai, vero?”. E io risposi: “Farò il più possibile”.

Feci un giro veloce nella stanza e il mio occhio cadde sui libri impolverati, abbandonati e rovinati dai piccoli parassiti che nel tempo venivano sepolti tra le loro pagine. Aprii lo sportello della libreria che in un attimo lasciò uscire tutta la conoscenza che era stata abbandonata da molti anni. Spostai di pochi centimetri tutti i libri per capire di che cosa potessero parlare, molti erano ancora riconoscibili e affrontavano argomenti di storia, geografia, anche di lingue straniere, altri invece erano sbiaditi dalla luce del sole che ogni mattina filtrava precisa e puntuale attraverso i vetri della sala e sfiorava questi “antichi reperti”. Notai, tra le pagine di un libro con il titolo non ben riconoscibile, il bordo di un foglio bianco piegato come un fazzoletto: lo sfilai lentamente e lo aprii senza capire però cosa ci fosse scritto…chiamai la figlia e le chiesi: “Sai che cosa c’è scritto in questo foglio?”. Lei lo guardò, forse perché le parole erano un po’ sbiadite o forse perché era ancora turbata da quello che era successo, non capì che cosa fosse. Ci sedemmo nel poco spazio che era rimasto sul divano decorato da una stoffa floreale ricoperto da grandi pile di fogli, libri e riviste. Cercammo di leggere insieme quello scritto e capimmo solo le prime frasi; era un tenero e bianco foglio di carta immacolato con al suo interno incastonate delle piccole lettere alle quali non riuscivamo a dare un significato. Niente da fare, la scrittura era troppo sbiadita per capirla… La cosa che però ci turbava era il motivo per il quale la madre avesse scritto quel foglio e poi non l’avesse dato a nessuno… di che cosa aveva paura? E soprattutto, di chi?

Da quel giorno incominciarono le mie più sfrenate ricerche sul misterioso foglio e ricominciò il mio lavoro di agente segreto.

La mattina dopo era una splendida giornata, gli uccellini volavano felici in cielo sentendo la primavera che si stava avvicinando, l’aria mattutina muoveva con delicatezza le fronde degli alberi; io portai l’ignoto e complesso reperto in laboratorio e nel tragitto notai che, quando la luce filtrava attraverso le fibre del foglio, si riusciva a vedere una sagoma a forma di “esse”, come se fosse stata scritta con caratteri gotici.

A questo fatto però diedi poco peso, pensai che fosse solo un disegnino a matita che si era sbiadito nel tempo. Passarono giorni e giorni prima che riuscissi, finalmente, a capire quasi tutta la lettera, nella quale vi era scritto: “Cara Melly, questa lettera la scrivo per te, e per metterti in guardia, anche se non so se riuscirò mai a dartela in tempo e a vederti per l’ultima volta. C’è un nostro parente che ha minacciato di uccidermi per prendersi tutti i miei beni: casa, soldi, arredamento …il suo nome è D………”

Maledizione!!! La macchina non aveva messo in chiaro proprio quella parola che avrebbe potuto far risolvere in breve tempo la faccenda.

L’unico problema era, e lo è ancora oggi, che in quella famiglia i nomi dei figli maschi iniziano sempre per “D”, per augurare soldi e fortuna al nascituro (la lettera “D” viene associata alla parola denaro) e sarebbe stato molto difficile ricercare il colpevole. Mi misi l’anima in pace, il caso era più difficile del previsto, senza un indizio chiaro non saremmo mai riusciti ad andare avanti.

Passarono ancora giorni e mesi quando, passeggiando per il mercato di Milano, vidi una cosa: una luce mi si accese negli occhi che per molto tempo erano rimasti annebbiati solo dalle mie ipotesi e non da quello che vedevo e ogni giorno esaminavo… la “esse”.

Un carabiniere stava passeggiando davanti a me, quando si girò e tutto mi sembrò più chiaro.

La prima cosa che avevo visto era la soluzione per risolvere il caso.

Informai Melly e lei sussultò: “L’unico della famiglia che lavora nei carabinieri è Davide Pink, fratello di mia madre.” Un bagliore di speranza si era acceso.

Ritornai nella casa della donna deceduta per scoprire se gli enormi manuali nascondevano altri segreti…aprii la libreria e nascosto da un fazzoletto di carta vidi un piccolo pulsantino rossiccio, con sopra incastonata una pietra ormai consumata dal tempo: la toccai e davanti a me si aprì un mondo fatto d’arte e oggetti di antiquariato. Entrai molto in fretta per evitare che qualcuno mi vedesse …alcuni quadri erano coperti, altri no e si riusciva a vedere in fondo a questi la firma dei loro autori: Monet, Picasso…quadri di inestimabile valore e molti oggetti e mobili…erano quelli che nel mondo del collezionismo valevano di più.

Tutto un tratto però sentii il cigolio delle scale che si faceva sempre più forte e dei passi, che piano piano si stavano dirigendo verso di me. Corsi fuori e cercai in maniera molto frettolosa di chiudere questa porta segreta. Subito pensai che fosse Melly e con una voce un po’ ansimante e turbata da quello che avevo visto le parlai: “Ciao, che fai ancora qui, non dovevi essere a Londra?”. A un tratto una mano fredda e tremante mi coprì la bocca a tal punto da non farmi respirare… L’ignoto mi girò di scatto e con prepotenza… ci guardammo entrambi negli occhi… nooooooo …era lui l’assassino???!!!

