di Aurora
Muoveva le labbra canticchiando quella canzoncina che le risuonava nella testa dagli auricolari, una di quelle canzoni tristi che ti fanno sentire a casa quando ti chiedi dove sia realmente casa. E lei si sentiva così. Spaesata, fuori dal mondo, un mondo che secondo lei non era fatto per una ragazza come lei, però ci doveva stare, che lo volesse o meno. Vedeva le altre e si chiedeva perché fosse così diversa, cosa avesse di sbagliato; poi però le bastava rimanere sola, nel silenzio di una cameretta, e le risposte venivano a galla da sole.
Lei odiava il silenzio, perché sapeva che era nemico della sua anima, e il silenzio le faceva male o la spingeva a farsi del male. Anche se il male peggiore le arrivava dall’esterno: amici che secondo lei non sarebbero mai stati in grado di capirla e aiutarla, una famiglia che di famiglia aveva solo il nome, e il mondo un enigma incomprensibile ai suoi occhi. Da sempre sapeva che non era nel posto giusto e aveva provato a parlare di questo suo problema con i grandi, ma loro lo avevano diagnosticato come: “È solo l’età, solo un momento che prima o poi passerà, e poi sicuramente non è come dici tu: voi adolescenti oggi tendete a ingigantire sempre tutto!”. Ma lei sapeva che non era solo un momento.
Poi un giorno una notifica le apparve agli occhi come la via di scampo da tutto: qualcuno aveva risposto al suo ultimo post. Un ragazzo che diceva cose che lei interpretò come se fossero i suoi pensieri espressi da qualcun’altro; così lei rispose a lui e poi di nuovo lui a lei e così via, fino a formare una catena che durò mesi.
Una sera come tante lei inviò un messaggio, un messaggio che sarebbe dovuto essere uguale a tutti gli altri, ma che ruppe quella catena. Lui non le rispose, lei gliene inviò uno anche il giorno dopo e quello dopo ancora scusandolo in ogni modo. “Magari avrà da fare”, pensava, anche se la risposta già la sapeva. E le venne confermata quando lesse: account eliminato. Rimase con mille domande in testa e un vuoto, un altro, nel petto.
La sera di Halloween uscì di casa e mentre camminava, come sempre, con la musica nelle orecchie, si fermò a guardare i bambini che intonavano “dolcetto o scherzetto” alle porte di sconosciuti; poi vide un bambino vestito da fantasma, tutto bianco che si muoveva di soppiatto tra le case: suonò a un campanello di un’abitazione senza decorazioni e poi scappò via senza lasciare traccia. Il signore che si affacciò dalla porta si guardò intorno senza vederlo, domandandosi chi fosse stato a suonare per poi chiudere la porta, ricordandosi che era la sera di Halloween.
Rimase a guardare quella sagoma bianca allontanarsi e pensò che il ragazzo aveva fatto la stessa cosa: era sparito silenzioso e di soppiatto come un fantasma, lasciandola con mille domande come quel signore.
Le venne in mente un inglesismo buffo, ma che secondo lei esprimeva appieno la sua situazione: ghosting da ghost “fantasma”. E allora pensò una frase che chiuse quel capitolo della sua vita: ghosting like a ghost.