di Broccolo
Non poteva mancare nella ricorrenza di questo secondo Dantedì uno dei disegni della nostra categoria In punta di lapis. Con l’augurio che la giornata del 25 marzo 2021 sia solo l’inizio di un anno ricco di tributi al Sommo Poeta.

Non poteva mancare nella ricorrenza di questo secondo Dantedì uno dei disegni della nostra categoria In punta di lapis. Con l’augurio che la giornata del 25 marzo 2021 sia solo l’inizio di un anno ricco di tributi al Sommo Poeta.

Trovandomi ad affrontare La Divina Commedia a scuola, sono stato incuriosito dal libro “Dante” di Alessandro Barbero, sia perché era presentato come un libro originale sulla vita del poeta, sia perché ho sempre apprezzato Barbero come storico, trovandolo interessante, divertente e mai noioso.
Anche in questo caso non sono rimasto deluso, perché questo libro, pur intriso di fatti storici e letterari, scorre piacevolmente sui tratti della vita di Dante che non troviamo nei libri scolastici.
Lo scrittore ha la grande capacità di rendere più semplici grandi temi storici: il libro racconta la vita del sommo poeta con uno stile sobrio, appassionato ma mai accademico.
Nella prima parte viene descritto il mondo al tempo di Dante, poi Barbero racconta del poeta nella sua adolescenza, quando sognava di appartenere al mondo dei nobili e dei letterati. I complessi meccanismi che dominavano la società fiorentina tra fine del Duecento e inizi del Trecento fanno da sfondo alla figura di un Dante “umano” che colpisce per la sua energia e la sua voglia di fare, cercando di non essere “servo” dei Signori dell’epoca.
Mi ha colpito tantissimo il fatto che Barbero riesca a non dare una propria opinione riguardo Dante come uomo, ma dia la possibilità al lettore di farsi un’idea propria. Inoltre lo stesso autore riconosce che non necessariamente le lacune nella vita di Dante vadano riempite di idee o supposizioni.
Il libro spazia dall’infanzia di Dante alla sua formazione culturale, della quale sappiamo sicuramente che egli studiò il latino, di cui parla anche nel De vulgari eloquentia; in questo periodo, a Firenze si scontravano le famiglie nemiche dei Cerchi e dei Donati, futuri capi dei Guelfi Bianchi e Guelfi Neri.
Sempre nell’infanzia, la vita di Dante viene segnata dal suo incontro con Beatrice, di cui peraltro ci parla l’autore stesso in Vita Nuova.
Dante cominciò a partecipare alla vita politica della sua città verso i trent’anni; da quello che si comprende, aveva iniziato ad interessarsene dopo la morte di Beatrice.
Molto mistero c’è sul matrimonio di Dante con Gemma di Manetto Donati, sia perché egli si era avvicinato alla fazione dei Cerchi, acerrimi nemici dei Donati, sia per motivi storici e cronologici.
Ci sono molte fonti storiche sul primo periodo politico di Dante, mentre intorno all’anno 1300 mancano notizie, nonostante sicuramente il poeta avesse partecipato ai consigli cittadini perché erano anni drammatici per la città; sappiamo però per certo che, con la vittoria dei Neri, nel 1302, i capi dei Bianchi furono arrestati, mentre i Neri saccheggiarono e devastarono a loro piacimento anche le terre di Dante.
È certa anche la notizia che Dante fu esiliato, che scelse di non farsi raggiungere dalla moglie e che visse a Verona per venti anni, ma si sono perse le tracce di tutti i suoi spostamenti: pareva quasi orgoglioso della sua condizione di “esule” tanto da affermare nel De vulgari eloquentia “ho per patria il mondo, come i pesci hanno il mare”; ultima tappa fu Ravenna, che a quel tempo era una città prospera e ricca, piena di forestieri, dove abbiamo delle testimonianze del suo soggiorno grazie all’opera Egloghe, insieme di lettere in versi latini.
Consiglio questo libro a tutti gli appassionati di Dante e di storia, sottolineando che non è un saggio o una biografia, ma che assomiglia molto più ad un romanzo.
Penso a quegli amici miei a cui nelle vene scorreva inchiostro. Lodo e canto il mio amore solo per quelli che sotto la pioggia d’autunno si sono sciolti. M’inchino davanti a quei tre che il mio sole, dall’alba al tramonto, con i loro saggi versi guidano. Tre folli che delle parole hanno fatto la loro arma più forte e ricordo in ogni studente devoto, hanno scavato nelle menti tirandone fuori il meglio da ciascuna per poi rilegarle in stupendi versi. Lo spagnolo triste innamorato m’ha rapito il primo sospiro, le prime lacrime, tante emozioni mai scoperte prima, la maestosità della quercia cadente mi ha donato. La sua poesia, da sempre, mia cariatide. Quello di mezzo, che non si sa se essere uno o molteplici s'è preso prepotentemente con la sua melodia che resta attaccata agli occhi parte di memoria, e mai preferirei averla indietro, che ogni parola è un tesoro. Il terzo è uno che s’avvolge nel mantello, dell’amore schiavo, che rende ognuno della sua maestria servo fedele, sempre il desiderio di risfogliare quei 100 nelle menti di chi già l’ha letto bussa forte alla porta, fino a che non la sfonda. Oh che folle che era, tutto un enigma la sua opera e mai nulla è dato per certo e forse neppure lui stesso sapeva quello che stava scrivendo, che non si pensa possibile che una divina tale pensata sia mai stata. Tre cardini, lontani tra loro ma mai per mio amore uomini furon più vicini.