Era il mio più fedele e amato compagno di banco delle scuole medie con il quale avevo passato i momenti più belli e piccanti della mia vita; e allora capii… ecco perché la signora Pink mi aveva detto di andarmene…il suo persecutore (e poi uccisore) era la persona che amavo di più al mondo e che avrebbe potuto fare del male anche a me, pur di prendersi tutto il patrimonio e di non farsi scoprire. Anche lui mi riconobbe e fuggì per le scale, veloce come una gazzella. Rimasi immobile… subito dai miei occhi cadde una goccia cristallina che mischiava in sé malinconia, disgusto e dolore per la persona che avevo amato fino a quel momento.

Non volevo credere che proprio lui fosse il colpevole, ma fui proprio io a trovarne le prove, perquisendo ancora la casa; fui io ad arrestarlo all’aeroporto, mentre cercava di fuggire; fui io a seguire il processo e a testimoniare contro di lui. Per la prima volta, e non avrei mai potuto dimenticarlo, una grande gioia, quella per aver trovato il colpevole, si era unita ad un forte dolore, perché si trattava del mio più caro amico.

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Crescendo

di Fabio Baldelli

Marta giocava sull’altalena, il suo passatempo preferito, tra poco sarebbe incominciata la scuola, un nuovo anno. Sara, Giovanna e Lisa erano lì con lei finché non se ne andarono. Alle 16:02 il padre arrivò a prenderla.

Marta, un’adolescente con molti pensieri per la testa, trovava rifugio nell’altalena al centro del parco. Lì giunsero tre sue compagne che stettero con lei finché non se ne andarono. Quando fu ora di tornare il padre venne a prenderla.

Marta si dondolava sull’altalena pensando all’estate trascorsa. Un nuovo anno scolastico sarebbe iniziato e con esso nuovi problemi. Verso le 15:30 passarono dal parco le tre arpie che per fortuna dopo poco se ne andarono. Il tempo passava ed era ora di tornare a casa, ma Marta ebbe una sorpresa.

Le gambe di Marta si slanciavano veloci sull’altalena. Il pensiero di quei tre mesi di vacanza le giravano nella testa ininterrottamente. Giunsero al parco Sara, Giovanna e Lisa, le quali si limitarono solo a insultarla finché non se ne andarono. Erano arrivate le 16:00 e Marta stava per andare a casa, ma quando si voltò vide una macchina a lei familiare, la riconobbe.

Il fruscio del vento accarezzava il bel viso di Marta che si dondolava pensierosa sull’altalena. Era l’ultimo giorno di estate e il primo giorno del resto della sua vita. Per sua sfortuna quelle tre arpie di Lisa, Sara e Giovanna la incrociarono e le dissero: “Oh guarda chi c’è! Ciao puttanella, domani è il primo giorno di scuola perciò vedi di vestirti decentemente. Bye bye”. Erano le 16:02, non voleva tornare a casa da quella alcolizzata di sua madre o peggio ancora da suo padre, ma purtroppo lui era arrivato a prenderla. Marta non sapeva più cosa aspettarsi.

L’unica cosa che rendeva tranquilla Marta era dondolarsi sull’altalena, slanciare le gambe e sentire il vento soffiarle addosso. Quando le tre arpie giunsero al parco furono clementi con Marta e non la presero a schiaffi, si limitarono a darle della sfigata e della zoccola. Ma come potevano loro sapere la verità, giovani adolescenti che non guardano più in là del loro naso. Alle 16:02 vide il diavolo scendere da una 500 L grigia.

Marta, ragazza sola e triste, si dondolava sull’altalena, cercando un motivo per cui non togliersi la vita. Dove avrebbe trovato il coraggio di andare a scuola il giorno dopo dai suoi compagni o di andare a casa. Aveva paura del suo passato, del suo futuro. Era nel suo rifugio, la sua rocca, circondata da mura che tre sue compagne avevano distrutto alle 15:30 di quel pomeriggio. Alle 16:02 la aspettava un’orribile sorpresa.

Gli occhi lucenti di Marta Borghetti avevano smesso di brillare. Alle 16:02 di un pomeriggio trascorso su un’altalena il padre venne a prenderla. Non le importava più oramai della sua vita. Non aveva più paura dei suoi compagni e degli epiteti che le attribuivano, non aveva più paura degli abusi di suo padre. Il vento accarezzava le sue guance rosee, quella sarebbe stata l’ultima volta in cui lei si sarebbe dondolata su quell’altalena.

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Il vendicatore

di Gabriel Bianchi

Ancora poco e il dolore sarebbe finito, il fumo gli annebbiava la vista, l’odore acre della pece gli penetrò attraverso le narici. Si guardò attorno, i suoi compagni di sventura erano già morti. Ancora poco, ancora poco, resisti. Volse lo sguardo verso la collina, poteva scorgere il camino della sua casa. Guardò fisso negli occhi il suo aguzzino. Tornerò lo prometto e mi vendicherò. Chinò il capo e spirò.
Erano le otto e come il solito ero in ritardo. Mi vestii in fretta, non avevo tempo di fare colazione avrei preso un caffè all’università. Afferrai la mia borsa, mi precipitai in strada e raccolta la posta dalla mia cassetta che ormai straripava, inforcai la bicicletta pedalando più in fretta che potei. Avevo appena girato l’angolo quando un uomo mi tagliò la strada. Non riuscii a frenare e per non investirlo, sterzai bruscamente finendo contro un cespuglio. L’uomo si avvicinò per scusarsi; distratto da un messaggio sullo smartphone non mi aveva visto arrivare. Mi aiutò gentilmente a recuperare la borsa e tutti i documenti caduti a terra, lo ringraziai e rassicuratolo sulle mie condizioni fisiche, feci per salutarlo quando il mio sguardo si posò su di lui. Aveva un lungo cappotto scuro, un cappello a tesa larga la cui ombra gli copriva in parte il volto, un aspetto elegante come di altri tempi. Le campane che suonavano mi distolsero dai pensieri. Le otto e mezzo! Salutai lo sconosciuto e corsi via. Arrivai all’università in ritardo per la mia lezione di storia medievale. I miei studenti, nel tempo diventati i miei complici, erano però ancora tutti seduti in aula, intenti a ingannare il tempo chiacchierando distrattamente. “Finalmente prof Bruce – mi disse uno di loro – il rettore è già passato due volte per controllare se lei c’era, non sapevamo più cosa inventarci!”. “Grazie”, sussurrai con il poco fiato rimastomi dopo la folle pedalata. La lezione scorse veloce così come il resto della giornata. Mi recai in sala professori, quando sistemando le carte nella mia borsa, trovai una strana busta ingiallita dal tempo. Forse apparteneva a qualche mio studente distratto che doveva aver scambiato la sua borsa per la mia. Senza pensarci la aprii avidamente, la curiosità era troppo grande e mi ritrovai in mano la foto sbiadita di una vecchia casa su tre piani dalle grandi finestre bianche. Qualche volantino pubblicitario che come il solito finisce tra la posta, pensai. Stavo per gettarla nel cestino quando mi accorsi di un particolare della foto che sulle prime non avevo notato. Presi la lente d’ingrandimento e la osservai meglio. Sullo sfondo quella che sembrava una macchia scura vicino a una finestra, era l’immagine di un uomo e sotto la parola aiutami. Il cuore mi si gelò nelle vene, quell’uomo sembrava mio padre, scomparso molti anni prima in un incidente aereo mentre cercava di raggiungere una piattaforma petrolifera di sua proprietà nel Mare del Nord. Girai nervosamente la foto, sul retro trovai una data e un nome: 1990 Greenville SCOZIA. Doveva essere un fotomontaggio, mio padre era morto nel 1980 pochi mesi dopo la mia nascita, a luglio sarebbero stati trentotto anni esatti. Trascinato dalla curiosità e dalla speranza, cercai di individuare il luogo della foto grazie ad internet e scoprii che era un paesino ormai disabitato nel cuore della Scozia, famoso per le sue ricche miniere di carbone. Rintracciare la casa sarebbe stato più difficile giacché non avevo che una foto sbiadita e anonima. Quando dopo ore di ricerche e telefonate arrivai a capo di quell’enigma, il mio stupore fu ancora più grande. Quella casa apparteneva alla mia famiglia da secoli e ora a me, peccato che nessuno mi aveva mai informato della sua esistenza. Decisi di partire immediatamente, mi precipitai a casa e fatto un semplice bagaglio, m’imbarcai sul primo volo per Edimburgo. Arrivai all’alba, presi alloggio in un hotel vicino all’aeroporto e dormii qualche ora. Un sonno agitato pieno d’incubi premonitori. Mi svegliai di soprassalto, erano già le quattro del pomeriggio, la luce era ormai fioca ma non volevo rimandare la mia ricerca. Noleggiai un’auto e seguendo le indicazioni lasciai la città verso il villaggio della foto. Guidai per quasi due ore attraverso la campagna, la nebbia e il buio, solo i fari della mia auto illuminavano il cammino. All’improvviso, come se fosse spuntata dal nulla, mi ritrovai dinanzi la casa che stavo cercando. Scesi dall’auto e con prudenza mi avvicinai. Sembrava disabitata ma un forte odore acre proveniva dal suo interno. Salii i gradini. La porta d’ingresso sembrava chiusa. Allungai la mano quando la porta con un leggero cigolio si aprì. Entrai, il buio era così fitto che mi mancava il fiato, così accesi la torcia che avevo portato con me. Cominciai a esplorare la casa, forse sperando di trovare tracce di mio padre. Seguii l’odore acre e mi ritrovai in una stanza ovale con numerosi ritratti di uomini e donne di diverse epoche alle pareti, con lo sguardo fisso verso di me. La porta alle mie spalle all’improvviso si chiuse, mi girai e provai a riaprirla senza successo. Quando mi voltai di nuovo, mi accorsi che i ritratti alle pareti erano scomparsi. Osservai meglio e avvicinandomi mi resi conto con terrore che quelli che avevo scambiato per ritratti erano in realtà delle finestre. Il panico mi assalì, dovevo andarmene, quella casa aveva qualcosa di sinistro. A un certo punto la porta si spalancò violentemente e sulla soglia comparve un uomo. Mio padre? Lo osservai meglio mentre si avvicinava con il suo lungo cappotto nero e il cappello a tesa larga. Era l’uomo che avevo quasi investito il giorno prima, ma sembrava avere intenzioni meno gentili di allora. “Finalmente Bruce – mi disse – ora tocca a te pagare con la vita la colpa dei tuoi avi”. Mi guardò e accortosi del mio stupore, continuò: “I tuoi antenati tanti secoli fa per impossessarsi delle ricche terre su cui sorge questa casa, denunciarono la mia famiglia alla Santa Inquisizione. Fummo condannati ingiustamente per stregoneria e bruciati senza pietà sul rogo. Tutti, compresi i miei bambini. Non doveva sopravvivere alcun membro della mia famiglia. Ho giurato vendetta eterna e per secoli ho attirato qui i tuoi antenati uno a uno, per prendermi la loro vita. Le loro anime sono imprigionate in questa casa”. Lo guardai terrorizzato, come potevo pagare per un crimine che non avevo commesso? Mi guardai intorno per cercare una via di fuga quando all’improvviso la porta della stanza si richiuse, l’uomo era scomparso. Dal camino in fondo alla stanza divampò un fuoco impetuoso che in pochi minuti cominciò a diffondersi. Mi precipitai verso le finestre e con orrore vidi dei volti che mi osservavano con dolore e tra questi mio padre. Il fumo invase la stanza rapidamente, non riuscivo a respirare. Mi accovacciai per terra, non avevo scampo. Era finita.
“Come si sente signore? Ha fatto un bel volo”. Stordito, aprii gli occhi. Un nugolo di persone stava sopra di me e mi parlava. Ero tutto indolenzito, colpa della caduta che mi aveva fatto perdere conoscenza, come mi suggerì una vecchia signora. Mi sedetti e mi portai le mani alla gola, avevo ancora la sensazione di soffocare. Avevo solo sognato…un brutto sogno? Mi alzai con fatica e controllai la mia bicicletta. Cominciai a raccogliere i documenti caduti dalla mia borsa quando, alzando lo sguardo, notai tra la folla un uomo con un lungo cappotto nero e un cappello a tesa larga che si allontanava e girandosi verso di me mi sorrideva beffardo.

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A letto che è tardi!

di Fabio Baldelli

“Nonno, ci racconti una storia?”
“È tardi! Andate a letto! ” Ma i bimbi non volevano saperne di andare a dormire. Perché perdersi una serata di storie con il nonno? Così insistettero.
Il nonno alla fine cedette: “E va bene! … ehm ehm … dunque … Tanto tempo fa in un reame lontano viveva un re e tre principi valorosi e belli. La vita nel regno era tranquilla, il grano era abbondante e tutti erano felici. Accadde però che i tre figli del re morirono disperatamente. Il primo venne sovrastato da un esercito di morti viventi, il secondo venne incenerito da un drago sputa fuoco ed il terzo venne ucciso da un potente stregone. Tutto il reame cadde nello sconforto. Però il destino volle che il terzo principe lasciò al re un erede. Era la speranza del regno. Venne chiamato Lorenzo. Il ragazzo crebbe e divenne bello e valoroso come il padre, tutti lo stimavano e le fanciulle cadevano ai suoi piedi. Accadde però che il vecchio re trovò moglie. Questa era considerata da tutti una strega malvagia per il suo aspetto maligno, per il suo sguardo pieno di rabbia e perché nessuno l’aveva mai vista prima. Nella notte di nozze il re morì e la «strega» divenne l’unica e sola regina. Così Lorenzo decise di prendere la sua amata Thalia e di fuggire per sempre dal regno. I due cavalcarono per qualche ora e decisero di riposarsi sotto l’ombra di un platano. Si goderono la loro libertà. Il mattino seguente Thalia era morta. Lorenzo irato nel cuore cavalcò verso il regno e arrivato chiamò a sé tutti i suoi guerrieri e amici più fidati, me compreso”.
“Anche tu nonno? Tu eri lì? Ma come? E il babbo era già nato? “.
Il nonno innervosito gli disse: “Basta domande Giacomino! Lasciami raccontare … Dunque … Lorenzo disse che la strega non aveva assassinato solo il padre, ma anche la sua amata, e così organizzammo un agguato contro la regina e anche molti popolani si unirono a noi. La notte stessa il castello venne assaltato, tutte le guardie fidate della regina vennero uccise e la strega venne incatenata. Lorenzo divenne l’unico e solo re. Affidò a me una missione molto importante: portare la regina il più lontano possibile e ucciderla. Ci salutammo. Viaggiai per giorni fino ad arrivare in un luogo sconosciuto a chiunque e in quel momento sguainai la mia spada e… spezzai le catene della regina e la lasciai andare, nessuno la rivide più. Bene, ora a letto!”
I nipoti rimasero a bocca aperta, Giacomino gli disse: “Ma come nonno?! Perché non l’hai uccisa?”. Il nonno disse: “Perché la strega non era una strega, il re era morto per cause naturali e Thalia fu accoltellata da Lorenzo nel sonno in modo che il nostro «protagonista» incolpasse la regina e ottenesse la corona. Quindi Giacomino, non giudicare mai un libro dalla copertina. Buonanotte bambini”.
I ragazzi andarono a letto, facevano fatica a dormire, avevano imparato una lezione che non avrebbero mai scordato.

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Una storia d’intolleranza

di Zoë Stroobant

Era già stato programmato tutto: la banda era pronta, i ballerini pure e il luogo era lo stesso di 11 anni prima, perfetto e romantico al punto giusto.
Era il 2007, a Carrara in Piazza D’Armi si incontrarono per la prima volta due anime gemelle separate da spazio e tempo, che sono riuscite però a trovarsi e innamorarsi follemente.
Lei, Luana, aveva appena finito gli studi e aveva deciso di trasferirsi un anno in Italia per perfezionare le sue doti artistiche: era una ragazza estroversa, cordiale e intelligente. Veniva dalla periferia di Rio de Janeiro, i suoi genitori faticavano a pagarle gli studi, ma lei, grazie alla sua determinazione, era riuscita a ottenere una borsa di studio.
L’altra lei, Kumiko, veniva da Tokyo e, non volendo seguire le regole ferree dei suoi genitori, cioè diventare una programmatrice di droni e portare avanti l’impresa di famiglia, aveva deciso di scappare e andare dove nessuno l’avrebbe trovata: una piccola città italiana, Carrara, dove avrebbe potuto seguire la sua vera passione, cioè la musica.
Kumiko viveva nel 2432, era una bellissima e sveglia ragazza, con idee troppo originali per la sua epoca, dominata dalla tecnologia che proibiva ogni forma di espressione artistica. Per questo era scappata e si era mimetizzata così perfettamente che nessuno avrebbe capito che veniva dal futuro.

Nessuna delle due aveva idea che quella giornata avrebbe cambiato per sempre le loro vite.

Il ”Kephri”, la valuta universalmente utilizzata nel 2432, non era ancora stata inventata nel 2007: perciò Kumiko si dovette arrangiare, suonava la chitarra per strada e stava cantando ”Waterloo”, degli ABBA, per racimolare qualche spicciolo, quando… proprio in quel momento stava passando Luana che, impressionata da quella voce dolce e da quel suono delicato, si sedette per terra ad ascoltarla estasiata e cercò di coglierne ogni tratto, ogni aspetto, per poter ricordare quell’evento per sempre.
Agli occhi di Luana Kumiko era bella come un fiore appena sbocciato, allo stesso tempo misteriosa e incantevole.
Dopo aver ascoltato tutta la scaletta di Kumiko, Luana le si avvicinò e la invitò a mangiare un gelato… Kumiko si mostrò riluttante, non volle dare confidenza ad un’estranea e perciò declinò l’invito.
Quella stessa sera, però, Luana si ripresentò davanti a Kumiko, per riascoltarla: alla fine Luana le richiese di uscire e, non sapendo dove altro andare, l’altra accettò.
Ci volle veramente poco per far innamorare anche Kumiko di Luana; erano perfette insieme e dopo quella serata ogni giorno fu così.
Si incontravano e uscivano finché un giorno Kumiko fu costretta a rivelare all’amata il suo segreto: Luana non riusciva a capire, le sembrava impossibile, ma alla fine, dopo le molteplici prove di Kumiko, elaborò la cosa.
Gli anni passarono e nulla cambiò, andarono a vivere insieme, fecero progetti e si amarono alla follia.
Le due decisero di adottare un bambino dall’India, dopo 11 anni, tra litigi e risate, si erano create una bellissima e unica famiglia e vivevano tutti nella città dove tutto era cominciato.
Luana aveva preparato uno spettacolo appositamente per l’amata, alla fine del quale le avrebbe chiesto di sposarla.
Peccato che, mentre Luana si stava dichiarando, un uomo le sparò un proiettile al petto, mandandola in condizioni assai critiche all’ospedale.
L’attentatore si costituì dopo 10 giorni, dicendo che il suo movente era stato l’odio che provava nel vedere due donne stare insieme.
L’amore è amore, ma a causa dell’odio Luana morì, lasciando da soli Kumiko e il figlio, che furono costretti a tornare in Giappone, nelle grinfie di una vita monotona e prestabilita alla quale Kumiko era purtroppo legata sin dalla nascita.

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Dove i desideri si avverano

di Serena Mazzoni

I corridoi erano freddi e come al solito Noemi camminava avvolta nel suo giubbotto per passare il più possibile inosservata. Era una ragazza diversa dalle altre sedicenni: non amava farsi notare, osservava i dettagli delle cose, capiva sempre tutto, senza però mai mettersi in mostra, parlava poco, ma esprimeva tutto attraverso i suoi disegni, che riuscivano a toccare l’anima delle persone. Ecco, era in quel momento, con la matita in mano, che non si nascondeva davanti a nessuno. Nonostante la sua grande empatia non aveva molti amici, anzi, a dirla tutta, non ne aveva nessuno: forse per invidia le altre ragazze non volevano stare con lei, si sentivano sopraffatte dalla sua semplicità e bellezza: aveva i capelli castani, leggermente ondulati e lunghi fino all’ ombelico, gli occhi azzurri e il viso ricoperto di lentiggini, che le donavano un’aria dolce e innocente. Le spalle leggermente larghe a causa dei molti anni di nuoto, la vita stretta e le dolci curve sui fianchi la rendevano affascinante. Era l’ultima ora e c’era la solita moltitudine di ragazzi e professori che, in fretta, volevano uscire da scuola per iniziare a godersi il weekend. Per evitare di incontrare i suoi compagni che tanto detestava decise di passare per un altro corridoio, che portava all’uscita sul retro e che quindi non veniva quasi mai utilizzato, se non in caso di necessità. Nonostante la polvere e la sporcizia, Noemi amava quel corridoio, perché sulle pareti erano appesi dei disegni bellissimi e lei si perdeva ad ammirarli tutti, a cercare di capirne il significato e la tecnica: era come se lei riuscisse a parlare con quei fogli di carta F4, alcuni usurati, altri del tutto rovinati; inoltre, sempre in quel corridoio, c’era una stanza in cui venivano tenuti altri disegni, di ex studenti, di concorsi e di ragazzi che semplicemente volevano lasciare qualcosa di loro a quella enorme scuola. Essendo una dei rappresentanti d’istituto e la migliore tra gli studenti, poteva accedervi tranquillamente, chiedendo la chiave ad una delle bidelle, di cui ormai era diventata amica. Come al solito però, si stava facendo tardi e così si affrettò ad uscire per tornare a casa, ma la miriade di studenti del Liceo Artistico e il traffico persistente di Roma non l’aiutarono, facendola arrivare in ritardo per l’ennesima volta. Nadia, la mamma di Noemi, una bella donna di quarant’ anni, era diventata sempre più isterica e apprensiva da quando il padre, a causa del lavoro, non era quasi mai a casa. “Noemi mi spieghi che diamine combini ogni volta? Possibile che debba stare sempre in ansia?” disse Nadia. “Non è colpa mia! C’era un traffico immenso e ho perso il primo autobus.” rispose Noemi. La conversazione andò avanti così per qualche minuto, fino a quando non intervenne Chiara, sorella minore di Noemi, che aveva solo otto anni, ma che era estremamente sveglia e perspicace; le interruppe chiedendo di mangiare. Noemi adorava la sua sorellina, solo che a causa della differenza di età ci litigava spesso e quindi finivano per non parlarsi quasi mai, inoltre nutriva una qualche gelosia verso di lei, poiché le poche volte in cui il padre tornava a casa prestava, secondo lei, molte più attenzioni alla sorella. Così, subito dopo pranzo, turbata dai soliti dilemmi adolescenziali e nervosa per la situazione a scuola e a casa, decise di buttarsi nel letto e provare ad addormentarsi. Subito le palpebre si chiusero e lei cadde in un sonno profondo, come inglobata dal materasso e un’immagine, precisamente un ricordo che non sapeva di avere, le si presentò nella mente: lei, piccola, ma con lo stesso sguardo curioso di adesso, passeggiava mano nella mano con sua nonna materna Ada, che, frettolosa e preoccupata, la portava in quello che sembrava un edificio grandissimo, forse una scuola, dai caratteri estremamente famigliari… sì, era il Liceo Artistico che adesso frequentava. Entrate, la nonna aveva chiesto subito alla bidella se poteva lasciare un suo disegno alla scuola, come era solita fare ogni anno, prima dell’inizio delle lezioni. La bidella l’aveva portata in una stanza che era sommersa di scatoloni, la stessa in cui Noemi curiosava ogni giorno prima di tornare a casa da scuola: “Prego, scegliete uno scatolone e lasciatevi il vostro disegno, quando avete finito chiudete la porta, grazie. Io vi aspetto all’uscita.” aveva detto la bidella che se ne era poi andata lasciandole sole. La nonna aveva scelto lo scatolone più usurato, impolverato e nascosto che ci fosse e aveva posato sul fondo il disegno, non prima però, di averlo mostrato a Noemi: era interamente bianco, con disegnata al centro una porta in legno, rappresentata in modo molto realistico, che subito aveva affascinato la piccola: “Vedi cara, questo disegno l’avevamo comprato io e tuo nonno durante la nostra luna di miele, da un uomo che sembrava volesse sbarazzarsene il prima possibile, come se fosse l’arma di un delitto. Noi però non ci badammo molto, alla fine era solo un disegno e così accettammo di acquistarlo; solo dopo del tempo, un po’ per caso, un po’ per il destino, capimmo il potere straordinario che possedeva: può esaudire ogni tuo desiderio, basta pensarci profondamente e toccare due volte di seguito la porta, che subito si avvera. Lì per lì lo considerammo come un dono immenso, poco dopo però orribili avvenimenti cominciarono ad accadere: pedinamenti, inseguimenti in auto, ricatti di persone che volevano averlo.  Decidemmo allora di non utilizzarlo più e di tenerlo nascosto. Quando tuo nonno è morto, però, avere quel peso sulle spalle ha cominciato a prosciugarmi, rovinandomi e stravolgendo completamente la mia persona, per questo io e tua madre parliamo poco e, se lo facciamo, è per litigare; lei mi odia e in un certo senso mi odio anche io, perché, per via di un disegno, ho rovinato la mia famiglia. Un disegno che sembra una cosa fantastica, vero? Prova a pensare se finisse nelle mani sbagliate però, che posto diventerebbe il mondo? Verrebbe usato per scopi umanitari? Io non penso proprio. Oggetti troppo preziosi portano sempre a dei problemi, ricordatelo. Quando sarà il momento, saprai cosa fare, lo sentirai, grazie al tuo istinto. Non dovrai mai farne parola con nessuno, inoltre, giunto il momento, dovrai distruggerlo. Adesso ascoltami bene: l’unica cosa che so è che la risposta è sempre nel disegno, basta saper fare la giusta domanda, ma quale sia dovrai scoprirlo tu. Ricordati però, che dovrà essere distrutto prima della mezzanotte del terzo giorno dal ritrovamento che farai, altrimenti sarà stato tutto inutile. Mi dispiace lasciarti in questa situazione, darti questo peso, ma sei l’unica che può farlo. Ti voglio un bene immenso nipotina mia.” aveva concluso la nonna con il viso rigato di lacrime calde e salate. “Non piangere nonna, anche io ti voglio bene. Ti aiuterò.” aveva risposto la voce infantile di Noemi.

Di soprassalto Noemi si svegliò, accorgendosi di aver bagnato le lenzuola di sudore e di lacrime. In preda ad uno stato d’ansia e confusione, l’unica cosa che le venne in mente di fare era la doccia. E così fece. L’acqua calda la tranquillizzò, rischiarandole le idee. Voleva chiedere informazioni alla madre riguardo alla nonna, ma sapeva che sarebbe stato completamente inutile, perché tutte le volte che ci provava sua madre sviava il discorso arrabbiata, quasi infastidita dalla domanda, così non le rimaneva altro che aspettare che finisse il weekend e alla prima occasione andare alla ricerca del disegno. Le ore passavano lente e l’attesa del lunedì si era fatta ingestibile, rendendo Noemi più nervosa del solito. Finalmente il lunedì arrivò e, quando il suono della campanella dell’ultima ora risuonò in tutto il liceo, Noemi si lanciò giù per la rampa di scale, andando dalla bidella per chiederle la chiave del ripostiglio in cui erano posti tutti i disegni, inventandosi la scusa che le serviva per un compito. Entrata nella stanza rimase immobile, pur conoscendo la posizione di quegli scatoloni a memoria non sapeva da dove cominciare e così ripensò alle parole della nonna: doveva solo lasciarsi trasportare dal suo istinto. Chiuse gli occhi e si concentrò: sentì che i suoi piedi cominciavano a muoversi autonomamente, così come le braccia e le mani, che improvvisamente si appoggiarono su uno scatolone: l’aveva trovato. Lo aprì, lo svuotò e, proprio come nel sogno, il disegno poggiava sul fondo. Lo tirò fuori e subito lo nascose fra gli altri disegni che teneva nella cartellina e con aria innocente riportò la chiave alla bidella; corse poi a casa. Era da tempo che non si sentiva così: felice, fiera di se stessa e orgogliosa. Aveva fatto la prima mossa, adesso non le restava che capire come distruggere quel disegno e avrebbe salvato il suo destino e quello di tutto il mondo.

L’acqua calda le riscaldava il corpo infreddolito e nella mente le parole della nonna si ripetevano e ripetevano a non finire, come un lunghissimo eco, ma non riusciva a trovare la soluzione e tutta la risolutezza che aveva avuto fino a un secondo prima iniziò a scivolare via, come l’acqua sulla sua pelle. Come se non bastasse la mattina seguente ci sarebbe stata la vendita dei disegni e il ricavato sarebbe andato in beneficenza, uno dei progetti più sensati che la sua scuola avesse mai attuato, pensò Noemi. La cosa peggiore però, era che adesso non sapeva se sarebbe riuscita a disegnare, a causa del compito assegnatole dalla nonna. All’improvviso un senso di rabbia verso quella situazione, la nonna e tutto ciò che li riguardava la avvolse, facendola scoppiare in un pianto isterico che, per fortuna, sua madre non sentì. Sconsolata, non fece nulla tutto il pomeriggio, crogiolandosi sul divano davanti ad un film ed una tazza di cioccolata calda, fino a quando non decise di uscire e di andare alla ricerca del soggetto del suo disegno. Camminò per un sacco di tempo, percorrendo strade che prima d’allora non aveva mai percorso, con in mano il cellulare per immortalare la prima cosa che l’avrebbe colpita, ma niente. Il mondo le sembrò talmente frivolo, una superficie immensa, ricoperta solo da cose superficiali, fino a quando non si ritrovò di fronte ad un semplice albero: era un ciliegio, il tronco, di un marrone intenso, a tratti lucido, da cui si diramavano i rami, ricoperti da centinaia di fiori, dalle sfumature bianche, rosa tenue, fino ad un rosa più acceso. Non era la prima volta che ne vedeva uno, eppure le sembrava di non averne mai visto uno tanto bello. Lo fotografò nei minimi dettagli: i petali, la corteccia, i rami, dal basso, persino dall’alto, salendo su un muretto rischiando quasi di cadere, ma non le importava, perché finalmente aveva trovato il soggetto perfetto per il suo disegno. Tornò a casa di corsa, appena in tempo per la cena, che si consumò fra una litigata e un’altra con la madre e la sorellina. Di nuovo nervosa, si chiuse in camera e cominciò a disegnare: prese i suoi acquerelli, ne aveva di mille colori, il telefono e cominciò a scorrere la galleria, analizzando tutte le foto che aveva scattato nel pomeriggio e così passò tutta la notte a disegnare, cancellare e colorare. La mattina seguente era distrutta, ma almeno il disegno era pronto e così poté portarlo a scuola e consegnarlo per la vendita. Dopo un’intera mattinata passata a tentare di tenere le palpebre sollevate, finalmente una buona notizia: il suo disegno era stato venduto al prezzo più alto e Noemi rimase estasiata da quella notizia, tanto da andare a festeggiare con i suoi compagni che, per la prima volta, non le sembrarono tanto noiosi. Stette via tutto il giorno, era da tanto che non si divertiva così, esattamente da quando la sua migliore amica Vanessa aveva dovuto cambiare città, ma adesso non ci pensava più, forse sarebbe riuscita ad avere finalmente delle nuove amiche. Tornò a casa felice e per la prima volta dopo tanto tempo raccontò a sua madre della giornata, dei suoi nuovi amici e riuscì a non litigare, né con lei, né con la sorellina, con cui si mise a guardare un cartone. Era ormai tardi quando mise a letto la piccola Chiara e si coricò anche lei nelle coperte, dove si abbandonò ad un sonno profondo e tranquillo. Il giorno dopo andò a scuola, si fermò a parlare con i ragazzi con cui aveva festeggiato il giorno prima, cominciò le lezioni, tranquilla e felice. Dopo pranzo decise di riposarsi un po’ e di nuovo, nella sua mente si proiettò il sogno della nonna. Si svegliò e si rese conto che il giorno della scadenza era proprio quel giorno, a mezzanotte, e lei non aveva ancora trovato la soluzione. Pensa, pensa, pensa, si ripeteva inutilmente. Dopo qualche minuto capì: non doveva pensare alla risposta, ma alla domanda. La nonna non aveva suggerito la cosa più ovvia: poteva chiedere aiuto al disegno stesso. Così lo prese, picchiò due volte sulla porta e a voce alta, un po’ imbarazzata, chiese: “Come faccio a distruggerti?” e subito sul disegno comparve una scritta: “Posso essere distrutto solo dove i desideri si avverano.” Qualche secondo dopo, la scritta scomparve e Noemi rimase solo più confusa. Decise di non starsene lì impalata, ma di andare a fare una passeggiata, per cercare di schiarirsi le idee e così si recò in centro. Era davanti alla fontana di Trevi, a guardare le persone che lanciavano le monetine per esprimere i loro desideri, quando, improvvisamente, tutto le sembrò chiaro. Corse fino a casa, prese il disegno e aspettò fino all’ora di cena, quando uscì, dicendo a sua madre che sarebbe stata con degli amici. Detestava mentirle, soprattutto ora che si stavano riavvicinando, ma doveva farlo, per la nonna e per tutti, così, pur essendo una cosa folle e l’unica che le fosse venuta in mente, gettò il disegno nell’acqua della fontana e pian piano i colori si dissolsero, la carta si ammorbidì, fino a diventare della semplice poltiglia. C’era riuscita, aveva superato la prova, ora poteva tornarsene a casa.

I mesi seguenti passarono velocemente, leggeri come una piuma: aveva degli amici, non litigava più tanto spesso con sua madre e sua sorella e suo padre era tornato a casa. Conobbe anche un ragazzo, Noa, con il quale legò moltissimo e con cui si fidanzò. La vita da adolescente adesso non le sembrava più tanto invivibile, ma solo un’altra sfida da superare.

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Punizione eterna

di Sara Tesconi

Il suo passo divenne sempre più veloce, il suo respiro affannato. Non riusciva a crederci, anzi, non voleva crederci. Si diresse in un piccolo angolo buio dell’enorme villa e si accasciò a terra, poggiando la schiena contro il muro e la testa sulle sue ginocchia.
Era presa dalla disperazione; glielo si poteva leggere negli occhi, quei piccoli occhi spenti e cupi che trapelavano voglia di morire.
Cosa ho fatto per meritarmi questo?
Fu il suono delle sirene a svegliarla quella mattina. Si alzò lentamente dal letto e si guardò intorno. Non era casa sua e quella in cui si trovava non era sicuramente la sua camera da letto. Decise di chiamare i suoi genitori, ma il telefono era per terra frantumato in mille pezzi. Non sapendo cosa fare, si diresse fuori dalla stanza alla ricerca di un’uscita e quando finalmente le si presentò davanti il portone in legno di quercia dell’entrata principale, il suono straziante del pianto di un bambino la bloccò, facendola voltare di scatto. Proprio in quel preciso istante il portone si richiuse alle sue spalle con un frastuono che echeggiò per tutto l’ingresso e nella testa della giovane ragazza. Riprovò ad aprire il portone, questa volta invano. Dopo averlo preso a calci svariate volte, forse per rabbia, forse per paura di non uscire più, si piegò all’idea di trovare un’altra uscita all’interno di quella maestosa e spaventosa villa. Percorse vari corridoi, le cui pareti, fredde e umide, erano ornate con dipinti raffiguranti la morte: il peccato, il male, l’eterno castigo erano raffigurati con destrezza e cura, con il blu e il rosso come colori dominanti.
La ragazza continuò il suo cammino, finché non comparve sul muro una frase scritta col sangue:
I peccati verranno puniti, prima o poi…con una freccia che indicava un… diario? Lo spolverò e lo aprì delicatamente. Lo sfogliò, facendo attenzione a non strappare le pagine, vecchie e rovinate; trovò una lettera con alcune parole sbiadite “Scusatemi…scusatemi vi prego. Mamma, papà… io non volevo… lo giuro…rabbia…siete…non sono stata io…mi prenderò cura di voi”
Rabbrividì…
(Mi chiedo chi l’abbia scritta)
La piegò e se la mise in tasca. Continuò il suo percorso fino a raggiungere il secondo piano. La luce lì era molto soffusa, il pavimento era sporco di polvere e le ragnatele pendevano dal soffitto. Cercava una via di fuga. Arrivò ad un salotto: era una stanza più calda e confortevole rispetto a tutte le altre, con due peluche (che carini!) sul divano. Sembrava quasi che stessero parlando serenamente fra loro. D’istinto si accomodò e li coccolò fra le sue minute e gracili braccia. “Ehi.” disse uno dei due pupazzi “Non vogliamo essere toccati da una peccatrice come te”. Peccatrice… quella parola sembrò fissarsi nella mente della ragazza per non uscirne più. “Quindi io… sarei…una peccatrice, eh?” Il suo sguardo d’un tratto si fece più cupo, “SONO UNA PECCATRICE?!” urlò. La sua rabbia stava aumentando, le tremavano le mani. Senza pensarci prese i due pupazzi e con violenza li lanciò nel camino, dove vennero avvolti dalle fiamme. Davanti a quella scena, la ragazza scoppiò in una risata isterica: per lei fu… probabilmente soddisfacente vederli incenerire. Poi tornò in sé e si sentì in colpa. Uscì dal salotto facendo finta di nulla, cercando di eliminare dalla sua memoria quel gesto orribile. Entrò in un’altra stanza, molto più triste e fredda: le pareti ed il pavimento sporchi di sangue e l’odore di morte non erano molto rassicuranti, ma la presenza di frecce rivolte verso il lato opposto della stanza la incuriosiva troppo. Quindi proseguì, fino a che davanti a lei non si presentò una scena ripugnante: un uomo con un pugnale conficcato nel petto e una donna senza il braccio sinistro e un occhio la stavano guardando sorridendo.
“Ciao tesoro, era da tanto che ti stavamo aspettando” le disse l’uomo. La giovane ragazza li guardava impietrita; non sapeva che cosa fare e non aveva il coraggio di muovere un solo passo. La coppia le si avvicinò e proprio mentre stavano per prenderla con le loro mani ossute riuscì a sfuggire correndo. Si diresse in un piccolo angolo buio dell’enorme villa e si accasciò a terra. Voleva gridare ma non ci riuscì. I suoi occhi si bagnarono di lacrime, la sua vista si sfocò. Aveva paura e insieme voglia di morire, per porre fine a tutto. Non capiva perché fosse finita in un posto del genere né perché quella coppia la stesse seguendo. E poi il mal di testa… più cercava di darsi spiegazioni più la testa le faceva male.
“Goldia… non avere paura, noi siamo qui per te, solo per darti quello che ti meriti.” La ragazza li guardò stranita. “Come, non ti ricordi di mamma e papà? Non ti ricordi di come ti sei divertita ad ucciderci?” Goldia, a quelle parole, sobbalzò. Mamma e papà? Uccidere? Finalmente capì… quella lettera l’aveva scritta lei dopo che aveva ucciso i suoi genitori a causa di una litigata; aveva posizionato i cadaveri nella camera da letto e aveva continuato a trattarli come persone vive, facendo finta che tutto fosse normale. Non riusciva ad accettare la realtà, aveva deciso di vivere nella menzogna.
“Mamma… papà… cosa mi aspetterà ora?”
“Una punizione eterna”.